"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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mercoledì 25 febbraio 2015

René Guénon, Lettere a Guido De Giorgio - 1

René Guénon
Lettere a Guido De Giorgio - 1

Parigi, 20 Novembre 1925
51, Rue St. Louis-en-l’Ile (IVe)

Caro Signore,
Cominciavo ad essere preoccupato per non aver ricevuto nulla da voi dopo la vostra cartolina di luglio e, temendo che foste ancora sofferente, pensavo di scrivervi qualche parola per domandar vostre nuove, allorché m’è giunta la vostra lettera. Da allora, rinvio da un giorno all’altro la risposta, perché son sempre stato molto occupato dal mio ritorno qui, di modo che ora sono io, a mia volta, ad essere davvero in ritardo con voi. Vi invio questa lettera a Varazze, ove penso che, secondo quanto mi diceste, vi dovreste essere reinstallato già da qualche tempo.
Grazie per il gentile pensiero che avete avuto d’invitarmi a raggiungervi; sfortunatamente, purtroppo, i viaggi sono, al giorno d’oggi, assai costosi; spero comunque che finiremo, un giorno, con l’incontrarci.
Quel che mi dite della Cabala di Vulliaud è molto giusto, per quanto un po’ severo; in fondo, è pressappoco quel che ho scritto io in una forma più attenuata. Ho parlato di quest’opera con diverse persone che l’hanno letta; le loro considerazioni concordano con le nostre e sono assai poco entusiaste. Non ho ancora avuto l’occasione di leggere il nuovo libro di Vulliaud sul Cantico dei Cantici, che è apparso tre o quattro mesi fa; sembra che contenga meno discussioni e critiche della Cabala, ma ancora troppe per qualcuno.
Grazie del n° di “Bilychnis” che m’avete inviato; ho, in ogni caso, ricevuto da Evola stesso un pacco d’altre riviste contenenti suoi articoli. Avendogli, in occasione del ringraziamento per l’invio, fatto notare che nutro delle riserve sul suo punto di vista, che mi pare soprattutto filosofico, m’ha scritto una lettera lunghissima, piuttosto ingarbugliata, nella quale protesta che la forma filosofica della quale si serve non è altro, per lui, che un semplice modo per esprimersi che non intacca affatto la sua dottrina stessa. Non ci credo per niente, e persisto a ritenere che è davvero assai imbevuto di filosofia, e specialmente di filosofia tedesca. In un articolo pubblicato dalla rivista “Ultra”, ha fatto allusione a me in una nota, a proposito di “Oriente ed Occidente”[1], in termini che dimostrano che non ha capito granché di quel che ho esposto; arriva addirittura a qualificarmi come “razionalista”, cosa che è abbastanza ridicola (tanto più che si tratta d’un libro nel quale ho espressamente affermato la falsità del razionalismo!), e che mostra bene che egli è uno di quelli che non arrivano a sbarazzarsi delle etichette filosofiche e sentono il bisogno di applicarle, giusto o sbagliato che sia. Mi annuncia la sua intenzione di fare un articolo su “L’uomo ed il suo divenire”; mi domando cosa ne potrà venire fuori; dopotutto, si vedrà.
Dato che parliamo di Evola, bisogna ancora che vi dica che è urtato dalle critiche che gli ha rivolto Reghini, per quanto in una forma moderatissima. Dev’essere assai vanitoso, e non vorrebbe avere che elogi; è anche vero che è molto giovane. Vulliaud, che non ha la stessa scusa, è quasi altrettanto suscettibile; sembra anche che lui sia alquanto scontento del mio articolo; s’immagina che solo lui conosca la Cabala e sia in grado di parlarne. V’è da temere che Evola si comporti allo stesso modo per i Tantra, per i quali non è comunque tanto qualificato da potersene occupare; legge tutto ciò alla luce della sua filosofia, donde una specie di deformazione alla guisa tedesca; l’autentica concezione della Shakti è tutt’altra cosa rispetto al “volontarismo”.
Sono contento che gli articoli della “Gnose” vi abbiano interessato; l’inferiorità dei primi numeri nasce dal fatto che non avevo, allora, che una direzione nominale; ho anche durato qualche fatica, in séguito, per sbarazzarmi di gente ingombrante; sarebbe troppo lungo da raccontarvi in dettaglio.
Ma qual è questo libro recente che contiene dei frammenti dello Zohar nella traduzione di Jean de Pauly? Non ne ho sentito parlare.
Ho fatto, ultimamente, la conoscenza di Massignon; parla molto e v’è, in lui, una certa affettazione, che d’altra parte s’avverte anche nel suo stile. È vero che le sue opere sono molto difficili da leggersi ma, d’altra parte, se ha sicuramente compreso certe cose, non per questo ha penetrato a fondo l’esoterismo musulmano. Quanto a Carra de Vaux, ne capisce ancora molto di meno e, anche dal punto di vista dell’exoterismo, gli accade di commettere errori grossissimi; è, soprattutto, un compilatore, e la principale utilità dei suoi lavori consiste nel fatto che ha riunito informazioni che si trovavano sparse un po’ dappertutto.
Per il Vedânta, fino a questo momento, non ci sono ancora state recensioni nelle riviste: ciò richiede sempre tempi lunghissimi, e per di più ci sono state le vacanze. Niente da Masson-Oursel; non so se ne parlerà né quel che ne dirà, ma sarei stupito se migliorasse rispetto a quanto ha scritto su di me in precedenza. C’è stata qualche annotazione nei giornali; accludo alla mia lettera la copia dei principali; vedrete che non è tanto male. Il mese scorso, c’è stato un lunghissimo articolo su di me, di Gonzague Truc, in “Candide”; non ne possiedo, attualmente, che un solo esemplare, ma mi premurerò di procurarmene un altro per inviarvelo.
Non tardate troppo, stavolta, a ridarmi vostre notizie, e credete sempre, ve ne prego, ai miei cordialissimi sentimenti.
René Guénon

