"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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martedì 3 febbraio 2015

René Guénon, Forme tradizionali e cicli cosmici - cap. La situazione della civilta atlantidea nel «Manvantara»

René Guénon
Forme tradizionali e cicli cosmici
 

La situazione della civilta atlantidea nel «Manvantara»[1]

Abbiamo appena segnalato, con Atlantide et Hyperborée, la confusione che troppo frequentemente si fa tra la Tradizione primordiale, in origine «polare» nel senso letterale della parola, e il cui punto di partenza è quello stesso del presente Manvantara, e la tradizione derivata e secondaria che fu la tradizione atlantidea, riferentesi ad un periodo molto più ristretto. Dicemmo allora, e altrove in diverse altre occasioni[2], che tale confusione poteva spiegarsi in certa misura con il fatto che i centri spirituali subordinati erano costituiti ad immagine del Centro supremo, e che ad essi erano state applicate le medesime denominazioni.
Così la Tula atlantica, il cui nome si è conservato nell’America centrale introdottovi dai Toltechi, dovette essere la sede di un potere spirituale che era come una emanazione di quello della Tula iperborea; e, poiché il nome Tula designa la Bilancia, la sua doppia applicazione è in stretta relazione con il trasferimento di questa stessa denominazione dalla costellazione polare dell’Orsa Maggiore al segno zodiacale che porta ancor oggi il nome di Bilancia. È altresì alla tradizione atlantidea che bisogna riferire, ad una certa epoca, il trasferimento del sapta-riksha (dimora simbolica dei sette Rishi) dall’Orsa Maggiore alle Pleiadi, costellazione egualmente formata da sette stelle, ma di situazione zodiacale; quel che non permette dubbi in proposito è il fatto che le Pleiadi erano dette figlie di Atlante, e, come tali, chiamate anche Atlantidi.
Tutto ciò è in accordo con la situazione geografica dei centri tradizionali, la quale è legata a sua volta tanto ai loro caratteri propri che alla loro posizione rispettiva nel periodo ciclico, in questo campo tutto essendo concatenato molto più strettamente di quanto possa immaginare chi ignori le leggi di certe corrispondenze. La regione iperborea corrisponde manifestamente al Nord e l’Atlantide all’Occidente; ed è cosa degna di nota che le stesse denominazioni di queste regioni, pur nettamente distinte, si possono prestare ad una analoga confusione, essendo stati ad esse applicati nomi della stessa radice. Tale radice si trova, infatti, sotto forme diverse come hiber, iber o eber, e persino ereb per trasposizione delle lettere, a designare tanto la regione dell’inverno, cioè il Nord, quanto la regione della sera o del sole al tramonto, cioè l’Occidente, e i popoli che abitano l’una e l’altra; anche questo è manifestamente un fatto dello stesso genere di quelli che abbiamo appena menzionato.
La stessa posizione del centro atlantideo sull’asse Oriente-Occidente indica la sua subordinazione nei confronti del centro iperboreo, situato, sull’asse polare Nord-Sud. In effetti, benché l’insieme di questi due assi formi nel sistema completo delle sei direzioni dello spazio quella che si può chiamare una croce orizzontale, l’asse Nord-Sud deve essere considerato, come abbiamo spiegato altrove[3], relativamente verticale rispetto all’asse Oriente-Occidente. Si può anche, conformemente al simbolismo del ciclo annuale, dare al primo di questi assi il nome di asse solstiziale e al secondo quello di asse equinoziale; ciò permette di comprendere come il punto di partenza stabilito per l’anno non sia lo stesso in tutte le forme tradizionali. Il punto di partenza che possiamo chiamare normale, direttamente in conformità con la Tradizione primordiale, è il solstizio d’inverno; il far cominciare l’anno ad uno degli equinozi indica il ricollegamento ad una tradizione secondaria, quale la tradizione atlantidea.
Quest’ultima, d’altra parte, essendo situata in una regione che corrisponde alla sera nel ciclo diurno, dev’essere considerata come appartenente ad una delle ultime divisioni del ciclo dell’umanità terrestre attuale, dunque relativamente recente; e, infatti, senza cercare di dare delle precisazioni che sarebbero difficilmente giustificabili, si può dire che essa appartiene certamente alla seconda metà del presente Manvantara[4]. Inoltre, siccome l’autunno corrisponde nell’anno a ciò che la sera è nel giorno, sì può vedere una allusione diretta al mondo atlantideo in quello che indica la tradizione ebraica (il cui nome, del resto, è di quelli che denotano un’origine occidentale), e cioè che il mondo