"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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sabato 27 gennaio 2018

101 Storie Zen, Nyogen Senzaki e Paul Reps (a cura di)

101 Storie Zen
A cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps

1. Una tazza di tè.

Nan-in, un maestro giapponese dell'era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «E' ricolma. Non ce n'entra più!».
«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».


2. Trovare un diamante su una strada fangosa.

Gudo era l'insegnante dell'imperatore del suo tempo. Però viaggiava sempre da solo come un mendicante girovago. Una volta, mentre era in cammino verso Edo, il centro culturale e politico del shogunato, si trovò nei pressi di un piccolo villaggio chiamato Takenaka. Era sera e pioveva a dirotto. Gudo era bagnato fradicio. I suoi sandali di paglia erano a pezzi. In una casa colonica vicino al villaggio vide quattro o cinque paia di sandali su un davanzale e decise di comprarne un paio.
La donna che gli vendette i sandali, vedendolo così bagnato, lo invitò a passare la notte lì in casa. Gudo accettò con molti ringraziamenti. Entrò e recitò un sutra davanti al reliquiario della famiglia. Poi la donna lo presentò a sua madre e ai suoi figli. Notando che avevano tutti un'aria afflitta, Gudo domandò se fosse accaduta qualche disgrazia.
«Mio marito gioca d'azzardo ed è un beone» gli spiegò la padrona di casa. «Quando gli capita di vincere si ubriaca e diventa manesco. Quando perde si fa prestare i soldi dagli altri. A volte, quando è ubriaco fradicio, non rincasa nemmeno. Che posso fare?».
«Lo aiuterò io» disse Gudo. «Ecco un po' di denaro. Procurami un gallone di vino buono e qualcosa di stuzzicante da mangiare. Poi andatevene a dormire. Io resterò in meditazione davanti al reliquiario».
Quando, intorno alla mezzanotte, il marito della donna rincasò completamente ubriaco, si mise a berciare: «Ehi, moglie, io sono a casa. Non c'è niente da mangiare?».
«Qualcosa ce l'ho io» disse Gudo. «Sono stato sorpreso dalla pioggia, e tua moglie mi ha gentilmente invitato a passare qui la notte. Per ringraziarla ho comprato del pesce e un po' di vino, sicché puoi gustarne anche tu». L'uomo fu tutto contento. Bevve subito il vino e si sdraiò sul pavimento. Gudo rimase in meditazione accanto a lui.
Quando il marito si svegliò la mattina dopo, non ricordava più nulla della sera prima. «Chi sei? Di dove vieni?» domandò a Gudo che stava ancora meditando.
«Sono Gudo di Kyoto e sto andando a Edo» rispose il maestro di Zen.
L'uomo provò un'immensa vergogna. Non la finiva più di scusarsi con l'insegnante del suo imperatore.
Gudo sorrise. «In questa vita tutto è instabile» spiegò. «La vita è brevissima. Se tu continui a giocare e a bere, non ti resterà il tempo di fare altro, e farai soffrire anche la tua famiglia».
Fu come se la coscienza del marito si ridestasse da un sogno. «Come potrò mai compensarti di questo meraviglioso ammaestramento? Lascia che ti accompagni e che porti la tua roba per un pezzo di strada».
«Come vuoi» acconsentì Gudo.
I due si misero in cammino. Dopo tre miglia Gudo disse all'uomo di tornare indietro. «Altre cinque miglia soltanto» lo pregò quello. Continuarono a camminare.
«Ora puoi tornare indietro» disse Gudo.
«Faccio ancora dieci miglia» rispose l'uomo.
«Adesso torna indietro» disse Gudo quando ebbero percorso le dieci miglia.
«Voglio seguirti per tutto il resto della mia vita» dichiarò l'uomo.
In Giappone, gli odierni insegnanti di Zen discendono da un famoso maestro che fu il successore di Gudo. Il suo nome era Mu-nan, l'uomo che non tornò mai indietro.

3. Ah sì?

Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita.
Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta.
La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l'uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin.
I genitori furibondi andarono dal maestro. «Ah sì?» disse lui come tutta risposta.
Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo.
Dopo un anno la ragazza madre non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.
La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino.
Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quel che disse fu: «Ah sì?».

4. Obbedienza.

Le lezioni del maestro Bankei non erano frequentate solo dagli studenti di Zen ma anche da persone di ogni ceto e di ogni setta. Lui non citava i sutra né si dilungava in dissertazioni dottrinali. Al contrario, le parole gli uscivano direttamente dal cuore e raggiungevano il cuore di chi lo ascoltava.
Che lui avesse un pubblico tanto numeroso fece infuriare un prete della setta Nichiren, perché tutti i suoi seguaci lo avevano abbandonato per andare a sentire lo Zen. L'egocentrico prete Nichiren si recò al tempio, risoluto ad avere un contraddittorio con Bankei.
«Ehi, insegnante di Zen!» gridò. «Aspetta un momento. Chi ti rispetta obbedirà a quello che dici, ma un uomo come me non ti rispetta. Puoi convincermi ad obbedirti?».
«Vieni qui accanto a me e te ne darò la prova» disse Bankei.
Con aria altera, il prete si fece largo in mezzo alla folla e si avvicinò all'insegnante.
Bankei sorrise. «Vieni qui alla mia sinistra» Il prete obbedì.
«No,» disse Bankei «parleremo meglio se ti metti alla mia destra. Vieni da quest'altra parte».
Con aria sprezzante il prete passò dall'altra parte.
«Come vedi,» osservò Bankei «tu mi stai obbedendo, e io trovo che sei veramente gentile. Ora siediti e ascolta».

5. Se ami, ama apertamente.

Venti monaci e una monaca, che si chiamava Eshun, facevano esercizio di meditazione con un certo maestro di Zen.
Nonostante la sua testa rapata e il suo abito dimesso, Eshun era molto carina. Diversi monaci si innamorarono segretamente di lei. Uno di questi le scrisse una lettera d'amore, insistendo per vederla da sola.
Eshun non rispose. Il giorno dopo il maestro fece lezione ai suoi discepoli, e alla fine della conferenza Eshun si alzò. Rivolgendosi a quello che le aveva scritto, disse: «Se veramente mi ami tanto, vieni qui e prendimi subito tra le tue braccia».

6. Nessuna pietà.

In Cina c'era una vecchia che da oltre venti anni manteneva un monaco. Gli aveva costruito una piccola capanna e gli dava da mangiare mentre lui meditava. Un bel giorno si domandò quali progressi egli avesse fatti in tutto quel tempo.
Per scoprirlo, si fece aiutare da una ragazza piena di desiderio. «Va' da lui e abbraccialo,» le disse «e poi domandagli di punto in bianco: "E adesso?"».
La ragazza andò dal monaco e senza tante storie cominciò ad accarezzarlo, domandandogli che cosa si proponesse di fare con lei.
«Un vecchio albero cresce su una roccia fredda nel cuore dell'inverno» rispose il monaco non senza un certo lirismo. «Non c'è più calore in nessun luogo».
La ragazza andò a riferire alla vecchia quel che lui le aveva detto.
«E pensare che ho mantenuto quell'individuo per vent'annil» proruppe la vecchia indignata. «Non ha dimostrato la minima considerazione per i tuoi bisogni, non si è nemmeno provato a capire la tua situazione. Non era necessario che rispondesse alla passione, ma avrebbe dovuto almeno dimostrare una certa pietà».
Andò senza indugio alla capanna del monaco vi appiccò il fuoco e la distrusse.

7. Annuncio.

Nel suo ultimo giorno di vita Tanzan scrisse sessanta cartoline postali e incaricò un suo assistente di impostarle. Poi morì.
Sulle cartoline c'era scritto:

Sto per andarmene da questo mondo.
Questo è il mio ultimo annuncio.

Tanzan
27 luglio 1892.

8. Grandi Onde.

All'inizio dell'era Meiji viveva un famoso lottatore che si chiamava O-nami, Grandi Onde. O-nami era fortissimo e conosceva l'arte della lotta. Quando gareggiava in privato, vinceva persino il suo maestro, ma in pubblico era così timido che riuscivano a batterlo anche i suoi allievi.
O-nami capì che doveva farsi aiutare da un maestro di Zen. In un piccolo tempio poco lontano soggiornava temporaneamente Haku ju, un insegnante girovago. O-nami andò a trovarlo e gli spiegò il suo guaio.
«Tu ti chiami Grandi Onde,» gli disse l'insegnante «perciò stanotte rimani in questo tempio. Immaginati di essere quei marosi. Non sei più un lottatore che ha paura. Tu sei quelle ondate enormi che spazzano via tutto davanti a loro, distruggendo qualunque cosa incontrino. Fa' così, e sarai il più grande lottatore del paese».
L'insegnante lo lasciò solo. O-nami rimase in meditazione, cercando di immaginare se stesso come onde. Pensava alle cose più disparate. Poi, gradualmente, si soffermava sempre più spesso sulla sensazione delle onde. Man mano che la notte avanzava le onde si facevano più grosse. Spazzarono via i fiori coi loro vasi. Sommersero perfino il Buddha nella sua cappella. Prima dell'alba il tempio non era più che il continuo fluire e rifluire di un mare immenso.
Al mattino l'insegnante trovò O-nami assorto in meditazione, con un lieve sorriso sul volto. Gli batté sulla spalla. «Ora niente potrà più turbarti» gli disse. «Tu sei quelle onde. Travolgerai tutto ciò che ti trovi davanti».
Quel giorno stesso O-nami partecipò alle gare di lotta e vinse. E da allora, nessuno in Giappone riuscì più a batterlo.

9. Non si può rubare la luna.

Ryokan, un maestro di Zen, viveva nella più assoluta semplicità in una piccola capanna ai piedi di una montagna. Una sera un ladro entrò nella capanna e fece la scoperta che non c'era proprio niente da rubare.
Ryokan tornò e lo sorprese. «Forse hai fatto un bel pezzo di strada per venirmi a trovare,» disse al ladro «e non devi andartene a mani vuote. Fammi la cortesia, accetta i miei vestiti in regalo».
Il ladro rimase sbalordito. Prese i vestiti e se la svignò.
Ryokan si sedette, nudo, a contemplare la luna. «Pover'uomo,» pensò «avrei voluto potergli dare questa bella luna».

10. L'ultima poesia di Hoshin.

Il maestro di Zen Hoshin visse in Cina per molti anni. Poi tornò nella parte nord-orientale del Giappone, dove si mise a insegnare ai suoi discepoli. Quando era ormai molto vecchio, raccontò agli allievi una storia che aveva sentita in Cina. Ecco la storia:

Il venticinque dicembre di un certo anno Tokufu, che era molto vecchio, disse ai suoi discepoli: «Poiché l'anno prossimo non sarò più vivo, dovreste trattarmi bene quest'anno».
Gli allievi pensarono che stesse scherzando, ma dato che era un insegnante di gran cuore, nei restanti giorni di quella fine d'anno tutti loro, a turno, lo invitarono a un gran pranzo.
Alla vigilia del nuovo anno, Tokufu concluse: «Siete stati buoni con me. Io vi lascerò domani pomeriggio quando avrà smesso di nevicare».
I discepoli risero pensando che la vecchiaia lo facesse sragionare, perché era una serata limpida e senza neve. Ma a mezzanotte cominciò a nevicare, e l'indomani nessuno riusciva a trovare il maestro. Andarono tutti nella sala di meditazione. Il maestro era spirato là.

Hoshin, che aveva raccontato questa storia, disse ai discepoli: «Non è necessario che un maestro di Zen preannunci la propria morte, ma se veramente lo desidera, può farlo».
«Tu puoi farlo?» domandò qualcuno.
«Sì» rispose Hoshin. «Tra sette giorni vi mostrerò quello che posso fare».
Nessuno dei discepoli gli credette, e quando Hoshin tornò a riunirli, la maggior parte di loro aveva persino dimenticato quel discorso.
«Sette giorni fa» cominciò il maestro «ho detto che stavo per lasciarvi. E' d'uso scrivere una poesia di commiato, ma io non sono né poeta né calligrafo. Che uno di voi scriva le mie ultime parole».
I discepoli pensarono che scherzasse, ma uno di loro si preparò a scrivere.
«Sei pronto?» domandò Hoshin.
«Sì, signore» rispose il giovane.
Allora Hoshin dettò:

Io venni dallo splendore
E torno allo splendore.
Cos'è questo?

La poesia mancava di un verso rispetto ai quattro tradizionali, e il discepolo disse: «Maestro, ci manca un verso».
Col ruggito di un leone vittorioso, Hoshin gridò: «Kaa!» ed era morto.

11. La storia di Shunkai.

La bellissima Shunkai, nota anche col nome di Suzu, fu costretta ancora molto giovane a sposarsi contro la propria volontà. Più tardi, quando questo matrimonio ebbe fine, frequentò l'università, dove seguì gli studi di filosofia.
Vedere Shunkai significava innamorarsene. E per giunta anche lei, dovunque andasse, si innamorava di qualcuno. All'università, l'amore la circondava, e più tardi, quando la filosofia non le bastò più e lei andò in un tempio per imparare lo Zen, gli studenti si innamoravano sempre di lei. L'intera vita di Shunkai era impregnata di amore.
Finalmente, a Kyoto, diventò una vera studentessa di Zen. I suoi confratelli del tempio succursale di Kennin decantavano la sua sincerità. Uno di questi scoprì la propria affinità spirituale con lei e la aiutò a capire a fondo lo Zen.
L'abate di Kennin, Mokurai, Tuono Silenzioso, era molto severo. Poiché lui si atteneva alle regole, si aspettava che i suoi preti facessero altrettanto. Nel Giappone di oggi, tutto lo zelo per il Buddhismo che questi preti hanno perso pare l'abbiano acquistato nel prender moglie. Quando Mokurai trovava queste donne in uno dei suoi templi, le cacciava via a colpi di granata, ma più mogli buttava fuori e più ne venivano.
Nel tempio di cui parliamo, la moglie del prete principale si ingelosì del fervore e della bellezza di Shunkai. Sentir decantare dagli studenti la serietà del suo Zen dava a questa moglie delle vere crisi di furore. Finì che costei mise in giro delle chiacchiere su Shunkai e sul giovanotto che le era amico. Col risultato che lui fu espulso e Shunkai fu trasferita altrove.
«Io avrò commesso un peccato d'amore,» pensò Shunkai «ma nel tempio non ci resta nemmeno la moglie del prete, se il mio amico deve subire un trattamento così ingiusto».
Quella stessa notte, con un bidone di petrolio, Shunkai diede fuoco al tempio, antico di cinque secoli, e lo distrusse sino alle fondamenta. La mattina dopo la polizia l'arrestò.
Un giovane avvocato s'interessò del suo caso e si prodigò per farle avere una condanna mite. «Non mi aiuti» gli disse lei. «Potrei decidere di fare qualche altra cosa che mi riporterebbe diritta in prigione».
Infine, dopo avere scontato sette anni di carcere, Shunkai lasciò la prigione, dove anche il carceriere sessantenne si era innamorato di lei.
Ma ora tutti la guardavano come un «avanzo di galera». Nessuno voleva avvicinarla. La scansavano perfino gli adepti dello Zen, che dovrebbero credere nell'Illuminazione in questa vita e con questo corpo. Shunkai scoprì che lo Zen e i seguaci dello Zen erano due cose diverse. I suoi parenti non volevano più saperne di lei. Era debole e ammalata e cadde in miseria.
Incontrò un prete Shinshu che le insegnò il nome del Buddha dell'Amore, e in questo Shunkai trovò un po' di sollievo e una certa serenità di spirito. Morì che a malapena aveva trent'anni ed era ancora bellissima.
Nel vano tentativo di guadagnarsi il pane, scrisse la propria vita e ne raccontò alcune vicende a una scrittrice. Così il popolo giapponese conobbe la sua storia. Tutti coloro che avevano respinto Shunkai, tutti coloro che l'avevano calunniata e odiata, ora leggevano la storia della sua vita con lacrime di rimorso.