Paris-Soir:
“Si sa quanto l’Asia sia all’ordine del giorno e, più generalmente, quanto attuale sia la questione delle grandi civiltà orientali sin qui in sonno apparente, almeno in sonno politico, ma sempre adatte al nutrimento interiore di milioni d’anime. Con il titolo “Oriente ed Occidente”, Guénon ha esposto, l’anno scorso, in un piccolo libro incisivo, la revisione dei valori che ci si imporrebbe se volessimo infine rendere giustizia all’Oriente. Vi preconizzava la formazione d’un’élite capace di favorire un avvicinamento, d’evitare una frizione terribile. Nessuno meglio di lui è indicato per dare, a quest’élite, le direttive che permetteranno di vedere l’Oriente per quello che è, e non quale vogliono i nostri paraocchi occidentali.
Guénon non è soltanto il nostro unico metafisico indianista. Ha, in qualche studio che ha sollevato dei clamori, denunciato l’“Errore dello spiritismo” ed il “Teosofismo”. Rimprovera, a quest’occultismo di bassa lega, la sua inaudita ignoranza delle grandi dottrine tradizionali, le sue frodi scandalose, i pericoli della sua volgarizzazione. Proseguendo nell’esposizione delle scienze sacre iniziata con il suo magistrale “Introduzione allo studio delle dottrine indù”, Guénon ci dà, oggi, il fiore del Vedânta.
L’essere umano, secondo questi testi che solo un filosofo è capace di capire, poiché tutto vi è simbolo, ed uno storico vi segue sùbito delle false piste, ha una costituzione ben altrimenti complessa che non l’immagini la psicologia occidentale. Noi non siamo altro che un essere di carne in comunicazione solamente con i nostri simili, ci dicono; abbiamo, in noi, delle antenne meravigliose, atte a captare altro che “fenomeni” ed a collegarci con le potenze superiori. I capitoli più notevoli del libro sono, forse, quelli nei quali l’autore ci parla successivamente dello stato di veglia, dello stato di sogno e dello stato di sonno profondo. Ma quelli che attireranno di più la curiosità sono quelli in cui si tratta dell’evoluzione dell’essere umano dopo la morte.
René Guénon è agli antipodi di Maeterlinck. Non ci si aspetti, quindi, nonostante titoli come “L’arteria coronale ed il raggio solare”, o “Il viaggio divino”, di trovare degli abbellimenti immaginari, né un pensiero incerto: ma la serietà proba e ferma d’uno spirito vigoroso e logico. Gli accostamenti suggestivi alle altre tradizioni: biblica, araba, egizia, taoista, aumentano singolarmente l’interesse di questo libro che segna una data nella nostra conoscenza dell’Oriente”.

