"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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lunedì 18 maggio 2015

Nino De Falco, I due versi in arabo della Divina Commedia

Nino De Falco 
I due versi in arabo della Divina Commedia*

البيتان باللغة العربية في الكوميدية الإلاهية
Nel canto VII dell’inferno, al v. 1: il grido di Pluto, dio della ricchezza, al IV cerchio:

“Pape Satàn, pape Satàn aleppe”

Nel canto XXXI dell’inferno, al v. 67: il grido di Nembrotto, nel pozzo dei giganti:

“Raphel may’ amech zabia almì”

Pluto, della mitologia greco-romana. In Dante, è simbolo dell’avido attaccamento alle ricchezze. L’altro è Nembrotto, il Nemrod della tradizione biblica, ideatore della torre di Babele. Nella Commedia è simbolo dell’arroganza e colpevole della confusione dei linguaggi.
Questi famosi versi sono recitati da due personaggi allegorici, il primo preso dalla mitologia pagana greco-romana e il secondo da quella orientale biblica. Ambedue rappresentano lo stesso personaggio:

Papa Bonifacio VIII, “il gran nimico”

Nei due episodi dei versi arabi, Virgilio, “quel savio gentil che tutto seppe”, risponde per le rime al chiocciar di Pluto e alle grida del gigante. Se Dante li ha stranamente recitati in arabo, è perché se ne traesse motivo per scandagliarli a fondo, oltre il velo della loro onomatopeia, musicata ad arte, per quei cerchi d‘inferno.
Avendo le parole dei due versi un reale significato che Virgilio mostra di aver capito, la loro interpretazione sarà dunque indispensabile, per cogliere appieno il senso dei due episodi e le loro allegorie, nonostante sian passati sette secoli Non è assurdo pensare che, i tempi essendo quelli che erano, se certe posizioni di Dante, tanto critiche nei confronti del potere religioso e civile, quali sono sottintese in tanti versi “strani” della Divina Commedia, fossero state apertamente espresse, avrebbero certo attirato condanne e persecuzioni da parte dei tribunali civili e da quelli dell’Inquisizione. Il poema di Dante correva il rischio di non sopravvivere di molto al suo autore. Forse è qui la ragione del silenzio di coloro che, tra i fedeli d’amore della sua setta, ne possedevano, senza dubbio, la chiave o il codice d’interpretazione. Tra le cose che strane ci possono apparire, v’è anche la scelta da parte del nostro poeta ,di quel determinato mondo escatologico già conosciuto e più volte raccontato nella letteratura islamica, persiana e araba, sia in prosa sia in poesia, per impiantarvi un suo personale itinerario che, in oriente, aveva già, in nuce, i modelli a cui anche egli si ispirerà.
Ci son voluti sei lunghi secoli, prima che le ricerche sul come leggere Dante subissero una svolta, ad opera dell’orientalista e arabista spagnolo, Miguel Asin Palacios, col suo poderoso studio: "La escatologia musulmana en la Divina Comedia", del 1919.
Nel mezzo della conseguente tempesta di polemiche e consensi, Dante veniva finalmente traghettato e sdoganato oltre i confini della cultura occidentale. Si risvegliava così l’interesse degli studiosi all’approfondimento delle fonti della Divina Commedia e dei rapporti del nostro poeta con la cultura arabo-islamica. Dello stesso autore è l’intuizione della matrice araba del famoso “Papé Satan, Papé Satan aleppe”. E’ da notare che l’interpretazione delle parole di Pluto, fatta dall’orientalista e dantista spagnolo risale al 1919.
Nonostante l’opera di Asin Palacios abbia riscosso a suo tempo, interesse e plauso dal nostro grande orientalista Carlo Nallino, quale commento scolastico e altro della Divina Commedia ne ha fatto e ne fa cenno? In quante scuole se n’è parlato e se ne parla? In questo studio approfondiremo la traduzione del verso di Pluto, commentandone il significato alla luce del relativo contesto e daremo, per la prima volta, dopo sette secoli, la traduzione esatta delle parole che Dante pone sulla “fiera bocca” di Nembrotto, parole atte a farci intendere quanto disastrosa apparisse a Dante, la deriva materiale e mondana del papato e quanto apparisse rivoluzionario e pericoloso il pensiero del poeta agli occhi del potere religioso e civile del suo tempo, ancora permeato dello spirito che animava le crociate. Traduzione delle parole di Pluto:
 
Noi aggirammo a tondo quella strada,
Parlando più assai ch’io non ridico;
Venimmo al punto dove si digrada:
Quivi trovammo Pluto, il gran nimico.


