"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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mercoledì 3 gennaio 2018

Gian Giuseppe Filippi, Il Serpente e la Corda - I Parte - 1. Attuale situazione delle forme tradizionali e delle organizzazioni iniziatiche

Gian Giuseppe Filippi
Il Serpente e la Corda

Indice I Parte
Introduzione
1. Attuale situazione delle forme tradizionali e delle organizzazioni iniziatiche
2. L’induismo contemporaneo e le sue organizzazioni iniziatiche
3. La Conoscenza o esperienza intuitiva del Brahman
4. L’Intuizione che sorge dall’osservazione dei tre stati
5. Gli strumenti di conoscenza che rimuovono l’ignoranza
6. Alcune considerazioni sul metodo vedānticośrāvaṆa
7. Alcune considerazioni sul metodo vedānticomanana
8. Alcune considerazioni sul metodo vedānticonididhyāsana
9. Significato vedāntico di Yoga
10. Gradi di discriminazione tra Sé e non-Sé
11. Da manana a nididhyāsana
12. Superamento delle opinioni erronee e delle difficoltà
13. Significato vedāntico di alcuni termini ricorrenti nei testi


I Parte
1. Attuale situazione delle forme tradizionali e delle organizzazioni iniziatiche


Dalla fine della seconda guerra mondiale lo sgretolamento delle istituzioni tradizionali si è verifiata con velocità sempre crescente. Se René Guénon affermava nel 1947 che molte porte si erano ormai chiuse, egli stesso non avrebbe potuto immaginare la rovinosa situazione che si è prodotta dopo la sua scomparsa.
È quindi opportuno aggiornare il quadro generale per cercare di distinguere ciò che si è definitivamente perduto da ciò che può essere ancora recuperato e in quale misura. Infine sarà necessario identificare le fonti di conoscenza ancora valide e quelle, rarissime, tuttora intatte.
In Europa occidentale, le istituzioni religiose latine, a cui spettava il ruolo di ergersi a bastioni di saggezza in difesa dalle degenerazioni descritte nell’Introduzione, alla fine si sono dimostrate conniventi con esse e hanno concluso grottescamente nell’ignoranza e nella stupidità[1] la loro corsa bimillenaria[2]. Altre forme più “orientali” di cristianesimo si trovano in una intrigante fase di restaurazione, soprattutto nella loro forma slava, ferocemente perseguitata per lunghi decenni dai regimi comunisti. La componente iniziatica, pur sempre presente, vi si trova tuttavia in una forte fase di chiusura difensiva, a tutela degli ultimi misteri gelosamente conservati, riducendo così il numero di neofiti. Certo, questa attitudine, assai diffusa presso le organizzazioni iniziatiche esicaste, monastiche o meno, delle chiese autocefale ortodosse, copte, maronite, armene e altro ancora, corrisponde a una necessità e ha le sue giustificazioni[3]. Ciò non toglie che essa rappresenti comunque un grave segno dei tempi[4].
Trattando sempre di religioni tipiche dell’occidente, ricorderemo che gran parte delle tendenze anomale del mondo in cui viviamo, quali il marxismo e la psicanalisi, sono state prodotte in seno alla mistica deviata di quel giudaismo considerato “ultraortodosso” da coloro che non hanno idea di cosa sia l’ortodossia. Al contrario, l’autentica qabbalah, già così rara nei secoli passati, oggi non dà più segni di vita, al punto tale da essere oggetto di tentativi di restaurazione “accademica” di matrice assai sospetta.
