"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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mercoledì 20 maggio 2015

Detti di Rabi’a al-Adawiyya

Detti di Rabi’a al-Adawiyya

Dio unica meta e ricompensa

1.
Signore, se ti amo per timore di perdermi
Fammi bruciare nel fuoco dell’inferno.
Signore, se ti amo per avere il paradiso
Escludimi dalla Tua presenza.
Ma se ti amo solo per Te
Non respingermi dal Tuo volto


2.
Per la potenza tua io non Ti ho servito
Desiderando il Tuo paradiso.
Non è questo lo scopo
A cui ho rivolto la mia vita

3.
O mio Dio! Tutto il bene
che hai decretato per me in questo mondo
donalo ai tuoi nemici.
Tutto quello che hai preparato per me in Paradiso
donalo ai tuoi amici.
Io invece non cerco che Te solo

4.
Le domandarono: “O signora del mondo futuro, che cosa vuoi fare?
Rispose: “Voglio incendiare il Paradiso e spegnere l’ Inferno, perché tutti i credenti capiscano che l’amore di Dio è la ricompensa a se stessi”.

5.
Le fu chiesto: “Hai mai compiuto una sola opera pensando che Dio la accogliesse?”
Rispose: “Se c’è una cosa che può essergli gradita è il mio timore di esserne ricompensata

6.
Le fu chiesto: “ Qual è la verità della tua fede?”
Rispose: “Non ho reso culto a Dio per timore del suo fuoco, né per amore del suo paradiso. Sarei stata allora come un cattivo servo che lavora per essere pagato. Gli ho reso culto invece per amore e desiderio di Lui

L’amore dell’innamorata di Dio

1.
Ti amo di due amori: un amore di desiderio
e un amore perché tu sei degno di essere amato.
L'amore di desiderio è che nel ricordo di te
io mi distolga da chi è altro da te.
L'amore di cui tu sei degno
è che tu tolga i veli perché io ti veda.
Non lode a me né nell'uno né nell'altro,
ma lode a te in questo come in quell' amore

2.
Nella mia solitudine è la pace,
fratelli miei, perché il Diletto
sempre con me riposa.
Null’altro trovo fuor che l’amor suo
Che mi avvolge mostrando
La sua bellezza ovunque.
O medico dell’anima
Che tormenti il cuor mio
D’un desiderio che è malattia
E cura ad un tempo.
Tu sei sorgente della vita mia,
Tu gioia del mio spirito,
estasi che da tutte le creature
mi esclude per donarmi all’unione
che appaga il mio desiderio.

3.
Silente è scivolata ormai la notte
E il nuovo giorno risplende.
Che gioia se sapessi
Che questa notte mia l’hai accettata!
Ma se l’hai disdegnata a te sia lode.
Ancor se dal Tuo regno mi cacciassi
Io non mi allontanerei
Perché di Te solo sono innamorata.

4.
O Dio, mio Dio
La somma dei tuoi desideri
È la rimembranza in questa vita
E nell’altra la Tua dolce compagnia.
Però in entrambe le vite
Il Tuo volere si adempia

5
Le fu detto: “Prega per guarire dalla tua malattia”.
Rispose: Come puoi non sapere chi desidera che io soffra? Non è forse Dio che lo vuole? Perché mi chiedi di chiedere. Il contrario di ciò che Lui vuole? Non è bene opporsi al volere del proprio Amato.

6.
O Diletto dei cuori
A cui solo si orienta l’essere mio,
sebbene irretito nella colpa
abbi misericordia mia speranza,
mia pace, mia delizia,
poiché null’altro che Te posso amare.

7.
L’amore è un fuoco
Che ogni cosa consuma
Nel cuore dell’amante
Tranne il volere dell’Amato.

8.
Tra l’amante e l’Amato
In verità non c’è separazione.
Ma descriver si può un desiderio,
o del palato un gusto raccontare?
Solo se assaggi il cibo lo conosci,
udir la descrizione non ti giova.
Come potrai rappresentare Lui
Se in Sua presenza sei come annientato?
Nell’esistenza Sua ti spegni,
nella contemplazione sei distrutto,
nella purezza Sua ebbro ti senti.
In quell’immensità muta è la lingua
La paura pietrifica il cuore
E lo stupor previene ogni certezza.
La trascendenza nascosto Lo rende
Ad ogni sguardo della creatura.