12. Il cinese felice.

Chi percorra in America le varie Chinatowns, non mancherà di notare la statua di un uomo vigoroso che porta in spalla un sacco di tela. I mercanti cinesi lo chiamano il Cinese Felice o il Buddha che ride.
Questo Hotei visse al tempo della dinastia T'ang. Non aveva alcun desiderio di definirsi maestro di Zen né di radunare molti discepoli intorno a sé. Invece girava per le strade con un grosso sacco di tela pieno di canditi, frutta e frittelle dolci da dare in regalo. E li distribuiva ai bambini che si raccoglievano intorno a lui per giocare. Aveva istituito un giardino d'infanzia della strada.
Ogni volta che incontrava un devoto di Zen gli tendeva la mano dicendo: «Dammi un centesimo, uno solo». E se qualcuno lo pregava di tornare in un tempio e di insegnare, lui ripeteva: «Dammi un centesimo».
Una volta, mentre era intento al suo lavoro-gioco, passò un altro maestro di Zen e gli domandò: «Qual è il significato dello Zen?». Per tutta risposta, Hotei posò immediatamente il sacco a terra. «Allora,» domandò l'altro «qual è l'attuazione dello Zen?». Subito il Cinese Felice si rimise il sacco in spalla e continuò per la sua strada.

13. Un Buddha.

A Tokyo, nell'era Meiji, vivevano due illustri insegnanti molto diversi tra loro. L'uno Unsho, istruttore a Shingon, osservava scrupolosamente i precetti di Buddha. Non beveva mai alcolici, e non mangiava mai dopo le undici del mattino. L'altro insegnante, Tanzan, professore di filosofia all'università imperiale, non osservava nessun precetto. Quando aveva voglia di mangiare mangiava, e quando aveva voglia di dormire durante il giorno dormiva.
Un giorno Unsho fece visita a Tanzan e lo trovò che stava bevendo del vino, che un Buddhista non dovrebbe mai nemmeno assaggiare.
«Salve, fratello» lo salutò Tanzan. «Ne vuoi un bicchiere?».
«Io non bevo mai!» esclamò Unsho solennemente.
«Chi non beve non è neanche umano» disse Tanzan.
«Vorresti dire che sono inumano solo perché non mi concedo bevande alcoliche!» proruppe Unsho incollerito. «Se non sono umano, allora, che cosa sono?».
«Un Buddha» rispose Tanzan.

14. La strada fangosa.

Una volta Tanzan ed Ekido camminavano insieme per una strada fangosa. Pioveva ancora a dirotto.
Dopo una curva, incontrarono una bella ragazza, in chimono e sciarpa di seta, che non poteva attraversare la strada.
«Vieni, ragazza,» disse subito Tanzan. Poi la prese in braccio e la portò oltre le pozzanghere.
Ekido non disse nulla finché quella sera non ebbero raggiunto un tempio dove passare la notte. Allora non poté più trattenersi. «Noi monaci non avviciniamo le donne» disse a Tanzan «e meno che meno quelle giovani e carine. E' pericoloso. Perché l'hai fatto?».
«Io quella ragazza l'ho lasciata laggiù» disse Tanzan. «Tu la stai ancora portando con te?»

15. Shoun e sua madre.

Shoun diventò un insegnante di Zen Soto. Faceva ancora i suoi studi quando gli era morto il padre, lasciando la vecchia madre affidata alle sue cure.
Tutte le volte che andava in una sala di meditazione Shoun portava con sé la madre. Da quando essa lo accompagnava, però, lui nei monasteri non poteva più vivere coi monaci. Sicché le costruiva una casetta e si prendeva cura della madre. Copiava sutra e poesie buddhiste, e in questo modo guadagnava quel poco di che vivere.
Quando Shoun comprava un po' di pesce per la madre, la gente rideva di lui, perché a un monaco è vietato mangiare pesce. Shoun non se ne curava. Ma a sua madre dispiaceva che gli altri ridessero del figlio. E infine disse a Shoun: «Credo che mi farò monaca. Posso diventare vegetariana anch'io». Così fece, e cominciarono a studiare insieme.
Shoun era appassionato di musica ed era un virtuoso dell'arpa, strumento che anche sua madre suonava. Nelle notti di plenilunio avevano l'abitudine di suonare insieme.
Una notte una giovane signora passò davanti alla sua casa e udì la musica. Profondamente commossa, invitò Shoun la sera dopo in casa sua perché suonasse per lei. Shoun accettò l'invito. Dopo qualche giorno incontrò per la strada la giovane signora e la ringraziò della sua ospitalità. Gli altri risero di lui. Era andato in casa di una donna di piacere.
Un giorno Shoun andò a fare una conferenza in un tempio lontano. Tornò a casa dopo qualche mese e trovò che la madre era morta. Gli amici non sapevano dove rintracciarlo, e il funerale si stava celebrando in quel momento.
Shoun si avvicinò e picchiò sulla bara col bastone. «Mamma, tuo figlio è tornato» disse. «Sono contenta di vedere che sei tornato, figlio» rispose Shoun per la madre.
«Sì, sono contento anch'io» disse Shoun. Poi annunciò a quelli che stavano intorno a lui: «La cerimonia funebre è finita. Potete seppellire il corpo».
Quando fu vecchio, Shoun sapeva che la sua fine era prossima. La mattina chiese ai suoi discepoli di radunarsi intorno a lui e disse che sarebbe morto a mezzogiorno. Bruciando incenso davanti ai ritratti di sua madre e del suo vecchio maestro, scrisse una poesia:

Ho vissuto sessant'anni come meglio potevo
Facendo la mia strada in questo mondo.
Ora la pioggia è cessata, le nubi scompaiono,
Il cielo azzurro ha una luna piena.

I suoi discepoli si raccolsero intorno a lui. recitando un sutra, e Shoun spirò durante l'invocazione.

16. Quasi un Buddha.

Uno studente universitario, che era andato a trovare Gasan, gli domandò: «Hai mai letto la Bibbia cristiana?».
«No, leggimela tu» disse Gasan.
Lo studente aprì la Bibbia e lesse da san Matteo: «"E perché ti preoccupi delle vesti? Guarda come crescono i gigli del campo: essi non lavorano e non tessono, eppure io ti dico che nemmeno Salomone in tutta la sua gloria era abbigliato come uno di loro... Perciò non darti pensiero del domani, perché sarà il domani a pensare alle cose..."».
Gasan osservò: «Chiunque abbia detto queste parole, a me sembra un uomo illuminato».
Lo studente continuò a leggere: «"Chiedi e ti sarà dato, cerca e troverai, bussa e ti sarà aperto. Perché colui che chiede riceve, e colui che cerca trova, e a colui che bussa verrà aperto"».
Gasan commentò: «Questo è molto bello. Chiunque l'abbia detto, è quasi un Buddha».

17. Avaro nell'insegnare.

Un giovane medico di Tokyo, un certo Kusuda, incontrò un compagno di università che aveva studiato lo Zen. Il giovane dottore gli domandò che cosa fosse lo Zen.
«Io non posso dirti che cosa sia,» rispose l'amico, «ma una cosa è certa. Se capisci lo Zen, non hai più paura di morire».
«Questo è molto bello» disse Kusuda. «Voglio provarci. Dove posso trovare un insegnante?».
«Va' dal maestro Nan-in» gli disse l'amico.
Così Kusuda andò a trovare Nan-in. E per appurare se l'insegnante avesse a sua volta paura di morire, portò con sé un pugnale lungo una ventina di centimetri.
Quando Nan-in vide Kusuda esclamò: «Salve, amico. Come stai? Non ci vediamo da un pezzo!».
Quest'accoglienza sconcertò Kusuda che rispose: «Noi non ci siamo mai visti».
«E' vero» rispose Nan-in. «Ti ho scambiato per un altro medico che viene a studiare qui da me».
Dato l'esordio, Kusuda perse l'occasione di mettere alla prova il maestro, e così, con riluttanza, gli domandò se poteva prendere lezioni di Zen.
Nan-in disse: «Lo Zen non è una cosa difficile. Se sei medico, tratta i tuoi pazienti con bontà. Lo Zen è questo».
Kusuda andò tre volte da Nan-in. Ogni volta Na-in gli disse la stessa cosa. «Un medico non dovrebbe perdere tempo qui da me. Va' a casa tua e prenditi cura dei tuoi pazienti». Ma Kusuda ancora non capiva come questo insegnamento potesse abolire la paura della morte. E la quarta volta proruppe: «Il mio amico mi aveva detto che quando uno impara lo Zen non ha più paura di morire. Ogni volta che vengo qui tu mi dici di prendermi cura dei miei pazienti. Questo lo so. Se il tuo cosiddetto Zen si riduce a questo, è inutile che continui a venire da te».
Nan-in sorrise e batté la mano sulla spalla del dottore. «Sono stato troppo rigido con te. Ora ti darò un koan» (I koan erano problemi. o piuttosto «sfide interiori» che i maestri proponevano ai discepoli per metterli alla prova. "La porta senza porta", ovvero "Mu-mon-kan", è un testo classico Zen, attribuito al maestro cinese Ekai, detto anche Mu-mon, che visse dal 1183 al 1260). E propose a Kusuda di studiarsi il Mu di Joshu, che è il primo problema illuminante nel libro detto "La porta senza porta".
Kusuda meditò per due anni su questo problema del Mu (Niente). Infine pensò di avere raggiunto la certezza della mente. Ma l'insegnante commentò: «Non ci sei ancora».
Kusuda continuò la sua meditazione per un altro anno e mezzo. La sua mente diventò serena. I problemi si risolsero. «Niente» divenne la verità. Egli curava bene i pazienti e, senza nemmeno saperlo, era libero da ogni preoccupazione sulla vita e sulla morte.
Allora, quando tornò da Nan-in, il suo vecchio insegnante si limitò a sorridere.

18. Una parabola.

In un sutra, Buddha raccontò una parabola: Un uomo che camminava per un campo si imbatté in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto a un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l'orlo. La tigre lo fiutava dall'alto. Tremando, l'uomo guardò giù, dove, in fondo all'abisso, un'altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. L'uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l'altra spiccò la fragola. Com'era dolce!

19. Il Primo Principio.

Quando uno va nel tempio Obaku a Kyoto, vede scolpite sulla porta le parole «Il Primo Principio». Le lettere sono eccezionalmente grandi, e quelli che apprezzano la calligrafia non mancano mai di ammirarle come un capolavoro. Furono tracciate da Kosen duecento anni or sono.
Il maestro le disegnò sulla carta, e poi gli operai ne fecero la scultura ingrandita in legno. Mentre Kosen disegnava le lettere, con lui c'era un allievo impertinente che aveva preparato parecchi galloni di inchiostro per il lavoro calligrafico e che non si peritava di criticare l'opera del suo maestro.
«Questo non va» disse a Kosen dopo il primo tentativo.
«Come va questo?».
«Brutto. Peggio dell'altro» sentenziò l'allievo.
Pazientemente Kosen riempì fogli e fogli sino a mettere insieme ottantaquattro Primi Princìpi, senza peraltro ottenere l'approvazione dell'allievo.
Poi, quando il giovanotto uscì per qualche minuto, Kosen pensò: «Ora mi si offre la possibilità di sfuggire al suo occhio acuto», e in tutta fretta, con la mente libera da altri pensieri, scrisse: «Il Primo Principio».
«Un capolavoro» sentenziò l'allievo.

20. Il consiglio di una madre.

Jiun, un maestro di Shingon, era un rinomato studioso di sanscrito dell'era Tokugawa, Da giovane faceva conferenze ai suoi confratelli studenti.
Sua madre lo seppe e gli scrisse una lettera: «Non credo, figlio, che tu sia diventato un seguace del Buddha per il desiderio di trasformarti in un'enciclopedia ambulante per gli altri. Informazione e commento, gloria e onore non hanno mai fine. Vorrei che tu smettessi questa storia delle conferenze. Chiuditi in un piccolo tempio in qualche luogo remoto sulla montagna. Dedica il tuo tempo a meditare e raggiungi così la vera realizzazione di te stesso».

21. Il suono di una sola mano.

Il maestro del tempio Kennin era Mokurai, Tuono Silenzioso. Aveva un piccolo protetto, un certo Toyo, un ragazzo appena dodicenne. Toyo vedeva che i discepoli più grandi andavano ogni mattina e ogni sera nella stanza del maestro per essere istruiti nel Sanzen o per avere privatamente qualche consiglio, e che il maestro dava loro dei koan per fermare le divagazioni della mente.
Anche Toyo voleva fare il Sanzen.
«Aspetta un poco» disse Mokurai. «Sei troppo giovane».
Ma il piccolo insisteva, e l'insegnante finì con l'acconsentire.
Quella sera, all'ora giusta, il piccolo Toyo si presentò alla porta della stanza Sanzen di Mokurai. Batté il gong per annunciarsi, fece tre rispettosi inchini prima di entrare, poi andò a sedersi in riguardoso silenzio davanti al maestro.
«Tu puoi sentire il suono di due mani quando battono l'una contro l'altra» disse Mokurai. «Ora mostrami il suono di una sola mano».
Toyo fece un inchino e se ne andò nella sua stanza per riflettere su questo problema. Dalla sua finestra poteva sentire la musica delle geishe. «Ah, ho capito!» proruppe.
La sera dopo, quando il suo insegnante gli chiese di illustrargli il suono di una sola mano, Toyo cominciò a suonare la musica delle geishe.
«No, no» disse Mokurai. «Questo non serve. Questo non è il suono di una sola mano. Non hai capito niente».
Temendo che quella musica potesse disturbarlo, Toyo si trasferì in un luogo tranquillo. Riprese a meditare. «Quale può essere il suono di una sola mano?». Per caso sentì gocciolare dell'acqua. «Stavolta ci sono» si figurò Toyo.
Quando tornò davanti al suo insegnante, Toyo imitò il gocciolare dell'acqua.
«Che cos'è?» disse Mokurai. «Questo è il suono dell'acqua che gocciola, non il suono di una sola mano. Prova ancora».
Invano Toyo meditava per sentire il suono di una sola mano. Sentì il respiro del vento. Ma quel suono venne respinto.
Sentì il grido di un gufo. Anche questo venne rifiutato.
Nemmeno le locuste erano il suono di una sola mano.
Più di dieci volte Toyo andò da Mokurai con suoni diversi. Erano tutti sbagliati. Per quasi un anno si domandò quale potesse essere il suono di una sola mano.
Finalmente il piccolo Toyo entrò nella vera meditazione e superò tutti i suoni. «Non potevo mettere insieme nient'altro,» spiegò più tardi «così ho raggiunto il suono senza suono».
Toyo aveva realizzato il suono di una sola mano.