L’islām, che alcuni per errore di valutazione considerano come una religione “orientale[5], mentre, come ogni religione semitica “monoteistica”, è perfettamente occidentale, da almeno quarant’anni è in preda a una inattesa situazione di degenerazione rapidissima e devastante. Abbiamo assistito in questi più recenti anni all’improvviso passaggio, nei paesi islamici, da regimi espressi dall’antitradizione laica e profana, a regimi intesi a instaurare un ordine “califfale” rovesciato d’ispirazione dichiaratamente contro-tradizionale.
Al suo interno, il tasawwuf esprime sempre più raramente dei murshidun qualificati; e qualora, alla scomparsa dei vecchi maestri, subentrino degli autentici shuyukh, la tendenza generalizzata tra costoro consiste nell’evitare l’accettazione di nuovi discepoli in ragione della scarsezza di qualificazioni presso le nuove generazioni. Quando invece, alla scomparsa d’uno shaykh adepto succede un maestro privo delle qualifiche minime richieste, la tendenza prevalente di quest’ultimo sarà quella di occuparsi di problemi esteriori, della sharica più letteralista e della politica più profana e antitradizionale, dedicandosi al proselitismo e alla proliferazione di rappresentatanti (muqaddam), anche con ampi reclutamenti, scelti preferentemente tra convertiti[6] europei e nordamericani[7]. I “maestri”[8] contemporanei di questo tipo [9], ben più gravemente dei preti latini, che, tutto sommato, hanno soltanto soffocato sul letto di morte un agonico essoterismo, stanno corrompendo le vie iniziatiche a cui hanno avuto incautamente accesso, spesso in favore di una sharica sempre più disastrosamente violenta, che persegue ciecamente i devastanti piani d’invasione di Gog e Magog[10]. Ciò non toglie che in molti angoli della terra dell’islam il tasawwuf sia ancora una realtà operante e questo spiega la ragione per la quale esso sia sempre più frequentamente vittima di persecuzione sia da parte di tutti gli Stati a maggioranza musulmana, dichiarati “islamici” o “laici”, nessuno escluso, sia da parte di masse fanatizzate, per mezzo di progrom apparentemente spontanei.
In questa fin troppo rapida panoramica possiamo solamente menzionare il miserevole rudere delle iniziazioni di mestiere del cattolicesimo medievale, troppo compromesso, quando non protagonista dell’azione contro-tradizionale. Se un progetto di raddrizzamento della tradizione occidentale potesse ancora essere formulato, possibilità sempre fattibile anche se viepiù improbabile, ciò non avverrà certamente con il sostegno della Libera Muratoria o alla Chiesa “cattolica[11]
La strada che conduce al dominio spirituale è diventata, dunque, quasi impraticabile in Occidente ed estremamente ridotta in Oriente, se questa divisione geografica può ancora avere alcun senso al tempo presente. Il taoismo nella Cina continentale è stato infiltrato e controllato dal regime comunista, che ha utilizzato a fini magici certe sue conoscenze di psichismo inferiore, allo scopo di rafforzare il “Partito” e i suoi gerarchi, oltre ad ordire una spietata guerra “sottile” contro i suoi nemici. La grave ribellione del démone Dorje Shugden (Rdo-rje shugs-ldan) contro le gerarchie monastiche gelupa (dGe Lugs Pa) pilotata da Pechino, ne è una prova sotto gli occhi di chiunque sappia vedere. Rimangono, naturalmente, alcune organizzazioni taoiste ancora intatte fuori dal continente, in particolare a Taiwan e Singapore, ma la loro perifericità dal centro e l’allentamento della “solidarietà di razza”, così importante per l’efficacia rituale della tradizione estremo orientale, non può non averne indebolito la portata.[12]