Ed è questo gran nimico, simbolo della cupidigia, a pronunciare l’ormai famoso:

Pape Satàn, pape Satàn aleppe!

Prima di procedere alla traduzione, ricordiamo ai non arabisti che, nel medio evo, molte parole arabe passavano alla lingua italiana, subendo adattamenti fonetici o erano trasmesse già modificate da non arabi.
Dante, a mio parere nel coniare questo verso, avrebbe abilmente giocato sul fenomeno assai frequente nello scambio lessicale tra le due lingue, del cambiamento del suono “b” in “p” e del suono “sci” in “s”, quando le parole provengono dall’arabo. Quanto al verso che prendiamo in esame, il Prof. Asin Palacios parla di arabo pronunciato alla turca. Io credo che Dante, a bella posta e con malizia, abbia voluto fare il “verso” alla pronuncia della famiglia di Bonifacio VIII, i Caetani, di origine napoletana, che avevano forse il vezzo, proprio dei provinciali napoletani, i cafoni (altra parola araba), di addolcire le consonanti sorde e di pronunciare in certi contesti il suono “sci” al posto di “s” impura. Il gioco malizioso di Dante consisterebbe qui nel fare il processo contrario, cambiando le “b” in “p” e le “sci” in “s”, ottenendo nello stesso tempo, un verso arabo pronunciato alla turca e un sapiente effetto di assonanze italiane che danno al verso il significato che quel papa, è lui stesso satana.
Il testo pronunciato all’araba suonerebbe così:

bèb scitàn, bèb scitàn, alebb
باب شيطان, باب شيطان, ألب

Letteralmente significa: “( è ) la porta di Satana, ( è ) la porta di Satana, fermati ”.
Dante poteva ricavare la parola “aleppe” da due differenti verbi arabi: "alabba" e "halaba". Il primo vuol dire fermarsi, mentre il secondo vuol dire correre, fuggire, galoppare. Nei due casi, Pluto vuole sbarazzarsi della presenza di Dante.
Ma questo verso che per la sua stranezza, tutti abbiamo in mente, è sorprendente anche per quell’assonanza che da esso emana, tutta di timbro italiano e che suggerisce:

Pap’è satan, pap’è satana, leppe.

La parola “leppe”, può essere imperativo di “leppare” e che significa (v. dizionario di Aldo Gabrielli) fuggire. A prescindere dal significato di “leppe”, il verso dice che il papa è satana. E’ certo che alle orecchie di Dante, il testo suonava come suona a noi e se non lo ha cambiato, segno è che così lo ha voluto.
Pluto, dio della ricchezza, demone guardiano dell’inferno, è, come i suoi colleghi che incontreremo, una figura allegorica. Qui sta a rappresentare un papa, il “gran nimico”, che Dante celebrerà ancora, perché in odore di simonia e tanto superbo da sfidare Dio. E’ Bonifacio VIII che sarà protagonista anche dell’altro verso che Dante ha composto in arabo. I due versi, come vedremo, s’illuminano a vicenda. Come per gli altri guardiani dell’inferno, anche a Bonifacio è riservato un accorgimento particolare, quello dell’anagramma, per fugare ogni dubbio sulla sua identità e anche, diciamolo, per malizioso divertimento. Il verso 2 di questo canto dice:

“Cominciò Pluto con la voce chioccia”

L’anagramma ch’esso nasconde è:

“Come chiocci con la tu’ o Ponivacio”

Dante aveva personalmente conosciuto papa Bonifacio, essendo stato in Vaticano con una delegazione di Firenze e ne aveva sentito la voce stridula che contrastava con la sua stazza enorme e massiccia. Il personaggio allegorico di Pluto si chiarisce scrutando le allusioni che appaiono, in successione, nelle cinque terzine che lo riguardano. Il rimprovero che Virgilio rivolge a Pluto:

Poi si rivolse a quella ‘nfiata labbia,
e disse: “Taci, maledetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia”,


richiama l’ira di Nembrotto, altra figura allegorica del collerico Bonifacio. Più incisivi sono i versi 11-12:

“Vuolsi nell’alto là, dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo”

che vanno letti accanto all’accusa che Niccolò III rivolge a Bonifacio, nella 3° bolgia (XIX vv. 56-57) di aver ingannato la chiesa (la bella donna):

“…non temesti torre a inganno
la bella donna, e di poi farne strazio”.