22. Il mio cuore brucia come il fuoco.

Soyen Shaku, il primo insegnante di Zen ad andare in America, disse: «Il mio cuore brucia come il fuoco ma i miei occhi sono freddi come ceneri morte». Egli stabilì le seguenti norme, che mise in pratica ogni giorno della sua vita:
La mattina, prima di vestirti, brucia dell'incenso e medita.
Coricati sempre alla stessa ora. Nutriti a intervalli regolari. Mangia con moderazione e mai a sazietà.
Ricevi un ospite con lo stesso atteggiamento che hai quando sei solo. Da solo, conserva lo stesso atteggiamento che hai nel ricevere ospiti.
Bada a quello che dici, e qualunque cosa tu dica, mettila in pratica.
Quando si presenta un'occasione non lasciartela scappare, ma prima di agire pensaci due volte.
Non rimpiangere il passato. Guarda al futuro.
Abbi l'atteggiamento intrepido di un eroe e il cuore tenero di un bambino.
Non appena vai a letto, dormi come se quello fosse il tuo ultimo sonno. Non appena ti svegli, lascia subito il letto dietro di te come se avessi gettato via un paio di scarpe vecchie.

23. La morte di Eshun.

Quando aveva ormai più di sessant'anni e stava per lasciare questo mondo, Eshun, la monaca Zen, pregò alcuni monaci di fare una catasta di legna nel cortile.
Poi si sedette risolutamente nel mezzo della pira funebre e ordinò che vi appiccassero il fuoco tutt'intorno.
«O sorella!» gridò un monaco «c'è caldo, lassù?».
«Soltanto uno stupido come te potrebbe preoccuparsi di una cosa simile» rispose Eshun.
Le fiamme divamparono e lei morì.

24. Recitare i sutra.

Un contadino chiese a un prete Tendai di recitare i sutra per sua moglie che era morta. Finita la recitazione, il contadino domandò: «Tu credi che mia moglie ne trarrà vantaggio?».
«La recitazione dei sutra sarà di beneficio non solo a tua moglie, ma anche a tutti gli esseri senzienti» rispose il prete.
«Se dici che sarà di beneficio a tutti gli esseri senzienti,» ribatté il contadino «sta' a vedere che mia moglie è troppo debole e gli altri ne approfitteranno per rubarle il vantaggio che toccherebbe a lei. Sicché recita i sutra soltanto per lei, su da bravo».
Il prete gli spiegò che un buddhista vuole elargire benedizioni e augurare benefici a ogni essere vivente.
«Questa è una bella regola,» tagliò corto il contadino «ma stavolta fa' un'eccezione, per piacere. Ho un vicino che è un gran villano e mi fa sempre un sacco di sgarbi. A me basta che da tutti quegli esseri senzienti tu escluda lui».

25. Ancora tre giorni.

Suiwo, il discepolo di Hakuin, era un bravo insegnante. Un'estate, durante un periodo di ritiro, ebbe la visita di un allievo che era venuto a lui da un'isola meridionale del Giappone.
Suiwo gli diede il problema: «Senti il suono di una sola mano».
L'allievo si fermò per tre anni da lui, ma non riusciva a superare questa prova. Una notte andò in lacrime da Suiwo. «Devo tornarmene confuso e svergognato nella mia isola,» disse «perché non riesco a risolvere questo problema».
«Aspetta un'altra settimana e medita incessantemente» gli consigliò Suiwo. Ma il discepolo non ricevette l'Illuminazione. «Prova ancora per una settimana» disse Suiwo. L'allievo obbedì, ma invano.
«Ancora un'altra settimana». Ma non servì a nulla. Disperato, lo studente pregò il maestro di lasciarlo libero, ma Suiwo gli chiese di meditare per altri cinque giorni. Anche questi trascorsero senza risultato. Allora il maestro disse: «Medita per altri tre giorni, poi, se non riesci a ottenere l'Illuminazione, faresti meglio a ucciderti».
Il secondo giorno l'allievo fu illuminato.

26. Dialogo commerciale per avere alloggio.

Qualunque monaco girovago può fermarsi in un tempio Zen, a patto che sostenga coi preti del posto una discussione sul Buddhismo e ne esca vittorioso. Se invece perde, deve andarsene via.
In un tempio nelle regioni settentrionali del Giappone vivevano due confratelli monaci. Il più anziano era istruito, ma il più giovane era sciocco e aveva un occhio solo.
Arrivò un monaco girovago e chiese alloggio, invitandoli secondo la norma a un dibattito sulla sublime dottrina. Il fratello più anziano, che quel giorno era affaticato dal molto studio, disse al più giovane di sostituirlo. «Vai tu e chiedigli il dialogo muto» lo ammonì.
Così il monaco giovane e il forestiero andarono a sedersi nel tempio.
Poco dopo il viaggiatore venne a cercare il fratello più anziano e gli disse: «Il tuo giovane fratello è un tipo straordinario. Mi ha battuto».
«Riferiscimi il vostro dialogo» disse il più anziano.
«Be',» spiegò il viaggiatore «per prima cosa io ho alzato un dito, che rappresentava Buddha, l'Illuminato. E lui ha alzato due dita, per dire Buddha e il suo insegnamento. Io ho alzato tre dita per rappresentare Buddha, il suo insegnamento e i suoi seguaci, che vivono la vita armoniosa. Allora lui mi ha scosso il pugno chiuso davanti alla faccia, per mostrarmi che tutti e tre derivano da una sola realizzazione. Sicché ha vinto e io non ho nessun diritto di fermarmi». E detto questo, il girovago se ne andò.
«Dov'è quel tale?» domandò il più giovane, correndo dal fratello più anziano.
«Ho saputo che hai vinto il dibattito».
«Io non ho vinto un bel niente. Voglio picchiare quell'individuo».
«Raccontami la vostra discussione» lo pregò il più anziano.
«Accidenti, non appena mi ha visto lui ha alzato un dito, insultandomi con l'allusione che ho un occhio solo. Dal momento che era un forestiero, ho pensato che dovevo essere cortese con lui e ho alzato due dita, congratulandomi che avesse due occhi. Poi quel miserabile villano ha alzato tre dita per dire che tra tutti e due avevamo soltanto tre occhi. Allora ho perso la tramontana e sono balzato in piedi per dargli un pugno, ma lui è scappato via e così è finita».

27. La voce della felicità.

Dopo la morte di Bankci, un cieco che viveva accanto al tempio del maestro disse a un amico: «Da quando sono cieco, non posso osservare la faccia delle persone, e allora devo giudicare il loro carattere dal suono della voce. Il più delle volte, quando sento qualcuno che si congratula con un altro per la sua felicità o il suo successo, afferro anche una segreta sfumatura di invidia. Quando uno esprime il suo rammarico per la disgrazia di un altro, sento il piacere e la soddisfazione, come se quello che si rammarica sia in realtà contento che nel suo proprio mondo ci sia ancora qualcosa da guadagnare.
«La voce di Bankei, però, sin dalla prima volta che l'ho sentita, è stata sempre sincera. Quando lui esprimeva la felicità non ho mai sentito null'altro che la felicità, e quando esprimeva il dolore, il dolore era l'unico sentimento che io sentissi».

28. Apri la tua stanza del tesoro.

Daiju fece visita al maestro Baso in Cina. Baso domandò: «Che cosa cerchi?». «L'Illuminazione» rispose Daiju.
«Tu hai la tua stanza del tesoro. Perché vai in giro a cercare?» domandò Baso.
Daiju domandò: «Dov'è la mia stanza del tesoro?».
Baso rispose: a Quello che stai domandando è la tua stanza del tesoro».
Daiju fu illuminato! Da quel momento, esortava sempre i suoi amici: Aprite la vostra stanza del tesoro e usate quei tesori.

29. Niente acqua, niente luna.

Quando la monaca Chiyono studiava lo Zen con Bukko di Engaku, per molto tempo non riuscì a raggiungere i frutti della meditazione. Finalmente, in una notte di luna, stava portando dell'acqua in un vecchio secchio tenuto insieme con una cordicella di bambù. Il bambù si ruppe e il fondo del secchio cadde, e in quel momento Chiyono fu liberata!
Per commemorare l'evento, scrisse una poesia:

In questo modo e in quello cercai di salvare il vecchio secchio
Poiché la corda di bambù era logora e stava per rompersi.
E poi tutt'a un tratto il fondo si staccò e cadde
Niente più acqua nel secchio!
Niente più luna nell'acqua!

30. Il biglietto di visita.

Keichu, il grande insegnante di Zen dell'era Meiji, era il capo di Kofuku, una cattedrale di Kyoto. Un giorno il governatore di Kyoto andò per la prima volta a fargli visita.
Il suo aiutante presentò il biglietto del governatore, sul quale era scritto: Kitagaki, Governatore di Kyoto.
«Io non ho nulla a che fare con questo individuo» disse Keichu al suo aiutante. «Digli che se ne vada».
L'aiutante andò a restituire il biglietto con molte scuse. «E' stata colpa mia» disse il governatore, e con una matita cancellò le parole 'Governatore di Kyoto'. «Torna ad annunciarmi al tuo maestro».
«Oh, è Kitagaki?» esclamò il maestro quando lesse il biglietto. «Voglio vedere quest'uomo».

31. Tutto è il migliore.

Camminando per un mercato, Banzan colse un dialogo tra un macellaio e un suo cliente.
«Dammi il miglior pezzo di carne che hai» disse il cliente.
«Nella mia bottega tutto è il migliore» ribatté il macellaio. «Qui non trovi un pezzo di carne che non sia il migliore».
A queste parole Banzan fu illuminato.

32. Una scheggia di tempo, una grande gemma.

Un signore pregò Takuan, un insegnante di Zen, di suggerirgli come potesse trascorrere il tempo. Le giornate gli sembravano molto lunghe, mentre assolveva le proprie funzioni e se ne stava seduto e impettito a ricevere l'omaggio della gente.
Takuan tracciò otto ideogrammi cinesi e li diede all'uomo:

Non si ripete due volte questo giorno
Scheggia di tempo grande gemma.

Mai più tornerà questo giorno.
Ogni istante vale una gemma inestimabile.

33. La mano di Mokusen.

Mokusen Hiki viveva in un tempio nella provincia di Tamba. Uno dei suoi seguaci si lamentò con lui dell'avarizia della propria moglie.
Mokusen andò a trovare la moglie del seguace e le mise davanti al naso il pugno chiuso. «Che cosa vuoi dire con questo?» domandò stupita la donna.
«Supponi che il mio pugno fosse sempre così. Come lo definiresti?» le disse Mokusen.
«Deforme» rispose lei.
Allora Mokusen spalancò la mano davanti al viso della donna e disse: «E ora supponi che fosse sempre così. Che cosa diresti?».
«Che è un altro tipo di deformità» disse la donna.
«Se capisci questo,» concluse Mokusen «sei una buona moglie». E andò via.

Dopo quella visita, la donna aiutò il marito non soltanto a risparmiare, ma anche a distribuire.

34. Un solo sorriso in tutta la vita.

Sino all'ultimo giorno che Mokugen passò su questa terra, nessuno aveva mai saputo che sapesse sorridere. Quando sonò la sua ora, egli disse ai suoi discepoli: «Tutti voi studiate con me da più di dieci anni. Mostratemi la vera interpretazione dello Zen. Chi riuscirà ad esprimersi più chiaramente, sarà il mio successore e riceverà la mia veste e la mia ciotola».
Tutti fissarono la faccia severa di Mokugen, ma nessuno rispose.
Encho, un discepolo che stava da molto tempo col suo maestro, si avvicinò al letto. Spinse avanti di qualche centimetro la tazza della medicina. Questa fu la sua risposta al comando.
La faccia del maestro si fece ancora più severa. «E' questo tutto ciò che hai capito?» domandò Mokugen.
Encho allungò la mano e rimise la tazza al posto di prima.
Un bel sorriso schiarì il volto di Mokugen. «Che briccone!» disse a Encho. «Hai lavorato con me per dieci anni e non hai ancora visto tutto il mio corpo. Prenditi la veste e la ciotola. Ti appartengono».

35. Lo Zen di ogni istante.

Gli studenti di Zen stanno coi loro maestri almeno dieci anni prima di presumere di poter insegnare a loro volta. Nan-in ricevette la visita di Tenno, che dopo aver fatto il consueto tirocinio era diventato insegnante. Era un giorno piovoso, perciò Tenno portava zoccoli di legno e aveva con sé l'ombrello. Dopo averlo salutato, Nan-in disse: «Immagino che tu abbia lasciato gli zoccoli nell'anticamera. Vorrei sapere se hai messo l'ombrello alla destra o alla sinistra degli zoccoli».
Tenno, sconcertato, non seppe rispondere subito. Si rese conto che non sapeva portare con sé il suo Zen in ogni istante. Diventò allievo di Nan-in e studiò ancora sei anni per perfezionare il suo Zen di ogni istante.

36. Pioggia di fiori.

Subhuti era discepolo di Buddha. Era capace di capire la potenza del vuoto, il punto di vista che nulla esiste se non nei suoi rapporti di soggettività e di oggettività.
Un giorno Subhuti, in uno stato d'animo di vuoto sublime, era seduto sotto un albero. Dei fiori cominciarono a cadergli tutt'intorno.
«Ti stiamo lodando per il tuo discorso sul vuoto» gli mormorarono gli dèi.
«Ma io non ho parlato del vuoto» disse Subhuti.
«Tu non hai parlato del vuoto, noi non abbiamo udito il vuoto» risposero gli dèi «Questo è il vero vuoto». E le gemme cadevano su di lui come una pioggia.

37. Pubblicare i sutra.

Tetsugen, un fedele seguace dello Zen in Giappone, decise di pubblicare i sutra, che a quel tempo erano disponibili soltanto in cinese. I libri dovevano essere stampati con blocchi di legno in un'edizione di settemila copie, un'impresa enorme.
Tetsugen cominciò col mettersi in viaggio per raccogliere i fondi necessari. Alcuni simpatizzanti gli diedero un centinaio di monete d'oro, ma per lo più riuscì a ottenere soltanto piccole somme. Lui ringraziò tutti i benefattori con uguale gratitudine. Dopo dieci anni Tetsugen aveva abbastanza denaro per cominciare l'impresa.
E proprio allora il fiume Uji straripò. L'alluvione portò una carestia. Tetsugen prese i fondi che aveva raccolti per i libri e li spese per salvare gli altri dalla fame. Poi ricominciò la sua colletta.
Parecchi anni dopo il paese fu colpito da un'epidemia. Ancora una volta Tetsugen, per aiutare la sua gente, diede via quello che aveva raccolto.
Si rimise al lavoro per la terza volta, e dopo vent'anni riuscì finalmente a realizzare il suo desiderio.
I blocchi di legno per la stampa che sono serviti per la prima edizione sono oggi esposti nel monastero Obaku di Kyoto.
I giapponesi dicono ai loro figli che Tetsugen ha fatto tre raccolte di sutra, e che le prime due, invisibili, sono perfino superiori all'ultima.

