"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

domenica 17 maggio 2015

René Guénon Introduzione generale allo studio delle dottrine indù II. I modi generali del pensiero orientale 10. La realizzazione metafisica

René Guénon
Introduzione generale allo studio delle dottrine indù

II. I modi generali del pensiero orientale
10. La realizzazione metafisica

Indicando i caratteri essenziali della metafisica abbiamo detto che essa è una conoscenza intuitiva, vale a dire immediata, che quindi si oppone alla conoscenza discorsiva e mediata dell’ordine razionale. L’intuizione intellettuale è anzi ancor più immediata dell’intuizione sensibile, perché è al di là della distinzione di soggetto e oggetto che quest’ultima conserva; essa è il veicolo della conoscenza e insieme la conoscenza stessa, e in essa il soggetto e l’oggetto, si unificano e si identificano.
D’altra parte ogni conoscenza merita veramente questo nome solo in quanto produce una identificazione simile, che, però, in tutti gli altri casi rimane incompleta e imperfetta; in altri termini, non è vera conoscenza se non quella che partecipa in misura più o meno completa della natura della conoscenza intellettuale pura, che è la conoscenza per antonomasia. Ogni altra conoscenza, essendo più o meno indiretta, non ha insomma che un valore simbolico o rappresentativo; non è vera ed effettiva conoscenza se non quella che ci permette di penetrare la natura stessa delle cose, e se questo può già parzialmente avvenire nei gradi inferiori della conoscenza, solo nella conoscenza metafisica essa è pienamente e interamente realizzabile.
La conseguenza immediata di ciò è che conoscere ed essere sono in fondo un’unica e stessa cosa; si può dire che rappresentano due aspetti inseparabili di un’unica realtà, aspetti che non si possono neppure più distinguere realmente là dove tutto è «senza dualità». È quanto basta a rendere completamente inani tutte le «teorie della conoscenza» con pretese pseudo-metafisiche, che occupano un posto così importante nella filosofia occidentale moderna e anzi talvolta tendono, come ad esempio in Kant, ad assorbire tutto il resto o almeno a subordinarlo a sé; l’unica ragione d’essere di teorie siffatte risiede in un atteggiamento comune a quasi tutti i filosofi moderni, e del resto originato dal dualismo cartesiano, atteggiamento che consiste nell’opporre artificialmente il conoscere all’essere, con ciò negando ogni vera metafisica. Questa filosofia giunge così a sostituire la «teoria della conoscenza» alla conoscenza stessa, e vi è qui, per parte sua, una vera confessione di impotenza; in proposito, niente è più tipico della seguente affermazione di Kant: «La maggiore e forse l’unica utilità di ogni filosofia della ragion pura è, dopo tutto, esclusivamente negativa, poiché essa è, non già uno strumento per ampliare la conoscenza, bensì una disciplina per limitarla»[1]. Forse che simili parole non si riducono semplicemente ad affermare che l’unica pretesa dei filosofi deve essere quella di imporre a tutti gli angusti confini del loro intelletto? D’altronde è questo l’inevitabile risultato dello schematismo che è, lo ribadiamo, antimetafisico al massimo grado.
La metafisica afferma l’identità fondamentale del conoscere e dell’essere, che solo coloro che ignorano i suoi principi più elementari possono mettere in dubbio; e poiché tale identità è per sua essenza inerente alla natura stessa dell’intuizione intellettuale, essa non soltanto l’afferma, ma la realizza. Questo è vero almeno per la metafisica integrale; ma bisogna aggiungere che tutto ciò che di metafisico si è avuto in Occidente, sotto questo riguardo, sembra essere rimasto sempre incompleto. Eppure Aristotele formulò nettamente in linea di principio l’identificazione per mezzo della conoscenza, dichiarando espressamente che «l’anima è tutto ciò che conosce»[2]; ma sembra che né lui né i suoi continuatori abbiano mai attribuito a tale affermazione il suo reale valore, traendone tutte le conseguenze che essa comporta, sicché per loro rimase un che di puramente teorico. È certo meglio di niente, ma ancora non basta, e questa metafisica occidentale ci sembra due volte incompleta: lo è già teoricamente, in quanto non si spinge oltre l’essere, come abbiamo spiegato prima, e d’altra parte considera le cose, nella misura in cui le considera, in modo soltanto teorico; la teoria, vi si afferma, basta a se stessa e costituisce il proprio fine, mentre invece, normalmente, dovrebbe essere solo una preparazione, del resto indispensabile, in vista di una corrispondente realizzazione.
Occorre fare qui un’osservazione sul modo in cui usiamo il termine «teoria»: etimologicamente il suo significato primo è quello di «contemplazione», e se così fosse inteso si potrebbe dire che l’intera metafisica, con la realizzazione che implica, è la «teoria» per eccellenza; sennonché l’uso ha attribuito alla parola un’accezione alquanto diversa, e soprattutto assai più ristretta. Innanzitutto è invalsa l’abitudine di opporre «teoria» a «pratica», e nel suo significato primitivo tale opposizione, essendo propria della contemplazione e dell’azione, sarebbe ancora giustificata, poiché la metafisica è essenzialmente oltre il campo dell’azione, che è proprio delle contingenze individuali; ma la mente occidentale, volta quasi solo all’azione e incapace di concepire una realizzazione all’infuori di essa, è giunta a opporre genericamente teoria a realizzazione. Di fatto, dunque, accettiamo quest’ultima opposizione per non allontanarci dall’uso acquisito e per evitare le confusioni che potrebbero insorgere quando si separano le parole dal senso che, a torto o a ragione, si è abituati ad attribuire loro; tuttavia non giungeremo al punto di definire «pratica» la realizzazione metafisica, perché questa parola è rimasta inseparabile, nel linguaggio corrente, dall’idea d’azione che esprimeva in origine e che non può in alcun modo applicarsi qui.