L’ultima terzina, vv. 13-15, con Pluto che stramazza:

Quali dal vento le gonfiate vele
Caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.


allude a quel che si raccontava sulla fine di questo papa che, dopo una vita di grandiosità e magnificenze, straziato dal rimorso, si sarebbe fracassato la testa contro la parete o, secondo altri, si mordeva le mani, come un cane (v.9: consuma dentro te con la tua rabbia).
I nemici di papa Bonifacio portavano in giro una pretesa profezia del suo predecessore Celestino V e che lo riguardava “Intrabit ut vulpes, regnabit ut leo, morietur ut canis”, "Entrerà come volpe, regnerà come leone, morirà come cane". Vera o non vera, la ritroviamo tutta nel Bonifacio dei versi strani qui sopra commentati.

Traduzione delle parole di Nembrotto - Canto XXXI
Pluto, Niccolo III e Nembrotto, in successione logica, definiscono Bonifacio VIII, con i loro relativi caratteri: la cupidigia, la simonia, la superbia. Dante li ha distanziati in modo simmetrico: vi sono dodici canti tra ognuno di loro. Ciò può interessare chi si interessa alla numeristica dantesca. Sono anch’io convinto che, ai numeri e al loro misticismo, Dante ci credeva, quanto ci credevano gli autori delle apocalissi, i padri e i dottori della Chiesa. Ormai, Virgilio e Dante non sono più nell’inferno del fuoco e dei fumi ardenti. Il suono spaventoso d’un alto corno, mentre passano l’argine delle bolge, senza alcun sermone, apre il loro sguardo, su nuovi incerti scenari, nel crepuscolo gelido e le nebbie del IX cerchio, tanto da ingannare la vista e il giudizio di Dante: “Tu vedrai ben…….quanto il senso s’inganna di lontano”, lo ammonisce Virgilio, e lo prepara a cogliere il senso d’un nuovo spettacolo: “acciocché il fatto men ti paia strano”.
A noi come a Dante, l’immagine sfumata delle torri lontane e quella dei giganti incatenati nel pozzo, lascia un’impressione d’esilio e di prigionia, come d’una nuova biblica cattività, quella della brumosa Avignone, ed i cui artefici, come nuovi titani, erano i grandi della politica di quel tempo, a cui bene s’addicono i vv. 55-57 dello stesso canto

chè dove l’argomento della mente
si giunge al mal volere e alla possa
nessun riparo vi può far la gente.


La descrizione di Nembrotto è fatta ad arte per non lasciare dubbi sul tipo di personaggio che raffigura. L’enorme sua faccia paragonata alla pigna di bronzo (che prima di Dante ornava il mausoleo di Adriano imperatore e che, ai tempi del poeta era in San Pietro), è una chiara allusione sia al potere temporale, introdotto nella Chiesa, l’ecclesia imperialis di Bonifacio VIII, sia alla notevole stazza fisica di papa Caetani.

La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l’altre ossa.


Dopo questo primo abbozzo che pone il personaggio tra il sacro e il profano, Dante ne precisa il contesto storico:

sì che la ripa, ch’era perizoma
dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giungere a la chioma
tre Frisòn s’averian dato mal vanto:
però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
dal loco in giù dov’omo affibbia ‘l manto.


Dante qui allude alla potenza diplomatica di papa Bonifacio, al tempo in cui il trono di germania era conteso tra Adolfo di Nassau e il terribile Alberto d’Asburgo, con l’entrata in campo del re d’Inghilterra Eduardo Ie quello di Francia Filippo il Bello. Quella era la prima seria grana che il nord regalava a papa Caetani, andato a mediare tra quei quattro sovrani del suo tempo, ch’era anche quello di Dante: La mediazione accettata non in quanto egli fosse capo della cristianità, si risolse, nondimeno, con la riaffermazione proclamata il 27-6-1298, della prerogativa che Cristo avrebbe accordato alla Chiesa: “….libero fidelibus populis praeesse domino…” e che assoggettava l’autorità imperiale a quella pontificia.
Nembrotto è ormai definito nel suo carattere allegorico e le parole poste sulla sua fiera bocca, sono il grido del vicario infedele, cui "non si convenian più dolci salmi” e che proclama la propria condanna con un verso di puro arabo classico, trascritto in lettere latine secondo il metodo usato nel suo tempo: la consonante laringale schiacciata (‘ayn) trascritta colla vocale (a) e la consonante occlusiva gutturale (qaf) trascritta con (ch)