38. Il lavoro di Gisho.

Gisho fu consacrata monaca quando aveva dieci anni. Fu sottoposta allo stesso tirocinio che facevano i maschietti della sua età. Quando compì sedici anni, si mise in viaggio e passò da un maestro di Zen all'altro, studiando con ognuno di loro.
Rimase tre anni con Unzan, sei anni con Gukei, ma non riuscì a ottenere una chiara visione. Infine andò dal maestro Inzan.
Inzan non si sognava nemmeno di farle dei riguardi perché era donna. La aggrediva con la furia di un uragano, la schiaffeggiava per destare la sua natura interiore.
Gisho rimase con Inzan tredici anni, e allora trovò quello che stava cercando!
In suo onore, Inzan scrisse una poesia:

Questa monaca studiò tredici anni sotto la mia guida.
A sera meditava i koan più profondi,
Al mattino era avviluppata in altri koan.
La monaca cinese Tetsuma superò chiunque l'aveva preceduta,
E dopo Mujaku nessuno fu mai schietto come questa Gisho!
Ma molti sono i cancelli che deve ancora attraversare.
Molti altri colpi dovrebbe ricevere dal mio pugno di ferro.

Dopo aver ricevuto l'Illuminazione Gisho andò nella provincia di Banshu, fondò il proprio tempio Zen e insegnò ad altre duecento monache sino alla sua morte, che un anno la colse nel mese di agosto.

39. Dormire di giorno.

Il maestro Soyen Shaku lasciò questo mondo quando aveva sessantun anni. Col lavoro della sua intera vita, lasciò un grande insegnamento, molto più ricco di quello della maggior parte dei maestri di Zen. Nel pieno dell'estate i suoi discepoli potevano dormire durante il giorno; ma lui, pur tollerando che loro lo facessero, non sprecava mai nemmeno un minuto del suo tempo.
Quando aveva soltanto dodici anni già studiava la filosofia Tendai. Un giorno d'estate, mentre il suo maestro non c'era, il piccolo Soyen si sentì così spossato dall'afa che si stese in terra e si mise a dormire.
Passarono tre ore e tutt'a un tratto, svegliandosi di soprassalto, sentì entrare il maestro, ma troppo tardi. Lui era là, sdraiato sulla soglia.
«Scusami tanto, scusami tanto» mormorò il maestro, scavalcando con cura il corpo di Soyen come se si trattasse di un ospite di riguardo. Da quel giorno, Soyen non dormì più nel pomeriggio.

40. Nel mondo dei sogni.

«Dopo pranzo il nostro maestro di scuola faceva sempre un pisolino» raccontava un discepolo di Soyen Shaku. «Noi bambini gli domandammo perché lo facesse e lui ci rispose: "Vado nel mondo dei sogni a trovare i vecchi saggi, come faceva Confucio". Quando Confucio dormiva, sognava gli antichi saggi e dopo parlava di loro ai suoi seguaci.
«Un giorno c'era un caldo terribile, e alcuni di noi si appisolarono. Il maestro ci rimproverò. "Siamo andati nel mondo dei sogni a trovare gli antichi saggi proprio come faceva Confucio" spiegammo noi. "E che cosa vi hanno detto quei saggi?" volle sapere il maestro. Uno di noi rispose: "Siamo andati nel mondo dei sogni, abbiamo incontrato i saggi e domandato se il nostro maestro andava là tutti i pomeriggi, ma loro ci hanno detto di non averlo mai visto"».

41. Lo Zen di Joshu.

Joshu cominciò lo studio dello Zen quando aveva sessant'anni e continuò sino agli ottanta, allorché realizzò lo Zen.
Insegnò dall'età di ottant'anni sino a quando raggiunse i centovent'anni.
Una volta uno studente gli domandò: «Se nella mia mente non c'è nulla, che cosa devo fare?».
Joshu rispose: «Buttalo via».
«Ma se non c'è nulla, come faccio a buttarlo via?» insistette l'allievo.
«Be',» disse Joshu «allora attualo».

42. La risposta del morto.

Quando Mamiya, che divenne in seguito un famoso predicatore, andò da un insegnante per farsi istruire, gli fu chiesto di spiegare il suono di una sola mano.
Mamiya meditò intensamente quale potesse essere il suono di una sola mano. «Non ti applichi abbastanza» gli disse l'insegnante. «Sei troppo attaccato al cibo, alla ricchezza, alle cose e ai loro suoni. Sarebbe meglio se tu morissi. Questo risolverebbe il problema». Quando Mamiya si presentò all'insegnante la volta successiva, quello gli domandò di nuovo che cosa avesse da dire a proposito del suono di una sola mano.
Subito Mamiya si lasciò cadere giù come se fosse morto.
«Sei proprio morto» osservò allora l'insegnante. «Ma che mi dici di quel suono?».
«Quello non l'ho ancora risolto» rispose Mamiya alzando lo sguardo.
«I morti non parlano» disse l'insegnante. «Vattene!».

43. Lo Zen nella vita di un mendicante.

Ai suoi tempi, Tosui era un famoso insegnante di Zen. Aveva vissuto in parecchi templi e aveva insegnato in diverse province.
L'ultimo tempio nel quale si era recato contava tanti seguaci che Tosui decise di smettere i suoi corsi, e nel comunicare a tutti questa sua decisione, consigliò ai discepoli di separarsi e di andarsene ciascuno dove voleva. Da quel momento, si persero le sue tracce.
Tre anni dopo, uno dei suoi discepoli scoprì che viveva con alcuni mendicanti sotto un ponte di Kyoto. Subito implorò Tosui di istruirlo.
«Se riesci a fare quello che faccio io sia pure soltanto per un paio di giorni, forse posso istruirti» rispose Tosui.
Così l'ex discepolo si vestì da mendicante e passò una giornata con Tosui. L'indomani uno dei mendicanti morì. A mezzanotte Tosui e il suo allievo portarono via il corpo e lo seppellirono sul fianco di una montagna. Poi tornarono nel loro rifugio sotto il ponte. Tosui dormì profondamente per il resto della notte, ma il discepolo non riuscì ad addormentarsi. Quando venne il mattino Tosui disse: «Oggi non dobbiamo mendicare il cibo. Il nostro amico morto ce ne ha lasciato un po'». Ma il discepolo non poté mangiarne nemmeno un pezzetto.
«Lo sapevo che non avresti potuto fare come me» concluse Tosui. «Vattene via e non seccarmi più».

44. Il ladro che diventò discepolo.

Una sera, mentre Shichiri Kojun stava recitando i sutra, entrò un ladro con una spada affilata e gli ordinò di dargli il denaro se non voleva essere ucciso.
Shichiri gli disse: «Non mi disturbare. Il denaro lo troverai in quel cassetto». Poi si rimise a recitare.
Poco dopo si interruppe e gridò: «Non prendertelo tutto. Domani me ne serve un po' per pagare le tasse».
L'intruso aveva arraffato quasi tutto il denaro e stava per andarsene. «Ringrazia, quando ricevi un regalo» soggiunse Shichiri. L'uomo lo ringraziò e andò via.
Alcuni giorni dopo quel tale fu preso e confessò, tra gli altri, il furto ai danni di Shichiri. Quando fu chiamato come testimone Shichiri disse: «Quest'uomo non è un ladro, almeno per quanto mi riguarda. Io gli ho dato il denaro e lui mi ha detto grazie».
Dopo avere scontato la pena, l'uomo andò da Shichiri e divenne suo discepolo.

45. Bene e male.

Durante le settimane in cui Bankei faceva il suo ritiro di meditazione, gli allievi venivano da tutto il Giappone per assistervi. Nel corso di uno di questi seminari, un allievo fu sorpreso a rubare. L'episodio fu riferito a Bankei con la richiesta che il colpevole fosse scacciato. Bankei ignorò il fatto.
Successivamente l'allievo fu colto di nuovo in flagrante, e anche stavolta Bankei non si curò della faccenda. Questo fece andare in collera gli altri allievi, che presentarono una petizione in cui chiedevano l'allontanamento del ladro, affermando che altrimenti se ne sarebbero andati tutti quanti.
Allorché Bankei lesse la petizione, li convocò tutti. «Voi siete fratelli assennati» disse. «Voi sapete quello che è bene e quello che non lo è. Voi potete andarvene a studiare altrove, se così vi garba, ma questo povero fratello non sa nemmeno distinguere il bene dal male. Chi glielo insegnerà, se non lo faccio io? Lo terrò qui anche se doveste andarvene tutti quanti».
Un fiume di lacrime inondò la faccia del fratello che aveva rubato. Ogni desiderio di rubare era scomparso in lui.

46. In che modo l'erba e gli alberi ottengono l'Illuminazione.

Durante il periodo Kamakura, Shinkan studiò la dottrina di Tendai per sei anni e poi studiò lo Zen per sette anni; poi andò in Cina, dove contemplò lo Zen per altri tredici anni. Quando tornò in Giappone, molti volevano parlare con lui e gli facevano domande confuse. Ma quando Shinkan riceveva qualche visitatore, cosa rarissima, era molto difficile che rispondesse a quelle domande.
Un giorno uno studioso di Illuminazione, un uomo che aveva una cinquantina d'anni, disse a Shinkan: «Ho studiato il pensiero filosofico di Tendai da quando ero bambino, ma c'è una cosa che non riesco a capire. Tendai sostiene che anche l'erba e gli alberi diventeranno illuminati. Questo a me sembra molto strano».
«A che serve discutere come fanno a diventare illuminati l'erba e gli alberi?» domandò Shinkan. «L'importante è come fai a diventarlo tu. Te lo sei mai domandato?».
«Non ci avevo mai pensato in questi termini» disse stupito il vecchio.
«Allora va' a casa e pensaci sopra» tagliò corto Shinkan.

47. L'artista taccagno.

Gessen era un monaco artista. Prima di mettersi a disegnare o a dipingere, insisteva sempre perché lo pagassero in anticipo, e i suoi compensi erano molto alti. Tutti lo conoscevano come «l'artista taccagno».
Una volta una geisha gli ordinò un dipinto.
«Quanto puoi pagare?» chiese Gessen.
«Quello che vuoi tu,» rispose la ragazza «ma voglio che tu faccia il lavoro davanti a me».
Così un certo giorno Gessen fu chiamato dalla geisha. Ella dava una festa per il suo protettore.
Gessen, con eleganti pennellate, fece il dipinto. Quando lo finì, chiese la cifra più alta di quel tempo.
Ricevette la somma. Allora la geisha, rivolgendosi al suo protettore, disse: «Quest'artista non vuole che il denaro. I suoi dipinti sono belli ma la sua mente è sudicia; il denaro l'ha trasformato in una melma. Uscita da una mente così sporca, la sua opera non è degna di essere esposta. E' a malapena adatta per una delle mie sottovesti». E togliendosi l'abito, chiese a Gessen di fare un'altra pittura sul dietro della sua sottoveste.
«Quanto mi paghi?» domandò Gessen.
«Oh, qualunque somma» rispose la ragazza.
Gessen stabilì una cifra spropositata, fece il dipinto come gli era stato chiesto di farlo e se ne andò.
In seguito si seppe che Gessen era tanto avido di denaro per queste ragioni:
Spesso la sua provincia era afflitta da una terribile carestia. I ricchi non aiutavano i poveri, così Gessen aveva un magazzino segreto, ignoto a tutti, che lui teneva sempre pieno di grano, pronto per quei casi di emergenza.
La strada che portava dal suo villaggio al Santuario Nazionale era in pessimo stato e per molti pellegrini il viaggio era estremamente disagevole. Lui voleva costruire una strada migliore.
Il suo insegnante era morto senza portare a compimento il desiderio di costruire un tempio, e Gessen voleva terminare questo tempio per lui.
Quando Gessen riuscì a realizzare questi tre desideri, buttò via i pennelli e gli attrezzi da pittore e, ritiratosi sulle montagne, non dipinse mai più.

48. Proporzione perfetta.

Sen no Rikyu, un maestro di rituale del tè, voleva appendere un cestino di fiori su una colonna. Chiese a un falegname di aiutarlo, e lo guidò nel lavoro dicendogli di spostare il cestino un po' più su o un po' più giù, più a destra o più a sinistra, finché non ebbe trovato il punto giusto. «Così va bene» disse finalmente Sen no Rikyu.
Il falegname, per mettere alla prova il maestro, segnò il punto e poi fece finta di averlo dimenticato. Era quello, il punto giusto? «Forse era qui? o qui?» continuava a domandare il falegname, indicando diversi punti della colonna.
Ma il maestro di rituale del tè aveva un così perfetto senso delle proporzioni che approvò soltanto quando il falegname tornò a indicare esattamente il punto scelto prima.

49. Il Buddha dal naso nero.

Una monaca che cercava l'Illuminazione fece una statua di Buddha e la ricoprì tutta di una lamina d'oro. Dovunque andasse, portava con se questo Buddha d'oro.
Passarono gli anni e la monaca, sempre portandosi dietro il suo Buddha, andò a vivere in un piccolo tempio in un paese dove c'erano molti Buddha, ognuno col suo altare.
La monaca voleva bruciare l'incenso davanti al suo Buddha d'oro. Non garbandole l'idea che il profumo deviasse verso gli altri Buddha, si fabbricò una specie di piccola canna fumaria che avrebbe fatto salire il fumo soltanto alla sua statua. Così il naso del Buddha d'oro diventò nero, rendendolo particolarmente brutto.

50. La chiara realizzazione di Ryonen.

La monaca buddhista conosciuta col nome di Ryonen nacque nel 1797. Era una nipote del famoso guerriero giapponese Shingen. Il suo genio poetico e la sua seducente bellezza erano così grandi che a diciassette anni era già tra le dame di corte dell'imperatrice. Nonostante la sua giovanissima età, la fama già le schiudeva le porte.
L'amata imperatrice morì improvvisamente e i sogni e le speranze di Ryonen crollarono. La fanciulla prese dolorosamente coscienza dell'instabilità della vita in questo mondo. Allora le venne il desiderio di studiare lo Zen. Ma i suoi parenti non furono dello stesso avviso, e praticamente la costrinsero al matrimonio. Ryonen, ottenuta la promessa che avrebbe potuto farsi monaca dopo aver messo al mondo tre figli, finì con l'acconsentire. Prima ancora di compiere venticinque anni, aveva già ottemperato a questa condizione. Allora il marito e i parenti non poterono più dissuaderla dal suo proposito. Ella si rase il capo, prese il nome di Ryonen, che vuol dire realizzare chiaramente, e cominciò il suo pellegrinaggio.
Andò nella città di Edo e chiese a Tetsugyu di accettarla come discepola. Il maestro la respinse alla prima occhiata perché era troppo bella.
Allora Ryonen andò da un altro maestro, Hakuo. Hakuo la rifiutò per la stessa ragione, dicendo che la sua bellezza non avrebbe procurato che guai.
Ryonen si fece dare un ferro rovente e se lo appoggiò sul viso. In pochi istanti la sua bellezza era sparita per sempre.
Allora Hakuo la accettò come discepola.
Commemorando questo avvenimento, Ryonen scrisse una poesia sul retro di un piccolo specchio:

Al servizio della mia imperatrice bruciavo incenso per profumare le mie belle vesti,
Adesso, mendica senza dimora, brucio il mio viso per entrare in un tempio Zen.