La rinuncia al mondo creato

1.
O Dio del cuore mio l’anelito
Tu ben conosci: è la Tua compiacenza.
Sol al servizio Tuo l’occhio mio
Brilla di luce e gioia.
Se mi fosse possibile
Non mi allontanerei un solo istante
Dalla dolce Tua conversazione.
Ma Tu mi assoggettasti
Ad una Tua creatura.
Ed ecco che talvolta
Le umane preoccupazioni
Mi distolgono
Dalla dolce Tua intimità

2.
O Dio, cosa vuoi da questa Tua serva?”
Una Voce si fece udire:
“Se vuoi posso darti il mondo
ma dovrò strapparti dal cuore
L’amore che nutri per Me
Che non può coesistere
Con quello del mondo”
Strappai allora dal mio cuore
Ogni sguardo a creatura terrena
E ogni attaccamento alle cose del mondo,
E non ho mai pregato
Senza dimenticare questa preghiera
Che non mi sono mai stancata
Di dire ripetutamente:
‘Mio Dio fammi immergere nel Tuo amore
così che nulla mi distolga da Te’

3.
Le fu detto: “In che modo ami il Profeta”.
Rispose: “Lo amo di amore grande, ma l’amore per il Creatore mi ha distolto dall’amore per le creature

4.
Le fu chiesto:” Da dove sei venuta?”
“Dall’altro mondo”
“E dove stai andando?”
“All’altro mondo”
“ E cosa fai i questo mondo”
“ Me ne prendo gioco”
“ E in che modo te ne prendi gioco”
“Mangio del suo pane e compio l’opera dell’altro mondo

5.
Le fu chiesto: “Qual è il bene con cui il servo può avvicinarsi a Dio
Rispose: “Non possedere che Lui in questo mondo e nell’altro”.

6.
Le fu chiesto: “Intendi prendere marito?”
Rispose: “Contrarre matrimonio è possibile solo a chi può scegliere. Per quello che mi riguarda non dispongo più della mia volontà. Sono del mio Signore e vivo all’ombra dei suoi comandi. Io non conto più nulla.

Le citazioni sono tratte da:
- Farid al-Attar – Tadhkirat al-awliya – Luni Editrice,1994
- I detti di Rabi’a, a cura di Caterina Valdrè – Adelphi Edizioni, 2001
- Caterina Greppi – Rabi’a la mistica – Jaca Book, 2003
- Franco Ometto – Rabi’a – Ed. Paoline, 2004