R a p h è l m a y a m è c h z a b i a a l m ì

In arabo:
رفل مائ عمق الزبية ألمي

Faccio notare che questo verso non è ugualmente trascritto nei diversi codici danteschi. Ciò nonostante, le varianti in apostrofi o accenti, non ne alterano il significato che qui traduciamo:

la melma dell’acqua del fondo del pozzo è la mia pena

Analisi delle parole e trascrizione moderna:
Raphel = rafal: resto, segno (dell’acqua), melma
Ma’i: dell’acqua
Amech = ‘amq del fondo
Zabìa = zabya o anche giabya: pozzo per catturare le belve, serbatoio.
In questo secondo significato questa parola è ancora usata in Calabria e Sicilia, nel gergo agricolo.
almi = alm-i la mia pena (dolore, condanna)
Questo verso di Dante, per i grammatici arabi è una semplice frase nominale. Ma Dante conosceva l’arabo? E’ un argomento che non possiamo eludere. Vi ci ritorneremo in seguito. Credo che a ritardare l’interpretazione di questo verso e di quello di Pluto, sia stato il pregiudizio viscerale durato sette secoli e ancora strenuamente sentito in Italia, dell’occidentalità esclusiva di Dante, quasi a collocarlo al di fuori del suo tempo, in cui nuovi flussi culturali, originati in oriente, entravano e maturavano già in casa nostra, da secoli. Certo è che un siffatto personaggio, poeta tutto italico, acquattato nelle nostre frontiere, non è quel Dante che dice di se stesso:

“Nos autem, cui mundus est patria velut piscibus equor…”
(De Vulgari Eloquentia I, 6)

Dopo il cedimento del muro delle fonti arabo-islamiche della Divina Commedia, rimane irrisolto un accattivante problema: Chi ha composto questi due versi. Non abbiamo, a che io sappia, testimonianze in favore di una sua qualche conoscenza di quell’idioma, o di un suo qualsiasi interesse verso di esso. Rimane la possibilità teorica che Dante sia ricorso a qualche arabista o addirittura ad un arabo. E’ un ipotesi quanto mai improbabile, perché qui non abbiamo solo due frasi arabe, anche se di semplice costrutto grammaticale, ma due endecasillabi, il primo dei quali è leggibile nel suo significato arabo ed in quello delle sue assonanze italiane, come in logica successione, uno sviluppo dello stesso pensiero. Il secondo nasconde un anagramma, in italiano, esplicativo del verso arabo:

“Ahimè che mal parmi la zabya”

Gli anagrammi in Dante, sono disposti come dei picchetti in punti critici e si rivelano sempre risolutivi, come quelli che abbiamo già menzionati e quelli che sciolgono le allegorie di altri guardiani dell’inferno. Oltre a Pluto e di cui tratteremo a parte. Come già le parole di Pluto, anche quelle di Nembrotto sono seguite da anagramma, oltre quello celato sotto le stesso verso arabo e che abbiamo appena menzionato.
Il verso 68

“Cominciò a gridar la fiera bocca”

si trasforma nel seguente anagramma:

“Com’a gridar Bonifacio l’ira ceca”

I due versi che sguono rispettivamente alle parole di Pluto e a quelle di Nembrotto, hanno inizio con il medesimo verbo: “cominciò” ed è con lo stesso avverbio che iniziano i loro anagrammi: “come”.
Alle quattro terzine dedicate ad abbozzarci il mostro scultoreo, con i sottintesi richiami alla Roma imperiale e papale , fanno seguito le parole con le quali Virgilio lo apostrofa e che, mettendo in più chiara evidenza il personaggio, ne precisa meglio il simbolismo:

………………anima sciocca,
tienti col corno e con quel ti disfoga,
quand’ira od altra passion ti tocca!