Quando stava per lasciare questo mondo, Ryonen scrisse un'altra poesia:

Sessantasei volte questi occhi hanno guardato la mutevole scena dell'autunno.
Ho parlato abbastanza del chiaro di luna,
Non domandare altro.
Ma ascolta la voce dei pini e dei cedri quando non c'è un alito di vento.

51. Il miso acido

Il monaco cuoco Dairyo, nel monastero di Bankei, decise di prendersi cura della salute del suo vecchio insegnante e di servirgli soltanto miso fresco, una pasta di soia mescolata con grano e lievito che spesso fermenta. Bankei, notando che il miso servito a lui era migliore di quello dei suoi allievi, domandò: «Chi è il cuoco, oggi?».
Dairyo fu mandato a chiamare. E da lui Bankei seppe che, data la sua età e la sua posizione, doveva mangiare soltanto miso fresco. Allora disse al cuoco: «Dunque tu pensi che non devo mangiare affatto». E detto questo, entrò nella sua stanza e chiuse la porta a chiave.
Dairyo, seduto davanti alla porta, chiedeva perdono all'insegnante. Bankei non rispondeva. Per sette giorni rimasero Dairyo seduto fuori e Bankei chiuso dentro.
Infine, per disperazione, un seguace gridò a Bankei: «Tu puoi anche star bene, vecchio maestro, ma questo giovane discepolo deve mangiare. Non può continuare a star digiuno per l'eternità!».
Allora Bankei aprì la porta. Sorrideva. Disse a Dairyo: «Io insisto per mangiare quello che mangia l'ultimo dei miei seguaci. Quando diventerai insegnante, voglio che non te ne dimentichi».

52. La tua luce può spengersi.

Uno studente di Tendai, una scuola filosofica di Buddhismo, andò come allievo nella dimora Zen di Gasan. Alcuni anni dopo, quando stava per partire, Gasan lo ammonì: «Studiare la verità speculativamente è un utile modo di raccogliere materiale per la predicazione. Ma ricordati che se non mediti costantemente, la tua luce di verità può spengersi».

53. Dovrebbe essere grato chi dà.

Quando Seisetsu era il maestro di Engaku a Kamakura, a un certo punto ebbe bisogno di un alloggio più grande, perché quello in cui insegnava era sovraffollato. Umezu Seibei, un mercante di Edo, decise di donare cinquecento pezzi d'oro, che si chiamavano ryo, per la costruzione di una scuola più comoda. E portò questa somma all'insegnante. Seisetsu disse: «Bene. Lo accetto». Umezu diede a Seisetsu il sacco dell'oro, ma il contegno dell'insegnante non gli garbò troppo. Con tre ryo si poteva vivere per un anno, là ce n'erano cinquecento e il mercante non si era nemmeno sentito dir grazie.
«In quel sacco ci sono cinquecento ryo» osservò Umezu.
«Me l'hai già detto» rispose Seisetsu.
«Anche se fossi un mercante ricchissimo, cinquecento ryo sono sempre un mucchio di soldi» disse Umezu.
«Vuoi che ti ringrazi?» domandò Seisetsu.
«Dovresti farlo» rispose Umezu.
«E perché?» volle sapere Seisetsu. «Dovrebbe essere grato chi dà».

54. Le ultime volontà e il testamento.

Ikkyu, un famoso maestro di Zen dell'era Ashikaga, era figlio dell'imperatore. Quando era molto giovane, sua madre lasciò il palazzo e andò a studiare lo Zen in un tempio. Così anche il principe Ikkyu diventò studente. Quando sua madre morì, gli lasciò una lettera. Diceva così:
«A Ikkyu:
«Io ho finito il mio compito in questa vita e ora sto per tornare nell'Eternità. Voglio che tu divenga un bravo studente e che realizzi la tua natura-Buddha. Saprai se sono all'inferno e anche se sono sempre con te oppure no.
«Se diventi un uomo capace di comprendere che il Buddha e il suo seguace Bodhidharma sono i tuoi servi, puoi smettere di studiare e puoi lavorare per l'umanità. Il Buddha ha predicato per quarantanove anni e in tutto quel tempo non ha ritenuto necessario dire una sola parola. Tu dovresti sapere perché. Ma se non lo sai, e tuttavia desideri saperlo, evita di pensare inutilmente.
Tua madre,
Non nata, non morta.
Il primo di settembre

«P.S. L'insegnamento di Buddha aveva soprattutto lo scopo di illuminare gli altri. Se tu ti fai condizionare dall'uno o dall'altro dei vari metodi, non sei che un insetto ignorante. Ci sono 80000 libri sul Buddhismo, e se tu li leggessi tutti e continuassi a non vedere la tua natura, non capirai nemmeno questa lettera. Questa è la mia ultima volontà e il mio testamento».

55. Il maestro del tè e l'assassino.

Taiko, un guerriero che visse in Giappone prima dell'era Tokugawa, studiava il Cha-noyu, il rituale del tè, con Sen no Rikyu, un maestro che insegnava quell'estetica espressione di serenità e di appagamento.
Per l'aiutante di Taiko, il guerriero Kato, quell'entusiasmo del suo superiore per il cerimoniale del tè rappresentava una vera e propria incuria degli affari di stato, e per questo decise di uccidere Sen no Rikyu. Finse di fare una visita amichevole al maestro e fu da lui invitato a bere del tè.
Il maestro, che era molto esperto nella sua arte, capì subito l'intenzione del guerriero, così disse a Kato di lasciare la sua spada fuori prima di entrare nella stanza per la cerimonia, spiegandogli che il Cha-no-yu è il vero simbolo della pace.
Kato non volle saperne. «Io sono un guerriero» disse. «Non lascio mai la mia spada. Cha-no-yu o non Cha-no-yu, io la spada la tengo».
«E va bene. Tieniti la tua spada e vieni a bere un po' di tè» acconsentì Sen no Rikyu. La teiera bolliva sul fuoco di carbonella. Tutt'a un tratto Sen no Rikyu la rovesciò. Si levò sibilando una nuvola di vapore che riempi la stanza di fumo e di cenere. Il guerriero, spaventato, corse fuori.
Il maestro di rituale del tè si scusò. «E' stata colpa mia. Torna dentro a bere un po' di tè. La tua spada l'ho qui io, è tutta coperta di cenere; dopo la pulirò e te la darò».
Stando così le cose, il guerriero capì che non era tanto facile uccidere il maestro del tè, e rinunciò all'idea.

56. Il vero sentiero.

Subito prima che Ninakawa morisse, gli fece visita il maestro di Zen Ikkyu. «Devo farti da guida?» domandò Ikkyu.
Ninakawa rispose: «Sono venuto qui da solo e da solo me ne vado. Che aiuto potresti darmi?».
Ikkyu rispose: «Se credi veramente che vieni e che vai, questo è il tuo errore. Lascia che ti mostri il sentiero dove non si viene e non si va».
Con queste parole Ikkyu aveva rivelato il sentiero con tanta chiarezza che Ninakawa sorrise e spirò.

57. Le porte del paradiso.

Un soldato che si chiamava Nobushige andò da Hakuin e gli domandò: «C'è davvero un paradiso e un inferno?».
«Chi sei?» volle sapere Hakuin.
«Sono un samurai» rispose il guerriero.
«Tu un soldato!» rispose Hakuin. «Quale governante ti vorrebbe come sua guardia? Hai una faccia da accattone!».
Nobushige montò così in collera che fece per snudare la spada, ma Hakuin continuò: «Sicché hai una spada! Come niente la tua arma è troppo smussata per tagliarmi la testa».
Mentre Nobushige snudava la spada, Hakuin osservò: «Qui si aprono le porte dell'inferno!».
A queste parole il samurai, comprendendo l'insegnamento del maestro, rimise la spada nel fodero e fece un inchino.
«Ora si aprono le porte del paradiso» disse Hakuin.

58. Arrestare il Buddha di pietra.

Per sottrarsi al gran caldo, un mercante che portava sulle spalle cinquanta pezze di cotone si fermò a riposare sotto una tettoia dove c'era un grande Buddha di pietra. Là fu vinto dal sonno, e al risveglio scoprì che la sua merce era sparita. Immediatamente andò a denunciare il fatto alla polizia.
Un giudice chiamato O-oka aprì l'istruttoria per indagare. «La merce deve averla rubata quel Buddha di pietra» concluse il giudice. «Dovrebbe prendersi a cuore il benessere della gente, ma non ha fatto il suo sacro dovere. Arrestatelo».
La polizia arrestò il Buddha di pietra e lo portò in tribunale. Dietro alla statua faceva ressa una gran folla rumorosa, incuriosita di sapere che specie di condanna avrebbe pronunciata il giudice.
Quando O-oka andò al suo scanno, redarguì aspramente il pubblico tumultuoso. «Con che diritto vi presentate in tribunale ridendo e schiamazzando in questo modo? E' un vero atto di vilipendio della Corte, ed è un reato che va punito con una multa e l'arresto».
Tutti si affrettarono a scusarsi. «Devo condannarvi a pagare un'ammenda,» disse il giudice «ma sono disposto a condonarvela se entro tre giorni ognuno di voi porterà in tribunale una pezza di cotone. Chi non lo fa sarà arrestato».
Tra le pezze che la gente portò in tribunale, il mercante riconobbe subito una di quelle che gli erano state rubate, e così il ladro fu smascherato. Il mercante recuperò la sua merce e le altre pezze furono restituite a chi le aveva portate.

59. Soldati dell'umanità.

Una volta una divisione dell'esercito giapponese era impegnata in un'esercitazione militare, e alcuni ufficiali ritennero indispensabile stabilire il quartier generale nel tempio di Gasan.
Gasan disse al cuoco: «Servi agli ufficiali lo stesso semplice vitto che mangiamo noi».
I militari, che erano avvezzi a essere trattati con tutti i riguardi, se ne risentirono. Uno di loro andò da Gasan e gli disse: «Ma chi ti credi che siamo? Noi siamo soldati, pronti a sacrificare la nostra vita per il nostro paese. Perché, allora, non ci tratti come è giusto?».
Gasan rispose duramente: «E tu, chi ti credi che siamo "noi"? Noi siamo i soldati dell'umanità, votati a salvare tutti gli esseri senzienti».

60. La galleria.

Zenkai, il figlio di un samurai, si recò a Edo e in quella città entrò al seguito di un alto funzionario. Si innamorò della moglie del funzionario e fu colto in flagrante. Per difendersi, uccise il funzionario. Poi fuggì con la moglie di quello.
In seguito i due diventarono ladri. Ma la donna era così avida che Zenkai cominciò a nutrire per lei una vera avversione. Infine si decise a lasciarla e se ne andò nella lontanissima provincia di Buzen, dove diventò un mendicante girovago.
Per scontare il proprio peccato, Zenkai decise di fare una buona azione nella sua vita. Avendo sentito che una certa strada sopra un dirupo era così pericolosa che molte persone vi avevano trovato o rischiato la morte, decise di scavare una galleria nella montagna.
Mendicando il cibo durante il giorno, di notte Zenkai lavorava a scavare la sua galleria. Quando furono passati trent'anni, la galleria era lunga circa settecento metri, alta sei metri e larga nove.
Due anni prima che il lavoro fosse finito, il figlio del funzionario da lui ucciso, che era un abile spadaccino, scoprì dov'era Zenkai e vi andò, deciso ad ammazzarlo per vendicarsi.
«Sono pronto a darti la mia vita» disse Zenkai. «Ma lasciami finire questo lavoro. Il giorno che sarà terminato potrai uccidermi».
Così il figlio aspettò quel giorno. Passarono parecchi mesi, e Zenkai continuava a scavare. Il figlio cominciò a stancarsi di non fare niente e si mise ad aiutarlo nel lavoro di scavo. Dopo un anno e più che lo aiutava, arrivò ad ammirare la forza di volontà e di carattere di Zenkai.
Finalmente la galleria fu terminata e la gente poteva attraversarla e viaggiare senza pericolo. «Ora tagliami la testa» disse Zenkai. «Il mio lavoro è finito».
«Come potrei tagliare la testa al mio maestro?» rispose il giovane con le lacrime agli occhi.

61. Gudo e l'imperatore.

L'imperatore Goyozei studiava lo Zen con Gudo. Gli domandò: «Nello Zen questa mia mente è Buddha. E' giusto?».
Gudo rispose: «Se ti dico di sì, tu crederai di capire senza aver capito. Se ti dico di no, negherei un fatto che molti capiscono benissimo».
Un altro giorno l'imperatore domandò a Gudo: «Dove va l'uomo illuminato quando muore?».
Gudo rispose: «Non lo so».
«Perché non lo sai?» chiese l'imperatore.
«Perché non sono ancora morto» rispose Gudo.
L'imperatore esitava a fare altre domande su queste cose che la sua mente non riusciva a comprendere. Così Gudo batté la mano a terra come se volesse svegliarlo, e l'imperatore fu illuminato!
Dopo l'Illuminazione l'imperatore rispettò più che mai lo Zen e il vecchio Gudo, e permetteva persino che d'inverno, al palazzo, il maestro tenesse il cappello in testa. Quando aveva ormai più di ottant'anni, Gudo soleva addormentarsi nel mezzo della lezione, e allora l'imperatore se ne andava silenziosamente in un'altra stanza, così che il suo amato maestro potesse godersi il riposo di cui il suo vecchio corpo aveva bisogno.

62. Nelle mani del destino.

Un grande guerriero giapponese che si chiamava Nobunaga decise di attaccare il nemico sebbene il suo esercito fosse numericamente soltanto un decimo di quello avversario. Lui sapeva che avrebbe vinto, ma i suoi soldati erano dubbiosi.
Durante la marcia si fermò a un tempio shintoista e disse ai suoi uomini: «Dopo aver visitato il tempio butterò una moneta. Se viene testa vinceremo, se viene croce perderemo Siamo nelle mani del destino».
Nobunaga entrò nel tempio e pregò in silenzio. Uscì e gettò una moneta. Venne testa I suoi soldati erano così impazienti di battersi che vinsero la battaglia senza difficoltà.
«Nessuno può cambiare il destino» disse a Nobunaga il suo aiutante dopo la battaglia.
«No davvero» disse Nobunaga, mostrandogli una moneta che aveva testa su tutt'e due le facce.

63. Uccidere.

Un giorno Gasan istruiva i suoi seguaci: «Quelli che parlano contro l'assassinio e che desiderano risparmiare la vita di tutti gli esseri consapevoli hanno ragione. E' giusto proteggere anche gli animali e gli insetti. Ma che dire di quelle persone che ammazzano il tempo, che dire di quelli che distruggono la ricchezza e di quelli che distruggono l'economia pubblica? Non dovremmo tollerarli. E inoltre, che dire di uno che predica senza l'Illuminazione? Costui uccide il Buddhismo».