Per gentile concessione del Comitato Redazionale Tridaṇḍa del sito Veda Vyāsa Maṇḍala e dell'Autore






[1] È davvero doloroso assistere al modo in cui i sinceri devoti cattolici si aggrappano pateticamente all’illusione e alla speranza che il cadavere della Chiesa Romana possa un giorno risorgere da morte; vite religiose spezzate, vittime di una gerarchia che ha perso per sempre ogni trasmissione, oltre al “ben dell’intelletto”. Costoro, invece d’insistere a prestare voto di obbedienza ai fattivi seguaci dell’Avversario, devono prendere atto che il “non prevalebunt” è tuttora effettivo presso altre Chiese che hanno mantenuta ritualmente la trasmissione apostolica.
[2] Non teniamo in alcuna considerazione, in questo contesto, la religiosità protestantica, suddivisa nelle sue innumerevoli sette, per il fatto che non può in alcun modo essere annoverata nell’ambito, pur limitato spiritualmente, delle autentiche religioni, proprio per l’assenza di ogni tradizione rituale, spirituale, conoscitiva e della trasmissione apostolica.
[3] Naturalmente tutte le Chiese cristiane orientali che, volenti o nolenti, hanno fatto atto di sottomissione a Roma, si trovano nella medesima tragica condizione del cattolicesimo latino. Tuttavia, godendo paradossalmente dell’abrogazione del latino come lingua liturgica generale in favore dei volgari, scelta che è stata fatale per il rituale romano, queste Chiese hanno potuto conservare la loro liturgia originaria nelle lingue paleoslava, armena, aramea e altro ancora, mantenendo così ancora una certa efficacia per i loro riti essoterici. Purtroppo lo stesso non può dirsi dell’esoterismo, che la gerarchia latina con capisce, confondendolo con il misticismo o con un preteso “gnosticismo”, e a cui è comunque sordamente ostile.
[4] Potremmo osservare che la tradizione tibetana, avendo fatto una simile scelta difensiva, ha garantito la continuità di certe trasmissioni segrete anche dopo la perdita del suo centro spirituale himalayano; ma contemporaneamente ha permesso l’entrata nel corpo del saṅga d’una massa d’individui spaventosamente squalificati d’origine europea, estremo-orientale o nordamericana, che ha provocato, di riflesso, anche un repentino crollo intellettuale fra le più giovani generazioni monastiche in esilio. Perciò alla gelosa preservazione della componente esoterica ha corrisposto una evidente decadenza qualitativa della tradizione esteriore.
[5] Le sole rarissime turuq, che hanno elaborato una qualche forma di metafisica, possono essere definite “orientali”, intendendo questo termine in senso simbolico e non solamente geografico. Si tratta di vie iniziatiche che sono entrate in contatto diretto con la Tradizione Primordiale.
[6] Con “convertiti” intendiamo coloro che sono passati da un precedente stato profano all’essoterismo di una tradizione tale da permettere o favorire un tale passaggio. Costoro, perciò, non essendosi “collocati” nell’esoterismo dell’altra tradizione attraverso il suo centro, portano le caratteristiche e gli attacamenti esteriori tipici delle conversioni.
[7] In questo i pseudo guru “californiani” hanno fatto scuola. I discepoli occidentali, soprattutto quelli di provenienza protestantica, che rappresentano anche una importante fonte finanziaria, sono facilmente indotti all’adorazione acritica del guru o dello shaykh per il loro atteggiamento fideistico cieco dovuto alle loro radici culturali.
[8] Usiamo le virgolette in questo caso in quanto la massima parte dei “maestri” di oggi sono in realtà dei facenti funzioni, khulafā, che non hanno raggiunto il grado di realizzazione corrispondente alla funzione di shaykh o pīr; ciò spiega anche la deriva di quel tipo di turuq che stiamo descrivendo.
[9] L’affermazione secondo la quale nessuna organizzazione iniziatica islamica si trasferirebbe o fonderebbe mai una sua diramazione fuori del dār al-islām è del tutto valida e attuale; ciò è necessitato da quella organizzazione della geografia sacra che nel medioevo cristiano era denominata “Feudi Celesti e feudi terreni” e che è ancora una realtà attuale per il tasawwuf. La totale ignoranza di questa concezione da parte dei vari autonominati “shuyukh” europei conduce le loro pretese turuq a essere soltanto centri di conversione essoterica, inducendo i loro proseliti a una inutile e disordinata memorizzazione di simboli e dottrine “tradizionali” di fonte libresca al fine di mantenere una parvenza “iniziatica”. Cfr. Jean-Louis Gabin, L’idée que l’islam doit dominer la planète, Vaux-le-Pénil, Vers la Tradition, n° Hors Série, Décembre 2016. È altrettanto evidente il clamoroso fallimento della ripetizione di formule rituali iniziatiche impartite in simili ambienti, davanti alla supponente ignoranza dottrinale e incapacità metodica di tali pretesi “maestri”, i quali riescono solamente a convincere i discepoli più illusi e manipolabili che certe “sensazioni” rappresentano il raggiungimento d’una qualche “realizzazione”. Per distrarre dall’inefficacia di tali rituali esoterici, si ricorre a una intensificazione dei riti essoterici che, per loro natura, nulla hanno a che fare con la dimensione iniziatica. Dobbiamo tuttavia ammettere che l’azione di tutti costoro è stata provvidenziale, poiché, attirando nelle loro cerchie i “guénoniani” intellettualmente meno qualificati, hanno drenato parzialmente il flusso di occidentali nelle fila delle autentiche turuq della terra d’islam. Infatti, a nostra diretta conoscenza, alcune turuq, che hanno subito massicce infiltrazioni di convertiti più o meno “guénoniani”, hanno subito una rapida quanto inaspettata degenerazione.
[10] Non a caso la “lotta finale”, secondo la tradizione tibetana, si svilupperà contro certe diaboliche correnti islamiche provenienti da quello che è l’attuale Afghanistan.
[11] D’altra parte, le pretese forme “iniziatiche ermetiche” d’origine rinascimentale sopravvissute fino al giorno d’oggi, come quelle annunciate con alone di mistero da Charbonneau, con la sospetta complicità di Jean Reyor, e ancora recentemente date per buone da inquietanti “cacciatori di sette”, si sono poi rivelate semplici pie confraternite religiose; proprio di quelle che proliferano ancora a migliaia nelle aree “pretecnologiche” del cattolicesimo dell’Italia meridionale, dell’Occitania, della Spagna e del Portogallo.
[12] Da qualche anno il regime della Cina continentale ha riproposto, in chiave new age-maoista, un “nuovo confucianesimo”, con pretese iniziatiche alternative a quelle del taoismo e promotore dell’egemonia cinese sul pianeta. Il “pericolo giallo” preconizzato tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, in definitiva oggi è diventato reale. Il lettore non confonda il “nuovo confucianesimo”, con il “neo-confucianesimo” che si formò sotto la guida di Chu Hsi durante la dinastia Sung e che integrava in un’unica forma tradizionale confucianesimo, buddhismo e taoismo.

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