In ogni dottrina che sia metafisicamente completa, come lo sono le dottrine orientali, la teoria è sempre accompagnata o seguita da una realizzazione effettiva, della quale essa non è che la base necessaria: nessuna realizzazione può essere affrontata senza una sufficiente preparazione teorica, ma l’intera teoria è ordinata in vista della realizzazione, come il mezzo in vista del fine, e questa prospettiva è supposta, almeno implicitamente, persino nell’espressione esteriore della dottrina. D’altra parte la realizzazione effettiva può avere, oltre che la preparazione teorica e dopo di essa, altri mezzi di un ordine molto diverso, ma che a loro volta sono destinati a fornirle esclusivamente un supporto o un punto di partenza, mezzi che insomma hanno una semplice funzione di «coadiuvanti», qualunque sia peraltro la loro importanza di fatto: è questa, in modo particolare, la ragione d’essere dei riti che hanno un carattere e una portata propriamente metafisici, di cui abbiamo segnalato l’esistenza. Tuttavia, a differenza della preparazione teorica, tali riti non vengono mai considerati mezzi indispensabili; sono accessori e non essenziali, e la tradizione indù, dove comunque hanno un posto importante, è affatto esplicita al riguardo; ma nondimeno, per la loro efficacia propria, possono facilitare molto la realizzazione metafisica, vale a dire la trasformazione di quella conoscenza virtuale, che è la semplice teoria, in conoscenza effettiva.
Certo queste considerazioni possono sembrare quanto mai strane a degli occidentali, che non hanno mai neppure considerato la possibilità di qualcosa del genere; eppure, a dire il vero, in Occidente si potrebbe trovare in ciò che chiameremo la realizzazione mistica un’analogia parziale, sebbene abbastanza lontana, con la realizzazione metafisica. Intendiamo dire che negli stati mistici, nel senso teologico della parola, c’è alcunché di effettivo, che fa di essi qualcosa di più di una conoscenza puramente teorica, benché una realizzazione di questo ordine sia sempre forzatamente limitata. Non uscendo dal modo propriamente religioso non si esce neppure dall’ambito individuale; gli stati mistici non hanno nulla di sovraindividuale, non implicano che un’estensione più o meno indefinita delle sole possibilità individuali, le quali del resto vanno incomparabilmente più lontano di quanto generalmente non si pensi e soprattutto di quanto gli psicologi non siano in grado di concepire, pur con tutto quel che si sforzano di includere nel loro «subcosciente». Questa realizzazione non può avere una portata universale o metafisica, e resta sempre soggetta all’influenza di elementi individuali, principalmente di ordine sentimentale; è questo il carattere stesso del punto di vista religioso, ma qui ancor più accentuato che altrove, come abbiamo già fatto notare, ed è anche al tempo stesso quel che conferisce agli stati mistici l’aspetto di «passività» abbastanza generalmente riconosciuto, senza contare che la confusione dei due ordini intellettuale e sentimentale genera spesso illusioni. Infine è necessario notare che questa realizzazione, sempre frammentaria e raramente ordinata, non suppone una preparazione teorica: i riti religiosi vi hanno quella funzione di «coadiuvanti» che altrove hanno i riti metafisici, ma essa è di per sé indipendente dalla teoria religiosa rappresentata dalla teologia; ciò non impedisce che i mistici in possesso di qualche nozione teologica si risparmino, a differenza di quelli che ne sono privi, molti errori e siano più capaci di controllare in una certa misura la propria immaginazione e sentimentalità. Così com’è, la realizzazione mistica, o realizzazione in modo religioso, pur con le sue limitazioni fondamentali, è la sola che sia conosciuta nel mondo occidentale; e possiamo ancora dire, come poco fa, che è senz’altro meglio di niente, quantunque sia ancora lontanissima dalla vera realizzazione metafisica.
Abbiamo voluto precisare questo punto di vista della realizzazione metafisica perché è essenziale al pensiero orientale, e peraltro comune alle tre grandi civiltà di cui abbiamo parlato. Non vogliamo però dilungarci troppo in questa trattazione, la quale deve necessariamente rimanere piuttosto elementare; lo esamineremo dunque, per quanto concerne specialmente l’India, solo in quanto sarà strettamente indispensabile, perché questo punto di vista è probabilmente il più difficile da capire per la maggioranza degli occidentali. Inoltre bisogna dire che, se la teoria si può sempre esporre senza riserve, o almeno con la sola riserva di quanto è veramente inesprimibile, non così avviene per quel che riguarda la realizzazione.


[1] Kritik der reinen Vernunft, ed. Hartenstein, p. 256.


[2] De anima.

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