64. Il sudore di Kasan.

Kasan fu pregato di celebrare le esequie di un signore di provincia.
Prima di allora non aveva mai incontrato signori e nobili, ed era nervoso. Quando la cerimonia cominciò, Kasan sudava. Quando tornò dalla provincia, radunò i suoi allievi attorno a sé. Confessò che non era ancora idoneo a fare l'insegnante perché nel mondo della fama gli mancava l'imperturbabilità che possedeva nel suo tempio isolato. Poi si dimise e diventò allievo di un altro maestro. Otto anni dopo tornò illuminato dai suoi antichi allievi.

65. L'assoggettamento di un fantasma.

Una giovane moglie si ammalò ed era in punto di morte. «Ti amo tanto» disse al marito «che non voglio lasciarti. Non tradirmi con nessun'altra donna. Se lo fai, tornerò sotto forma di fantasma e ti darò fastidi a non finire».
Ben presto la moglie morì. Il marito, per i primi tre mesi, rispettò il suo ultimo desiderio, ma poi incontrò un'altra donna e se ne innamorò. Così i due si fidanzarono.
Subito dopo il fidanzamento, tutte le notti all'uomo appariva un fantasma che gli rimproverava di non mantenere la sua promessa. E il fantasma era intelligente. Gli diceva per filo e per segno tutto quello che era successo tra lui e la sua nuova fidanzata. Tutte le volte che lui faceva un regalo alla sua promessa sposa, il fantasma lo descriveva in tutti i particolari. Ripeteva persino i loro discorsi, e tormentava l'uomo a tal punto che il poveretto non riusciva a chiudere occhio. Qualcuno gli consigliò di sottoporre il suo problema a un maestro di Zen che viveva nei pressi del villaggio. E infine, disperato, il pover'uomo andò a chiedergli aiuto.
«La tua prima moglie è diventata un fantasma e sa tutto quello che fai» spiegò il maestro. «Qualunque cosa tu faccia o dica, qualunque cosa tu regali alla tua innamorata, il fantasma lo sa. Dev'essere un fantasma molto sagace. Francamente, dovresti ammirare un fantasma del genere. La prossima volta che ti appare, vieni a patti con lei. Dille che è così abile che non puoi nasconderle niente, e che se risponderà a una domanda tu le prometterai di rompere il fidanzamento e di restare vedovo».
«Qual è la domanda che devo farle?» disse l'uomo.
Il maestro rispose: «Prendi una gran manciata di semi di soia e domandale quanti semi hai in mano. Se non è in grado di dirtelo, saprai che è soltanto una immaginazione della tua mente e non ti tormenterà più».
La notte dopo, quando gli apparve il fantasma, l'uomo si mise ad adularla e le disse che lei sapeva tutto.
«Infatti,» rispose il fantasma «e so che oggi sei andato a trovare quel maestro di Zen».
«E visto che sei così brava» ribatté l'uomo «dimmi quanti semi ho in questa mano!».
Non ci fu più nessun fantasma che rispondesse a quella domanda.

66. I figli di Sua Maestà.

Yamaoka Tesshu era uno dei precettori dell'imperatore. Era anche maestro di scherma e un profondo studioso dello Zen.
La sua casa era il rifugio dei vagabondi. E lui aveva un solo vestito, perché quelli lo facevano restare sempre povero.
L'imperatore, notando com'era consunto l'abito di Yamaoka, gli diede un po' di denaro per comprarsene degli altri. Ma la volta successiva Yamaoka comparve col solito vestito vecchio.
«Che ne hai fatto degli abiti nuovi, Yamaoka?» domandò l'imperatore
«Ho rivestito i figli di Vostra Maestà» spiegò Yamaoka.

67. Ma che cosa fai! Ma che cosa dici!

Oggigiorno si raccontano molte sciocchezze a proposito dei maestri e dei discepoli, e dell'insegnamento che il maestro lascia in eredità agli allievi prediletti, autorizzati così a trasmettere la verità ai propri seguaci. Naturalmente lo Zen dovrebbe essere comunicato in questo modo, da cuore a cuore, e in passato avveniva proprio così. Regnavano il silenzio e l'umiltà, non l'asserzione e la dichiarazione. Chi riceveva un simile insegnamento teneva segreta la cosa persino dopo vent'anni. Finché un altro, spinto dal proprio bisogno non scopriva che era disponibile un vero maestro, nessuno sapeva che l'insegnamento era stato impartito, e anche allora l'occasione si presentava in modo del tutto naturale, e l'insegnamento si faceva strada da sé. In nessun caso l'insegnante avrebbe dichiarato: «Io sono il successore del tale». Questa asserzione avrebbe dimostrato proprio il contrario.
Il maestro di Zen Mu-nan ebbe un solo successore. Il suo nome era Shoju. Quando Shoju ebbe compiuto i suoi studi di Zen, Mu-nan lo chiamò nella propria stanza. «Sto diventando vecchio,» disse «e a quanto ne so io, Shoju, tu sei l'unico che continuerai questo insegnamento. Qui c'è un libro. E' stato tramandato da maestro a maestro per sette generazioni. Anch'io vi ho fatto molte aggiunte secondo il mio criterio. Il libro è molto prezioso e io te lo do come simbolo della tua successione».
«Se questo libro è una cosa tanto importante, faresti meglio a tenertelo» rispose Shoju. «Io ho ricevuto il tuo Zen senza scritti, e mi sta bene così com'è».
«Lo so» disse Mu-nan. «Tuttavia, sono sette generazioni che quest'opera passa da un maestro all'altro, così puoi conservarlo come segno che hai ricevuto l'insegnamento. Tieni».
I due stavano parlando davanti a un braciere. Non appena Shoju ebbe il libro tra le mani lo gettò sui carboni accesi. Non aveva nessun desiderio di possedere qualcosa.
Mu-nan, che sino a quel momento non era mai andato in collera. strillò: «Ma che cosa fai!». Shoju gridò di rimando: «Ma che cosa dici!».

68. Una sola nota di Zen.

Dopo la sua visita all'imperatore, Kakua scomparve e nessuno seppe più niente di lui. Fu il primo giapponese a studiare lo Zen in Cina, ma poiché ne rivelò soltanto una nota e null'altro, non è ricordato tra quelli che portarono lo Zen in Giappone.
Kakua andò in Cina e ricevette il vero insegnamento. Durante la sua permanenza laggiù non fece viaggi. Meditando incessantemente, visse in un luogo remoto su una montagna. Tutte le volte che la gente lo trovava e gli chiedeva di predicare, lui diceva poche parole e poi se ne andava in un altro punto della montagna dove sarebbe stato più difficile trovarlo.
Quando Kakua tornò in Giappone, l'imperatore sentì parlare di lui e gli chiese di predicare lo Zen a edificazione sua e dei suoi sudditi.
Kakua rimase in silenzio davanti all'imperatore. Poi tirò fuori un flauto dalle pieghe della sua veste e sonò una sola, breve nota. Inchinandosi profondamente, scomparve.

69. Mangiare il rimprovero.

Un giorno ci furono delle circostanze impreviste che fecero tardare i preparativi per il pranzo di Fugai, un maestro di Zen Soto, e dei suoi discepoli. Allora il cuoco andò in tutta fretta nel giardino, tagliò col suo coltello ricurvo le cime di certi ortaggi, le tritò ben bene e ne fece una zuppa, senza accorgersi che nella fretta aveva tagliuzzato con le verdure anche un pezzo di serpente.
Ai seguaci di Fugai quella zuppa sembrò la più buona che avessero mai mangiata. Ma quando il maestro trovò nella propria scodella la testa del serpente, chiamò il cuoco. «E questa che cos'è?» domandò, reggendo con due dita la testa del serpente.
«Oh, grazie, maestro» rispose il cuoco, prendendo il bocconcino e affrettandosi a mangiarlo.

70. La cosa più preziosa del mondo.

Uno studente domandò a Sozan, un maestro cinese di Zen: «Qual è la cosa più preziosa del mondo?».
Il maestro disse: «La testa d'un gatto morto».
«E perché la testa d'un gatto morto è la cosa più preziosa del mondo?» insistette lo studente.
Sozan rispose: «Perché nessuno può dirne il prezzo».

71. Imparare a star zitti.

Gli allievi della scuola di Tendai solevano studiare meditazione anche prima che lo Zen entrasse in Giappone. Quattro di loro, che erano amici intimi, si ripromisero di osservare sette giorni di silenzio.
Il primo giorno rimasero zitti tutti e quattro. La loro meditazione era cominciata sotto buoni auspici; ma quando scese la notte e le lampade a olio cominciarono a farsi fioche, uno degli allievi non riuscì a tenersi e ordinò a un servo: «Regola quella lampada!».
Il secondo allievo si stupì nel sentire parlare il primo. «Non dovremmo dire neanche una parola» osservò.
«Siete due stupidi. Perché avete parlato?» disse il terzo.
«Io sono l'unico che non ha parlato» concluse il quarto.

72. Il signore stupido.

Due insegnanti di Zen, Daigu e Gudo, furono invitati a far visita a un gran signore. Appena giunti, Gudo disse al signore: «Tu sei intelligente per natura, e hai una innata predisposizione a imparare lo Zen».
«Sciocchezze» disse Daigu. «Perché stai adulando questo stupido? Sarà un signore, ma di Zen non sa proprio niente».
Così, invece di costruire un tempio per Gudo, il signore lo costruì per Daigu e studiò lo Zen con lui.

73. Dieci successori.

Gli studenti di Zen fanno voto di impegnarsi a studiare lo Zen anche se per questo dovessero rischiare di essere uccisi dal proprio insegnante. Di solito si fanno un taglio su un dito e suggellano col sangue la loro decisione. Col passar del tempo il voto è diventato una semplice formalità, e per questa ragione l'allievo che morì per mano di Ekido fu fatto apparire come un martire.
Ekido era diventato un insegnante severo. I suoi allievi lo temevano. Un discepolo che era di servizio, nel battere il gong per annunciare l'ora, sbagliò i rintocchi perché il suo sguardo fu attratto da una bella ragazza che passava davanti al cancello del tempio.
Immediatamente Ekido, che stava proprio alle sue spalle, lo percosse con un bastone e quel colpo uccise l'allievo.
Il tutore dell'allievo, informato dell'incidente, andò subito da Ekido. Rendendosi conto che il maestro non aveva nessuna colpa, lo elogiò per la sua severità. Il contegno di Ekido era esattamente quello di sempre, come se l'allievo fosse ancora vivo.
Dopo che accadde questo episodio, si formarono sotto la sua guida più di dieci successori illuminati, che è un numero molto fuori del comune.

74. La vera riforma.

Ryokan votò la propria vita allo studio dello Zen. Un giorno venne a sapere che suo nipote, nonostante i rimproveri dei parenti, sperperava il proprio denaro per una cortigiana. Poiché questo nipote amministrava i beni della famiglia al posto di Ryokan, e c'era pericolo che dilapidasse la loro fortuna, i parenti chiesero a Ryokan di intervenire.
Ryokan dové intraprendere un lungo viaggio per visitare il nipote, che non vedeva da anni. Il nipote parve contento di rivedere lo zio e lo invitò a passare la notte in casa sua.
Ryokan rimase in meditazione tutta la notte. La mattina dopo, mentre stava per partire, disse al giovane: «Evidentemente sto invecchiando, perché mi trema la mano. Vuoi aiutarmi a legare il laccio del mio sandalo?».
Il nipote lo aiutò volentieri. «Grazie,» disse Ryokan «vedi, un uomo diventa più vecchio e più debole di giorno in giorno. Abbi cura di te». Poi se ne andò, senza nemmeno far cenno alla cortigiana o alle lamentele dei parenti. Ma da quella mattina il nipote smise di far vita dissoluta.

75. Collera.

Uno studente di Zen andò da Bankei e gli espose un suo problema: «Maestro, io ho certe collere irrefrenabili. Come posso guarirne?».
«Hai qualcosa di molto strano davvero» disse Bankei. «Fammi dunque vedere di che si tratta».
«Be', così su due piedi non posso fartelo vedere» rispose l'altro.
«Quando potrai farmelo vedere?» domandò Bankei.
«Salta fuori quando meno me lo aspetto» rispose lo studente.
«Allora,» concluse Bankei «non dev'essere la tua vera natura. Se lo fosse, potresti mostrarmelo in qualunque momento. Quando sei nato non l'avevi, e non te l'hanno dato i tuoi genitori. Pensaci un po' sopra».

76. La mente di pietra.

Hogen, un insegnante cinese di Zen, viveva tutto solo in un piccolo tempio in campagna. Un giorno arrivarono quattro monaci girovaghi e gli chiesero se potevano accendere un fuoco nel suo cortile per scaldarsi.
Mentre stavano preparando la legna, Hogen li sentì discutere sulla soggettività e sull'oggettività. Andò loro accanto e disse: «Ecco questa grossa pietra. Secondo voi, è dentro o fuori della vostra mente?».
Uno dei monaci rispose: «Dal punto di vista del Buddhismo, tutto è un'oggettivazione della mente, perciò direi che la pietra è nella mia mente».
«Devi sentirti la testa molto pesante,» osservò Hogen «se te ne vai in giro portandoti nella mente una pietra come questa».

77. Nessun legame con la polvere.

Zengetsu, un maestro cinese della dinastia T'ang, scrisse per i suoi allievi i seguenti consigli:
Vivere nel mondo e tuttavia non stringere legami con la polvere del mondo è la linea di condotta di un vero studente di Zen.
Quando assisti alla buona azione di un altro, esortati a seguire il suo esempio. Nell'aver notizia dell'errore di un altro, raccomandati di non imitarlo.
Anche da solo in una stanza buia comportati come se avessi di fronte un nobile ospite. Esprimi i tuoi sentimenti, ma non diventare più espansivo di quanto la tua vera natura ti detti.
La povertà è il tuo tesoro. Non barattarla mai con una vita agiata.
Una persona può sembrare sciocca e tuttavia non esserlo. Può darsi che stia solo proteggendo con cura il suo discernimento.
Le virtù sono i frutti dell'autodisciplina e non cadono dal cielo da sole come la pioggia o la neve.
La modestia è il fondamento di tutte le virtù. Lascia che i tuoi vicini ti scoprano prima che tu ti sia rivelato.
Un cuore nobile non si mette mai in mostra. Le sue parole sono come gemme preziose, sfoggiate raramente e di grande valore.
Per uno studente sincero, ogni giorno è un giorno fortunato. Il tempo passa ma lui non resta mai indietro. Né la gloria né l'infamia possono commuoverlo.
Critica te stesso, non criticare mai gli altri. Non discutere di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato.
Alcune cose, benché giuste, furono considerate sbagliate per intere generazioni. Poiché è possibile che il valore del giusto sia riconosciuto dopo molti secoli, non c'è alcun bisogno di pretendere un riconoscimento immediato. Vivi con un fine e lascia i risultati alla grande legge dell'universo. Trascorri ogni giorno in serena contemplazione.