L’Intransigeant:
“D’assai ardua lettura, questo libro ricompensa quelli che lo leggono pagina per pagina.
René Guénon proietta, sulle dottrine metafisiche indù, sulla distinzione fra il sé e l’io, una luce chiarificante, ma il suo libro non può assolutamente essere considerato come una “volgarizzazione”. D’altra parte, è impossibile “volgarizzare” tali concezioni. René Guénon s’è accontentato d’apportare delle precisazioni, di chiarire delle sfumature sin qui incomprese persino dall’élite intellettuale, e di invitare quest’élite ad innalzarsi alla comprensione della dottrina nella sua purezza integrale.
Il suo libro ha il valore d’un insegnamento dato da un grande erudito; ne possiede, forse, anche un po’ d’aridità. Ma per chi ha potuto arrivare all’ultimo capitolo, quale illuminazione! Leggete Shankarâchârya nella traduzione che ne dà René Guénon.
Un libro da rileggere”.

Nel Journal des Débats, articolo d’Abel Bonnard di cui ecco l’inizio:
“L’Asia, le sue dottrine, le sue arti, sono minacciate dalla moda. Queste parole minacciose potrebbero apparire esagerate. Non lo sono. Trattandosi di cose alte e nobili, la moda può fare molto, nel male. Essa maschera quel che pretende di ricoprire; lo profana e spesso lo insozza addirittura, e le idee che ne espande sono talmente comuni e snaturate che veramente si rimpiangono i tempi in cui queste cose stavano, al riparo dal pubblico, intatte e pure. Sfortunatamente, il nostro tempo non sembra per niente capace d’altra cosa che la moda. Sollecitato da mille oggetti senza considerarli, curioso senz’essere attento, avido e distratto insieme, sembra condannato a misconoscere ogni cosa. Non v’è da dubitare che l’influenza dell’Asia si estenda sino a noi. Ma v’è da temere fortemente che quest’influenza resti superficiale, e che tutto ciò finisca in un buddhismo da contrabbando e ad opera di ciarlatani.
È ancora più importante da segnalare al pubblico i libri che possono dargli, di questa grande Asia, un’idea profonda e vera. Ne sono appena apparsi due che meritano d’essere conosciuti, a questo titolo: Uno d’essi, “L’uomo ed il suo divenire secondo il Vêdânta”, è l’opera di René Guénon. Tutti quelli che sono seriamente interessati all’Oriente conoscono i libri di René Guénon. Sono troppo pieni di pensiero perché si possa tentare di riassumerli in poche parole. Diciamo, almeno, che la loro prima qualità è di cancellare, nel lettore, tutte le idee preconcette e riportarlo al centro stesso del soggetto, ossia al valore generale che mantengono per l’umanità le dottrine che l’Asia conserva”.
Il séguito dell’articolo concerne la traduzione della “Vita di Milarepa” a cura di J. Bacot.

Nell’Ere nouvelle, un resoconto fatto assai abilmente, ma che non vi copio, poiché è composto quasi interamente da frasi tratte dalla mia introduzione.

Nel Figaro, ci sono due pezzi d’Etienne Fournol nei quali si parla di me, in termini simpatici, ma in una foggia assai superficiale.

Infine, nel “Larousse Mensuel” di settembre, c’è un buon articolo su “Oriente ed Occidente”; fatica a venir fuori, ma un po’ alla volta...


[1] Il testo di tale nota è riportata nlla Lettera del 26 gennaio 1926.

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