Dante come i suoi contemporanei conoscevano il temperamento collerico di Bonifacio (vedi l’ira ceca dell’anagramma) e la sua passione per il potere e le ricchezze, ma il “tienti col corno” è un richiamo preciso all’accusa che gli si volgeva di aver brigato per convincere Celestino V a dimettersi dalla cattedra di San Pietro per succedergli, fino al punto di fargli suonare di notte, un alto suon di liofante, come fosse un invito dal cielo a dimettersi. Questa voce “puzza di favola”, dice il Muratori che la riferisce negli “Annali 1294”. Favola o no, essa è servita a Dante, per stabilire un altro suggestivo paragone tra un Nembrotto, anima sciocca per le sue proteste contro il cielo, soffiate nel corno, e un Bonifacio che, con lo stesso strumento, invia messaggi, quasi fossero voce di Dio.
Nella terzina che segue, vv. 73-75, Dante si accanisce a precisare la sua allegoria:

Cercati al collo e troverai la soga
che il tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che il gran petto ti doga.


Sono i versi con i quali Dante porta a termine, con pungente sarcasmo, il mezzo busto di Nembrotto. La pigna fa pensare alla sagoma d’una testa coperta da tiara pontificia, la soga ch’è una correggia attorno al collo del gigante e che tiene il corno appeso a mo’ di doga, sul suo petto largo, suggerisce l’immagine della striscia che orla e affibbia il pluviale al collo del pontefice, scendendo poi come doga, sulle pieghe del camice, formando così una croce.
La pigna, la soga, la doga e il corno, sono il contrappasso infernale dei sacri simboli, profanati da più d’un pontefice indegno e che vediamo immortalati nelle sculture dei loro busti.
Le due ultima terzine di quest’episodio sono le più importanti, per cogliere il senso del rapporto che Dante stabilisce tra Nembrotto e Bonifacio. Esse mettono in rilievo, verso dopo verso, le ragioni profonde delle accuse contro il papa, il gran nemico. Vv 76-81:

Poi disse a me:- Egli stesso s’accusa;
Questi è Nembrotto, per lo cui mal coto,
Pure un linguaggio nel mondo non s’usa


Il gigante col corno è il Nemrod biblico (Gen. X, 8-12): “il primo ad esercitare il potere sopra la terra”, gran cacciatore e costruttore di città. Non è certo, nella Bibbia, un personaggio storico di primo piano e Dante non avrebbe sprecato per lui tante terzine, se la mitologia orientale, facendone il simbolo dell’orgoglio e delle divisioni, non gli avesse fornito il personaggio ideale per incarnare l’allegoria di Bonifacio VIII. Il male di cui Nembrotto è l’artefice , la torre di Babele, leggenda d’una fuga dall’umana condizione, in una scalata orgogliosa, alla conquista del cielo, è l’immagine del male che commise Bonifacio per la sua ascesa al Pontificato, con l’arroganza e l’inganno.
E’ quanto Dante esprime con l’anagramma del v. 77 (Questi è Nembrotto per lo cui mal coto):

Come il tuo per tromb’ a Celeste quinto


Da notare che il nome biblico Nemrod, nella Commedia è Nembrotto, anagramma di trombone, ch’è un richiamo sarcastico alle dicerie che circolavano.
Prima di spostare la carrellata sulle altre scene del cammino lungo il pozzo, Dante fa ancora parlare Virgilio, l’umana ragione, per spiegare le conseguenze universali di quell’insensato orgoglio: la confusione dei linguaggi. La stessa visione mondiale del danno, Dante l’esprimerà nella 3a cantica, sempre alludendo ad un pontefice, quel Silvestro I che aveva accettato la donazione di Costantino, fatta “sotto buona intenzion…… avvegna che sia il mondo indi distrutto” (vv. 55-60).
Nembrotto, protagonista della lotta contro Dio, alla stregua dei titani, che troveremo prigionieri nella stessa fossa, è proprio in quanto attore di quella leggendaria confusione dei linguaggi, che per Dante è figura di Bonifacio. Il parallelo ch’egli stabilisce tra il mito di Nemrod e il vicario di Cristo, vuole innanzi tutto affermare quanto dannosa sia per l’umanità, l’abusiva assunzione dei due ruoli, l’imperiale e lo spirituale, da parte dei papi, reclamata da Bonifacio come prerogativa accordata da Cristo alla Chiesa. La confusione delle lingue, male universale, è dunque la dualità di linguaggio tra il messaggio genuino di Cristo e quello adulterato trasmesso al mondo dai suoi vicari in terra, causa di divisione, lacerazione e incomprensione nella sua Chiesa e nel mondo. E’ una visione apocalittica, senza speranza:

“lasciamlo stare, e non parliamo a voto;
chè così è a lui ciascun linguaggio,
come il suo ad altrui, ch’a nullo è noto.

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