78. La vera prosperità.

Un uomo ricco chiese a Sengai di scrivergli qualche cosa per la continua prosperità della sua famiglia, così che si potesse custodirla come un tesoro di generazione in generazione.
Sengai si fece dare un grande foglio di carta e scrisse: «Muore il padre, muore il figlio, muore il nipote».
L'uomo ricco andò in collera. «Io ti avevo chiesto di scrivere qualcosa per la felicità della mia famiglia! Perché mi fai uno scherzo del genere?».
«Non sto scherzando affatto» spiegò Sengai. «Se prima che tu muoia dovesse morire tuo figlio, per te sarebbe un grande dolore. Se tuo nipote morisse prima di tuo figlio, ne avreste entrambi il cuore spezzato. Se la tua famiglia, di generazione in generazione, muore nell'ordine che ho detto, sarà il corso naturale della vita. Questa per me è la vera prosperità».

79. L'incensiere.

Una donna di Nagasaki, una certa Kame, faceva parte dell'esigua schiera di fabbricanti di incensieri del Giappone. Questi incensieri sono opere d'arte da usarsi soltanto in una sala da tè o davanti a un reliquiario di famiglia.
Kame, che era figlia di un uomo che era stato anche lui un artista, aveva il vizio di bere. Inoltre fumava e aveva continuamente rapporti con gli uomini. Non appena metteva insieme un po' di denaro dava una festa alla quale invitava artisti, poeti, falegnami, operai, uomini di molte vocazioni e di molti mestieri. In loro compagnia elaborava i suoi disegni.
Kame era lentissima nel creare, ma la sua opera, una volta finita, era sempre un capolavoro. I suoi incensieri erano gelosamente custoditi in case dove le donne non bevevano, non fumavano e non si accompagnavano liberamente con gli uomini.
Una volta il sindaco di Nagasaki pregò Kame di fare un incensiere per lui. Ma lei rimandò il lavoro così a lungo che trascorsero quasi sei mesi. Allora il sindaco, che aveva ottenuto una carica in una città lontana, andò a trovare Kame e la sollecitò a darsi da fare per il suo incensiere.
Venutale finalmente l'ispirazione, Kame fece l'incensiere. Dopo averlo finito lo posò su un tavolo. Lo guardò a lungo e attentamente. Fumò e bevve davanti all'oggetto come se esso costituisse tutta la sua compagnia di amici. Lo osservò per tutta la giornata.
Infine, preso un martello, Kame lo ridusse in pezzi. Aveva visto che non era la creazione perfetta che la sua mente esigeva.

80. Il vero miracolo.

Quando Bankei predicava nel tempio Ryumon, un prete Shinshu, che credeva nella salvezza ottenuta ripetendo il nome del Buddha dell'Amore, si ingelosì del suo vasto pubblico e volle discutere con lui.
Bankei stava parlando allorché comparve il prete, ma questo creò una tale confusione che Bankei si interruppe e domandò che cosa fosse tutto quel baccano.
«Il fondatore della nostra setta» si vantò il prete «aveva poteri così miracolosi che stando su una riva del fiume con un pennello in mano riusciva a scrivere attraverso l'aria il sacro nome di Amida su un foglio che un suo assistente reggeva sull'altra riva. Tu puoi fare questa cosa prodigiosa?».
Bankei rispose gaiamente: «Forse questo gioco di prestigio può farlo la tua volpe, ma non è questo il modo dello Zen. Il mio miracolo è che se ho fame mangio, e se ho sete bevo».

81. Addormentati e basta.

Gasan era seduto al capezzale di Tekisui tre giorni prima che il maestro morisse. Tekisui lo aveva già prescelto come proprio successore.
Qualche tempo prima un tempio era bruciato e Gasan stava facendo ricostruire l'edificio. Tekisui gli domandò: «Che cosa farete quando il tempio sarà ricostruito?».
«Quando ti sarai rimesso vogliamo che tu venga lì a fare un discorso» disse Gasan.
«E se non vivrò sino allora?».
«Faremo venire qualcun altro» rispose Gasan.
«E se non troverete nessuno?» continuò Tekisui.
Gasan rispose spazientito: «Non fare domande così stupide. Addormentati e basta».

82. Niente esiste.

Quando era un giovane studente di Zen, Yamaoka Tesshu andava sempre a trovare tutti i maestri. Andò a far visita a Dokuon di Shokoku.
Volendo mostrare la sua preparazione, disse: «La mente, Buddha e gli esseri senzienti, in fondo, non esistono. La vera natura dei fenomeni è il vuoto. Non c'è nessuna realizzazione, nessuna illusione, nessun saggio, nessuna mediocrità. Non c'è nessuno che dia e niente che si riceva».
Dokuon, che stava fumando in silenzio, non fece commenti. Tutt'a un tratto colpì Yamaoka con la sua pipa di bambù. Questo fece arrabbiare moltissimo il giovane.
«Se niente esiste,» domandò Dokuon «da dove viene questa tua collera?».

83. Chi non lavora non mangia.

Hyakujo, il maestro cinese di Zen, ancora all'età di ottant'anni conservava l'abitudine di lavorare coi suoi allievi, tenendo in ordine i giardini, sarchiando il terreno e potando gli alberi.
Ai suoi allievi dispiaceva che il vecchio maestro faticasse tanto, ma poiché sapevano che sarebbe stato inutile consigliargli di smettere, gli nascosero gli attrezzi.
Quel giorno il maestro non volle mangiare. Non mangiò nemmeno l'indomani e nemmeno il giorno seguente. «Forse è arrabbiato perché gli abbiamo nascosto gli attrezzi» immaginarono gli allievi. «Sarà meglio che li rimettiamo al loro posto».
Così fecero, e quel giorno stesso il maestro lavorò e mangiò come prima. La sera li istruì: «Chi non lavora non mangia».

84. Veri amici.

Molto tempo fa, in Cina, c'erano due amici, l'uno molto bravo a suonare l'arpa e l'altro molto bravo ad ascoltare.
Quando il primo suonava o cantava di una montagna, il secondo diceva: «Vedo la montagna come se l'avessimo davanti».
Quando il primo suonava a proposito di un ruscello, colui che ascoltava prorompeva: «Odo l'acqua che scorre!».
Ma quello che ascoltava si ammalò e morì. Il primo amico tagliò le corde della sua arpa e non suonò mai più. Da allora, tagliare le corde dell'arpa è sempre stato un segno di grande amicizia.

85. Tempo di morire.

Ikkyu, il maestro di Zen, era molto intelligente anche da bambino. Il suo insegnante aveva una preziosa tazza da tè, un oggetto antico e raro. Sfortunatamente Ikkyu ruppe questa tazza e ne fu molto imbarazzato. Sentendo i passi dell'insegnante, nascose i cocci della tazza dietro la schiena. Quando comparve il maestro, Ikkyu gli domandò: «Perché la gente deve morire?».
«Questo è naturale» spiegò il vecchio. «Ogni cosa deve morire e deve vivere per il tempo che le è destinato».
Ikkyu, mostrando la tazza rotta, disse: «Per la tua tazza era venuto il tempo di morire».

86. Il Buddha vivente e il fabbricante di tinozze.

I maestri di Zen aiutano e consigliano i loro allievi in una stanza appartata. Nessuno vi entra quando il maestro e l'allievo sono insieme.
Mokurai, il maestro di Zen del tempio Kennin di Kyoto, si divertiva a chiacchierare non soltanto coi suoi allievi, ma anche con mercanti e giornalisti. Un certo fabbricante di tinozze era quasi analfabeta. Faceva domande sciocche a Mokurai, prendeva il tè e poi se ne andava.
Un giorno, mentre il fabbricante di tinozze era là, Mokurai sentì il desiderio di parlare con un discepolo, sicché pregò il fabbricante di tinozze di aspettare in un'altra stanza. «Da quanto ho capito, tu sei un Buddha vivente» protestò l'uomo. «Nemmeno i Buddha di pietra nel tempio respingono la gente che si affolla davanti a loro. E dunque perché dovrei essere escluso proprio io?».
Così Mokurai fu costretto a uscire per vedere il suo discepolo.

87. Tre specie di discepoli.

Un maestro di Zen che si chiamava Gettan visse verso la fine dell'era Tokugawa. Egli soleva dire: «Ci sono tre specie di discepoli: quelli che insegnano lo Zen agli altri, quelli che hanno cura dei templi e dei santuari, e poi ci sono i sacchi di riso e gli attaccapanni». Gasan espresse la stessa idea. Quando studiava con Tekisui, il maestro era molto severo. Qualche volta lo picchiava persino. Altri allievi non sopportavano questo genere di insegnamento e se ne andavano. Gasan rimaneva dicendo: «Un discepolo di poco valore utilizza l'influenza dell'insegnante. Un discepolo mediocre ammira la bontà di un insegnante. Un buon discepolo diventa forte sotto la disciplina di un insegnante».

88. Come si scrive una poesia cinese.

A un famoso poeta giapponese fu domandato come si componga una poesia cinese.
«La consueta poesia cinese è di quattro versi» spiegò lui. «Nel primo verso c'è la premessa; nel secondo c'è la continuazione di quella premessa; il terzo verso si allontana dall'argomento e ne comincia uno nuovo; e il quarto verso collega i primi tre. Un canto popolare giapponese esemplifica quanto ho detto:

A Kyoto vivono le due figlie di un mercante di seta.
La più grande ha vent'anni, la più giovane diciotto.
Un soldato può anche uccidere con la sua spada,
Ma queste ragazze uccidono gli uomini coi loro occhi.

89. Dialogo Zen.

Gli insegnanti di Zen abituano i loro giovani allievi a esprimersi. Due templi Zen avevano ciascuno un bambino che era il prediletto tra tutti. Ogni mattina uno di questi bambini, andando a comprare le verdure, incontrava l'altro per la strada.
«Dove vai?» domandò il primo.
«Vado dove vanno i miei piedi» rispose l'altro.
Questa risposta lasciò confuso il primo bambino, che andò a chiedere aiuto al suo maestro. «Quando domattina incontrerai quel bambino,» gli disse l'insegnante «fagli la stessa domanda. Lui ti darà la stessa risposta, e allora tu domandagli: "Fa' conto di non avere i piedi: dove vai, in quel caso?". Questo lo sistemerà».
La mattina dopo i bambini si incontrarono di nuovo.
«Dove vai?» domandò il primo bambino.
«Vado dove soffia il vento» rispose l'altro.
Anche stavolta il piccolo rimase sconcertato, e andò a raccontare al maestro la propria sconfitta.
«E tu domandagli dove va se non c'è vento» gli consigliò il maestro.
Il giorno dopo i ragazzi si incontrarono per la terza volta.
«Dove vai?» domandò il primo bambino.
«Vado al mercato a comprare le verdure» rispose l'altro.

90. L'ultimo colpo.

Tangen studiava con Sengai sin da bambino. Arrivato a vent'anni, voleva lasciare il suo insegnante e vederne degli altri per fare uno studio comparativo, ma Sengai non gliene dava il permesso. Ogni volta che Tangen accennava al suo proposito, Sengai gli dava un colpo sul capo.
Finalmente Tangen chiese a un confratello più anziano di convincere Sengai a dargli il permesso. Il confratello lo fece e poi riferì a Tangen: «E' tutto a posto. Ho combinato che tu parta subito per il tuo pellegrinaggio».
Tangen andò da Sengai per ringraziarlo del permesso. Il maestro rispose dandogli un altro colpo.
Quando Tangen ne parlò al confratello più anziano, questi disse: «Ma che succede? Sengai non ha il diritto di dare il permesso e poi di cambiare idea. Voglio proprio andare a dirglielo». E andò a parlare con l'insegnante.
«Non mi sono rimangiato la mia parola» disse Sengai. «Ho voluto soltanto dargli un ultimo scappellotto, perché al suo ritorno sarà illuminato e non potrò più punirlo».

91. Il sapore della spada di Banzo.

Matajuro Yagyu era il figlio di un famoso spadaccino. Suo padre, convinto che l'attitudine del figlio fosse troppo scarsa per fargli raggiungere la maestria, lo disconobbe.
Così Matajuro andò sul Monte Futara e là trovò il famoso spadaccino Banzo. Ma Banzo confermò il giudizio del padre. «Tu vuoi imparare a maneggiare la spada sotto la mia guida?» domandò Banzo. «Ti mancano i requisiti indispensabili».
«Ma se lavoro sodo, quanti anni mi ci vorranno per diventare un maestro?» insistette il giovane.
«Il resto della tua vita» rispose Banzo.
«Non posso aspettare tanto» disse Matajuro. «Se accetti di darmi lezione, sono pronto a sottopormi a qualunque fatica. Se divento il tuo devotissimo servo, quanto tempo ci vorrà?».
«Oh, dieci anni, forse» disse Banzo addolcendosi.
«Mio padre si sta facendo vecchio e presto dovrò prendermi cura di lui» continuò Matajuro. «Se lavoro ancora più assiduamente, quanto tempo mi ci vorrà?».
«Oh, forse trent'anni» rispose Banzo.
«Ma come!» disse Matajuro. «Prima hai detto dieci anni, e ora trenta! Accetterò qualunque privazione pur di imparare quest'arte nel tempo più breve!».
«Be',» disse Banzo «allora dovrai restare con me settant'anni. Un uomo che ha tanta fretta di ottenere dei risultati raramente impara alla svelta».
«E va bene» dichiarò il giovane, comprendendo infine che gli si stava rimproverando la sua impazienza. «Accetto».
Matajuro ebbe l'ordine di non parlare mai di scherma e di non toccare mai una spada. Cucinava per il suo maestro, lavava i piatti, gli rifaceva il letto, puliva il cortile, curava il giardino, tutto senza che si parlasse mai di scherma.
Passarono tre anni. Matajuro continuava a lavorare. Pensando al proprio avvenire era triste. Non aveva ancora cominciato a imparare l'arte alla quale aveva votato la propria vita.
Ma un giorno Banzo scivolò alle sue spalle e gli diede un colpo terribile con una spada di legno.
L'indomani, mentre Matajuro stava cucinando del riso, Banzo tutt'a un tratto gli saltò di nuovo addosso.
Da allora, giorno e notte, Matajuro dovette difendersi dagli assalti inaspettati. Non c'era giorno, non c'era momento che non dovesse pensare al sapore della spada di Banzo.
Imparò così in fretta che la faccia del suo maestro era raggiante di sorrisi. Matajuro divenne il più grande spadaccino del paese.

92. Lo Zen dell'attizzatoio.

Hakuin soleva parlare ai suoi allievi di una vecchia che aveva una sala da tè, lodando la sua conoscenza dello Zen. Gli allievi non volevano credere alle sue parole e andavano nella sala da tè per accertarsene di persona.
Non appena li vedeva arrivare, subito la donna domandava se fossero venuti per prendere il tè o per sondare la sua comprensione dello Zen. Nel primo caso, li serviva con garbo. Nel secondo, faceva segno ai giovani di seguirla dietro il suo paravento. Non appena quelli obbedivano, lei li colpiva con un attizzatoio.
Nove allievi su dieci non sfuggivano a quella punizione.