Post fazione di Renzo Guerci
Rabi’a al-Adawiyya, Fedele d’Amore

Nel percorso che, con la guida di Beatrice, lo porta dal Paradiso Terrestre all’Empireo, Dante tratteggia, in un affresco prodigioso, la creazione del mondo manifestato come emanazione dell’amore del Logos creatore, che si estrinseca in modo sia diretto che indiretto, attraverso le gerarchie angeliche, che ancorché create, creano esse stesse ciò che è la parte corruttibile del mondo. L’anima vegetativa e sensitiva – spiega Beatrice – è il frutto di un atto di creazione delle ‘luci sante’ ( i cieli ), ma lo spirito vitale dell’umana natura deriva direttamente da Dio e quindi è immortale. In una memorabile terzina Dante scrive: “ma vostra vita sanza mezzo spira/ la Somma Beninanza e l’innamora/ di sé sì che poi sempre la disira” (Par. VII, 142-144). Nel creare l’uomo quindi il Creatore ha ‘spirato’ in lui unamore reciproco’ un inestinguibile desiderio, un ‘amor che a nullo amato amar perdona’, che li attrae perpetuamente.
Nel corso dei secoli questo amore, diversamente vissuto e descritto, è stato il cuore dell’esperienza interiore di mistici e poeti, in una sorta di fratellanza a cui Dante attribuisce il nome di Fedeli d’Amore. Lungo le luci che costellano questo percorso ideale incontriamo quella di Rabi’a al Adawiyya, mistica musulmana considerata da molti come la capostipite del movimento sufi.
Uno dei primi grandi nomi di sufi è quello di Hasan al-Basri (642-728). Nato a Medina visse da bambino nella casa del Profeta e successivamente si stabilì a Bassora, dove fu in stretto rapporto proprio con Rabi’a.
Farid al Attar, parlando di Hasan, scrive: “Una volta alla settimana pronunciava un discorso in cui dava consigli e avvertimenti al popolo, ma se Rabi’a non era presente scendeva dal seggio e non parlava”.
Hasan divenne famoso per la sua profonda preparazione culturale e attrasse a sé molti seguaci e studenti. Di lui è famosa tra le altre l’affermazione che ‘il mondo è un ponte sul quale si passa, ma su cui non conviene costruire nulla’.
Rabi’a è proprio l’esempio di un essere umano passato sul ponte del mondo senza aver costruito nulla e ,se possibile, aver distrutto ogni cosa che esso gli porgeva dinanzi.
Come per altri sufi, la vita e gli insegnamenti di Rabi’a sono pervenuti, attraverso i secoli, dal ricordo e dalle citazioni di alcuni autori, taluni contemporanei a lei ed altri successivi, che hanno raccolto e tramandato ciò che è giunto sino a noi.
Ai giorni nostri Abdur Rahman Badawi, filosofo e poeta egiziano, ha raccolto e pubblicato nel 1954 i detti di Rabi’a insieme a quelli di altre mistiche.
Da questa raccolta è possibile constatare che la più estesa e completa biografia di Rabi’a è quella di Farid al-Attar, mistico e poeta persiano vissuto a Nishapur tra il XII e il XIII secolo, autore di poemi di profondo contenuto mistico che ebbero una grande influenza su mistici e letterati del suo tempo tra cui Jalal al-Din Rumi che lo conobbe e che disse di lui: “Attar fu l’anima del sufismo…Io non faccio che seguire le sue tracce”.
Attar è anche autore di Tadhkirat al-Awliya (letteralmente ‘Memoriale degli Intimi’) ,una raccolta di massime di una settantina di maestri sufi, tra cui Rabi’a. Nell’introdurre la biografia e i detti di Rabi’a, Attar scrive:
“Questa benvenuta alla corte di Allah che bruciò spiritualmente il fuoco dell’amore divino e donandosi all’Altissimo si distaccò completamente dalle creature, colei che penetrò tutti i misteri della Verità.
A chi obietta perché citiamo Rabi’a tra gli uomini risponderemo che c’è un hadith del profeta che dice :”Non badate all’apparenza di una persona ma badate alle sue buone azioni e alla sua buona volontà”…
Inoltre si noti che Hasan al Basri non pronunciò alcun sermone prima della nascita di Rabi’a
Gli episodi della vitta di Rabi’a contenuti nlla biografia di Attar contengono sovente la descrizione di eventi prodigiosi, sotto i quali non è difficile rintracciare un percorso allegorico
Rabi’a nacque a Bassora nel 713 secondo alcuni o nel 717 secondo altri, quarta figlia (Rabi’a significa appunto ‘quarta’ ) di una famiglia molto povera. Il padre Ismail Adawi, uomo colmo di sapienza antica, proveniva da una famiglia della tribù Atiq, discendente dal Profeta. Restò presto orfana di entrambi i genitori e fu venduta come schiava ad un mercante che le impose lavori pesanti. Digiunava per tutto il giorno, dedicando la notte alla preghiera. La sua devozione per Dio era fortissima. Il suo padrone percepì la sua illuminazione vedendola pregare una notte, avvolta di luce. Trasalì vedendo quella luce meravigliosa e restò a pensare tutta la notte. La mattina dopo decise di liberarla affinché perseguisse il suo percorso spirituale. Rabiʿa allora si diresse nel profondo deserto dove iniziò la sua vita solitaria e ascetica. Visse come reclusa, ma dalla sua misera capanna si diffuse dovunque il suo insegnamento. I sapienti del suo tempo – tra cui appunto Hasan al Basri - si consideravano privilegiati di parlare con lei dei misteri di Dio. Le sue preghiere, cui dedicava tutta la notte, non furono tanto dedicate a chiedere intercessioni, quanto alla comunione con il suo amore: fu soprattutto un’amante di Dio. Morì a Bassora nel 801.
I ‘detti di Rabi’a’ così come sono pervenuti sino a noi sono rappresentati da preghiere rivolte a Dio o, più frequentemente, da risposte a ciò che le veniva richiesto. Vengono riproposti di seguito quelli più significativi, raggruppati intorno a tre temi tra loro strettamente interdipendenti: la visione di Dio come unico bene, una meta e ricompensa al di là di ogni possibile dualismo di tipo morale; l’amore assoluto nei confronti di Dio e dela Sua volontà; la consapevolezza che l’amore verso Dio elude ogni altro amore e quindi la rinuncia al mondo e alle creature.

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