fu creato all’equinozio d’autunno (il primo giorno del mese di Thishri, secondo una particolare trasposizione delle lettere della parola Bereshith); e forse è proprio in questo fatto la ragione più immediata (altre ve ne sono di carattere più profondo) dell’enunciazione della «sera» (ereb) prima del «mattino» (boqer) nella esposizione dei «giorni» della Genesi[5]. Ciò potrebbe trovare una conferma nel fatto che il significato letterale del nome Adam è «rosso», la tradizione atlantidea essendo stata precisamente la tradizione della razza rossa; sembra anche che il diluvio biblico corrisponda direttamente al cataclisma in cui spari l’Atlantide, e di conseguenza non possa essere identificato con il diluvio di Satyavrata il quale, secondo la tradizione indù, che procede direttamente dalla Tradizione primordiale, precedette immediatamente l’inizio del nostro Manvantara[6].
Resta inteso che questo senso, che si può chiamare storico, non esclude affatto tutti gli altri; non bisogna d’altronde mai perdere di vista che, secondo l’analogia esistente tra un ciclo principale ed i cicli secondari nei quali esso si suddivide, tutte le considerazioni di questo tipo sono sempre suscettibili di applicazioni a livelli diversi; vogliamo dire con ciò che il ciclo atlantideo pare essere stato preso come base della tradizione ebraica, che la trasmissione sia avvenuta attraverso gli Egiziani, cosa che non ha proprio nulla di inverosimile, o in qualunque altro modo. Facciamo quest’ultima riserva semplicemente perché sembra particolarmente difficile determinare come avvenne la congiunzione tra la corrente proveniente da Occidente, dopo la scomparsa dell’Atlantide, ed un’altra corrente discesa dal Nord e derivata direttamente dalla Tradizione primordiale, congiunzione da cui doveva risultare la costituzione delle differenti forme tradizionali proprie dell’ultima parte del Manvantara. Ad ogni modo, in questo caso non si tratta di un semplice riassorbimento nella Tradizione primordiale, di ciò che da essa era uscito ad un’epoca anteriore, bensì d’una specie di fusione tra due forme già differenziate in precedenza per dar vita ad altre forme adatte a nuove circostanze di tempo e di luogo; ed il fatto che le due correnti appaiano allora in qualche modo autonomo può ulteriormente contribuire a mantenere l’illusione di un’indipendenza della tradizione atlantidea. È fuor di dubbio che se si vuole indagare sulle condizioni nelle quali tale congiungimento si operò, bisogna dare una particolare importanza alla tradizione celtica e a quella caldea, il nome delle quali, che è il medesimo, designava in realtà non un popolo particolare, bensì una casta sacerdotale; ma chi al giorno d’oggi sa cosa furono le tradizioni dei Celti e dei Caldei, oppure anche soltanto quella degli antichi Egizi? La prudenza non è mai troppa, quando si tratta di civiltà completamente scomparse, e certamente non sono tentativi di ricostruzione cui si dedicano gli archeologi profani che possono chiarire la questione; tuttavia non è men vero che molte vestigia di un passato dimenticato emergono dalla terra nella nostra epoca, e ciò non può accadere senza una ragione. Senza arrischiare la minima previsione su quanto potrà risultare da queste scoperte, il cui significato generalmente sfugge a coloro che le fanno, è tuttavia certo che in esse è da vedere un «segno dei tempi»: non è forse vero che alla fine di un Manvantara tutto deve ritrovarsi e servire da punto di partenza per l’elaborazione del ciclo futuro?



[1] Articolo pubblicato su Le Voile d’Isis, agosto-settembre 1931. [N.d.C.]

[2] Si veda in particolare Le Roi du Monde (1927).

[3] Si veda il nostro studio su Le Symbolisme de la Croix (1931) [tr. it.: Il simbolismo della Croce, Rusconi, Milano 1973 – N.d.R.].

[4] Riteniamo che la durata della civiltà atlantidea dovette essere uguale a un «grande anno» inteso nel senso del semiperiodo di precessione degli equinozi; quanto al cataclisma che vi pose termine, taluni dati concordanti sembrano indicare che esso ebbe luogo 7.200 anni prima dell’anno 720 del Kali-Yuga, anno che è ancora il punto di partenza di un’era conosciuta, ma di cui coloro che ancora attualmente l’usano non sembrano più sapere l’origine né il significato.

[5] Anche presso gli Arabi, si usa contare le ore del giorno a partire dal maghreb, vale a dire dal tramonto.


[6] Al contrario, i diluvi di Deucalion e di Ogyges, presso i Greci, sembrano riferirsi a periodi ancor più ristretti ed a cataclismi parziali, posteriori a quello dell’Atlantide.

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