93. Lo Zen del cantastorie.

Encho era un famoso cantastorie. I suoi racconti d'amore commovevano chiunque li ascoltasse. Quando raccontava una storia di guerra, era come se gli ascoltatori si trovassero proprio sul campo di battaglia.
Un giorno Encho incontrò Yamaoka Tesshu, un laico che aveva quasi raggiunto la totale padronanza dello Zen. «Ho sentito» disse Yamaoka «che tu sei il più bravo cantastorie del nostro paese e fai piangere e ridere la gente a tuo piacimento. Raccontami la mia storia preferita, quella del Bambino Pesca. Quando ero piccolo dormivo accanto a mia madre, e spesso lei mi raccontava quella favola. A metà del racconto mi addormentavo. Dimmela come me la diceva mia madre».
Encho non osò affrontare subito questa prova. Chiese un po' di tempo per studiare. Dopo parecchi mesi andò da Yamaoka e disse: «Ti prego, dammi la possibilità di raccontarti la favola».
«Un altro giorno» rispose Yamaoka.
Encho restò molto deluso. Continuò a studiare e provò di nuovo. Yamaoka lo rimandò indietro molte volte. Quando Encho cominciava a parlare, Yamaoka lo interrompeva dicendo: «Non sei ancora come mia madre».
Encho impiegò cinque anni per riuscire a raccontare la favola a Yamaoka come gliel'aveva raccontata sua madre.
Fu così che Yamaoka insegnò lo Zen a Encho.

94. La gita di mezzanotte.

Molti allievi studiavano meditazione sotto la guida del maestro di Zen Sengai. Uno di questi tutte le notti si alzava, scavalcava il muro del tempio e andava a divertirsi in città.
Una notte, nel fare un giro di ispezione nei dormitori, Sengai scoprì l'assenza dell'allievo, e trovò anche l'alto sgabello che egli aveva usato per scalare il muro. Sengai tolse lo sgabello e si appostò ai piedi del muro.
Quando il nottambulo tornò, non sapendo che Sengai era lo sgabello, mise il piede sul capo del maestro e saltò nel giardino. Non appena scoprì ciò che aveva fatto rimase sgomento.
Sengai disse: «La mattina presto fa molto freddo. Bada di non prenderti un raffreddore».
L'allievo non uscì più di notte.

95. Una lettera a un moribondo.

A uno dei suoi discepoli che stava per morire Bassui scrisse la seguente lettera:
«L'essenza della tua mente non è nata, perciò non morirà mai. Non è un'esistenza, che è peritura. Non è un vuoto, che è pura vacuità. Non ha né colore né forma. Non gode piaceri e non soffre dolori.
«So che sei molto malato. Da bravo studente di Zen, stai affrontando questa malattia con coraggio. Puoi non sapere esattamente chi è che soffre, ma domandati: Che cosa è l'essenza di questa mente? Pensa soltanto a questo. Non avrai bisogno di altro. Non desiderare niente. La tua fine che è senza fine è come un fiocco di neve che si dissolva nell'aria pura».

96. Una goccia d'acqua.

Un maestro di Zen che si chiamava Gisan pregò un giovane studente di portargli un secchio d'acqua per raffreddare il suo bagno. Lo studente portò l'acqua e, dopo aver raffreddato il bagno, gettò a terra quel po' d'acqua che era rimasta nel secchio.
«Stupido!» lo sgridò il maestro. «Perché non hai dato l'acqua rimasta alle piante? Con che diritto sprechi anche una sola goccia d'acqua in questo tempio?».
In quel momento il giovane studente raggiunse lo Zen. E cambiò il proprio nome in Tekisui, che vuol dire una goccia d'acqua.

97. Insegnare il fondamento.

Nei tempi remoti, in Giappone, si usavano lanterne di carta e di bambù con le candele dentro. Una notte, a un cieco che era andato a trovarlo, un tale offrì una lanterna da portarsi a casa.
«A me non serve una lanterna» disse il cieco. «Buio o luce per me sono la stessa cosa».
«Lo so che per trovare la strada a te non serve una lanterna,» rispose l'altro «ma se non l'hai, qualcuno può venirti addosso. Perciò devi prenderla».
Il cieco se ne andò con la lanterna, ma non era ancora andato molto lontano quando si sentì urtare con violenza.
«Guarda dove vai!» esclamò il cieco allo sconosciuto. «Non vedi questa lanterna?».
«La tua candela si è spenta, fratello» rispose lo sconosciuto.

98. Non-attaccamento.

Kitano Gempo, abate del tempio Eihei, aveva novantadue anni quando morì nel 1933. Per tutta la vita si era sforzato di non attaccarsi a nulla. A vent'anni, quand'era mendicante girovago, incontrò per caso un viandante che fumava tabacco. Mentre scendevano insieme lungo una strada di montagna, si fermarono a riposare sotto un albero. Il viandante gli offrì da fumare e Kitano, che in quel momento aveva una gran fame, accettò volentieri.
«Com'è piacevole fumare!» osservò. E l'altro, prima di separarsi da lui, gli diede un'altra pipa e del tabacco.
Kitano pensò tra sé: «Queste cose piacevoli rischiano di disturbare la meditazione. Voglio smettere subito prima che sia troppo tardi». E gettò via l'occorrente per fumare.
Quando aveva ventitré anni studiò l'"I-King", la più profonda dottrina dell'universo. Era d'inverno, e lui aveva bisogno di vestiti pesanti. Scrisse al suo insegnante, che viveva a cento miglia di distanza, spiegandogli la sua necessità, e affidò la lettera a un viaggiatore perché la recapitasse. Passò quasi tutto l'inverno e non arrivarono né la risposta né i vestiti. Allora Kitano ricorse alla prescienza dell'"I-King", che insegna anche l'arte della divinazione, per accertare se la sua lettera fosse o no andata smarrita. Appurò che era proprio così. Una successiva lettera del suo insegnante non faceva alcun accenno ai vestiti.
«Se con l'"I-King" io faccio un lavoro così esatto e determinante, potrei trascurare la mia meditazione» pensò Kitano. Così abbandonò quell'insegnamento meraviglioso e non ricorse mai più ai suoi poteri.
Quando aveva ventotto anni studiò calligrafia e poesia cinese. Divenne così bravo in queste arti che ebbe gli elogi del suo insegnante. Kitano pensò: «Se non smetto adesso, sarò un poeta, e non un insegnante di Zen». Così non scrisse mai più una sola poesia.

99. L'aceto di Tosui.

Tosui fu il maestro di Zen che lasciò il formalismo dei templi per vivere sotto un ponte con i mendicanti. Quando stava diventando molto vecchio, un amico lo aiutò a guadagnarsi da vivere senza mendicare. Gli insegnò a fare l'aceto di riso, e sino alla morte Tosui fece questo mestiere.
Mentre Tosui faceva l'aceto, uno dei mendicanti gli diede un ritratto del Buddha. Tosui lo appese sulla parete della sua capanna e ci mise davanti un cartello. Il cartello diceva: «Signor Amida Buddha: questa piccola stanza è molto angusta. Posso farti rimanere qui solo in via provvisoria. Ma con questo non credere che ti stia chiedendo di aiutarmi a rinascere nel tuo paradiso».

100. Il tempio silenzioso.

Shoichi, un uomo cieco da un occhio, era un maestro di Zen balenante di Illuminazione. Insegnava ai suoi discepoli nel tempio Tofuku.
Giorno e notte il silenzio regnava nel tempio. Non si udiva alcun suono.
L'insegnante aveva abolito anche la recitazione dei sutra. I suoi allievi non dovevano far altro che meditare.
Quando il maestro morì, una vecchia vicina sentì lo squillo delle campanelle e la cantilena dei sutra. Allora capì che Shoichi era morto.

101. Lo Zen di Buddha.

Buddha disse: «Io considero la posizione dei re e dei governanti come quella dei granelli di polvere. Osservo tesori di oro e di gemme come se fossero mattoni e ciottoli. Guardo le più belle vesti di seta come cenci strappati. Vedo le miriadi di mondi dell'universo come i piccoli semi di un frutto, e il più grande lago dell'India come una goccia d'olio sul mio piede. Mi accorgo che gli insegnamenti del mondo sono l'illusione di maghi. Distinguo il più elevato concetto di emancipazione come un broccato d'oro in un sogno, e considero il sacro sentiero degli illuminati come fiori che si schiudano ai nostri occhi. Vedo la meditazione come il pilastro di una montagna, il Nirvana come un incubo delle ore diurne. Considero il giudizio del bene e del male come la danza serpentina di un drago, e il sorgere e il tramontare delle credenze come null'altro che le tracce lasciate dalle quattro stagioni».

INDICE.

101 STORIE ZEN.
1. Una tazza di tè.
2. Trovare un diamante su una strada fangosa.
3. Ah sì?
4. Obbedienza.
5. Se ami, ama apertamente.
6. Nessuna pietà.
7. Annuncio.
8. Grandi Onde.
9. Non si può rubare la luna.
10. L'ultima poesia di Hoshin.
11. La storia di Shunkai.
12. Il cinese felice.
13. Un Buddha.
14. La strada fangosa.
15. Shoun e sua madre.
16. Quasi un Buddha.
17. Avaro nell'insegnare.
18. Una parabola.
19. Il Primo Principio.
20. Il consiglio di una madre.
21. Il suono di una sola mano.
22. Il mio cuore brucia come il fuoco.
23. La morte di Eshun.
24. Recitare i sutra.
25. Ancora tre giorni.
26. Dialogo commerciale per avere alloggio.
27. La voce della felicità.
28. Apri la tua stanza del tesoro.
29. Niente acqua, niente luna.
30. Il biglietto di visita.
31. Tutto è il migliore.
32. Una scheggia di tempo, una grande gemma.
33. La mano di Mokusen.
34. Un solo sorriso in tutta la vita.
35. Lo Zen di ogni istante.
36. Pioggia di fiori.
37. Pubblicare i sutra.
38. Il lavoro di Gisho.
39. Dormire di giorno.
40. Nel mondo dei sogni.
41. Lo Zen di Joshu.
42. La risposta del morto.
43. Lo Zen nella vita di un mendicante.
44. Il ladro che diventò discepolo.
45. Bene e male.
46. In che modo l'erba e gli alberi ottengono l'Illuminazione.
47. L'artista taccagno.
48. Proporzione perfetta.
49. Il Buddha dal naso nero.
50. La chiara realizzazione di Ryonen.
51. Il miso acido.
52. La tua luce può spengersi.
53. Dovrebbe essere grato chi dà.
54. Le ultime volontà e il testamento.
55. Il maestro del tè e l'assassino.
56. Il vero sentiero.
57. Le porte del paradiso.
58. Arrestare il Buddha di pietra.
59. Soldati dell'umanità.
60. La galleria.
61. Gudo e l'imperatore.
62. Nelle mani del destino.
63. Uccidere.
64. Il sudore di Kasan.
65. L'assoggettamento di uno spettro.
66. I figli di Sua Maestà.
67. Ma che cosa fai! Ma che cosa dici!
68. Una sola nota di Zen.
69. Mangiare il rimprovero.
70. La cosa più preziosa del mondo.
71. Imparare a star zitti.
72. Il signore stupido.
73. Dieci successori.
74. La vera riforma.
75. Collera.
76. La mente di pietra.
77. Nessun legame con la polvere.
78. La vera prosperità.
79. L'incensiere.
80. Il vero miracolo.
81. Addormentati e basta.
82. Niente esiste.
83. Chi non lavora non mangia.
84. Veri amici.
85. Tempo di morire.
86. Il Buddha vivente e il fabbricante di carrozze.
87. Tre specie di discepoli.
88. Come si scrive una poesia cinese.
89. Dialogo Zen.
90. L'ultimo colpo.
91. Il sapore della spada di Banzo.
92. Lo Zen dell'attizzatoio.
93. Lo Zen del cantastorie.
94. La gita di mezzanotte.
95. Una lettera a un moribondo.
96. Una goccia d'acqua.
97. Insegnare il fondamento.
98. Non-attaccamento.
99. L'aceto di Tosui.
100. Il tempio silenzioso.
101. Lo Zen di Buddha.

101 STORIE ZEN.

Questi racconti sono in parte tratti da un testo intitolato il "Shaseki-shu" [Raccolta di Pietra e di Sabbia], che Muju (il «non-dimorante»), un maestro giapponese di Zen, scrisse alla fine del tredicesimo secolo, e in parte da varie altre raccolte di aneddoti di monaci Zen pubblicate in Giappone tra la fine del secolo scorso e il principio di questo.
Gli Orientali, più attenti all'essere che all'agire, hanno sempre avuto il massimo rispetto per l'uomo che ha scoperto il proprio io. Un uomo siffatto si prefigge, seguendo l'esempio di Buddha, di dischiudere la propria consapevolezza.
I racconti qui presentati parlano di queste scoperte dell'io.
Quanto segue è tratto dalla prefazione alla prima edizione inglese di questi racconti ["101 Zen Stories", transcribed by Nyogen Senzaki and Paul Reps, London and Philadelphia, 1939].

Lo Zen potrebbe essere definito l'arte e il proposito interiori dell'Oriente. Fu trapiantato in Cina da Bodhidharma, che vi giunse dall'India nel sesto secolo, e fu portato verso l'est sino in Giappone a partire dal dodicesimo secolo. E' stato così descritto: «Uno speciale insegnamento senza scritture, al di là delle parole e delle lettere, che mira all'essenza spirituale dell'uomo, che vede direttamente nella sua natura, che raggiunge l'Illuminazione».
In Cina lo Zen fu conosciuto col nome di Ch'an. I maestri di Ch'an-Zen, anziché essere seguaci del Buddha, aspirano ad essere i suoi amici e a stabilire con l'universo un rapporto simpatetico come fecero Buddha e Gesù. Lo Zen non è una setta ma un'esperienza.
L'abitudine Zen della ricerca di sé mediante la meditazione per realizzare la propria vera natura, accompagnata dal disprezzo per il formalismo, dall'insistenza sull'autodisciplina e la semplicità di vita, finì con l'ottenere il favore della nobiltà e delle classi dominanti del Giappone e il profondo rispetto di tutte le correnti filosofiche dell'Oriente.
I drammi No sono racconti Zen. Lo spirito Zen ha finito col significare non soltanto la pace e la comprensione, ma la devozione all'arte e al lavoro, il ricco dispiegarsi dell'appagamento, che apre la porta all'intuito, l'espressione della bellezza innata, il fascino inafferrabile dell'incompletezza. Lo Zen ha molti significati, nessuno del tutto definibile. Se sono definiti, non sono Zen.
E' stato detto che se si ha lo Zen nella propria vita, non si ha più nessuna paura, nessun dubbio, nessun desiderio superfluo, nessuna emozione estrema. Non si è turbati né da atteggiamenti ingenerosi né da azioni egoistiche. Si serve l'umanità umilmente, attuando con misericordia la propria presenza in questo mondo e osservando la propria fine come un petalo che cada da un fiore. Sereni, si gode la vita in beata tranquillità. Questo è lo spirito dello Zen, la cui veste sono le migliaia di templi in Cina e in Giappone, i preti e i monaci, ricchezza e prestigio, e spesso proprio quel formalismo che esso vorrebbe trascendere.
Studiare lo Zen, il fiorire della propria natura, non è impresa facile in nessun'epoca e in nessuna civiltà. Molti insegnanti, veri e falsi, si sono proposti di aiutare altri in tale compito. Questi racconti sono il risultato di innumerevoli e autentiche avventure nello Zen. Che il lettore a sua volta possa realizzarle oggi nella sua quotidiana esperienza di vita.


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