"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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lunedì 3 marzo 2014

René Guénon, La crisi del mondo moderno. Cap. 3 - Conoscenza e azione

René Guénon
La crisi del mondo moderno

Cap. 3 - Conoscenza e azione
Considereremo adesso, in maniera particolare, uno dei principali aspetti dell’opposizione che esiste attualmente fra lo spirito orientale e lo spirito occidentale, opposizione che è, in maniera più generale, quella fra lo spirito tradizionale e lo spirito antitradizionale, come abbiamo spiegato prima. Da un certo punto di vista, che peraltro è uno dei più fondamentali, questa opposizione appare come quella fra la contemplazione e l’azione, o, per essere più esatti, come quella relativa ai due posti rispettivi che conviene attribuire all’uno ed all’altro di questi due termini.
In funzione del rapporto che intercorre fra loro, questi possono essere considerati in vario modo: si tratta veramente di due contrari, come sembra si pensi comunemente, o non si tratta piuttosto di due complementari, o ancora non vi sarebbe in realtà fra loro una relazione, non di coordinazione, ma di subordinazione? Sono questi i diversi aspetti della questione, e tali aspetti si riferiscono ad altrettanti punti di vista la cui importanza, peraltro, è molto diversa, ma ciascuno dei quali ha in qualche modo la sua giustificazione e corrisponde ad un certo ordine di realtà.
Innanzi tutto, il punto di vista più superficiale, il più esteriore di tutti, è quello che consiste nell’opporre puramente e semplicemente la contemplazione all’azione, come fossero due contrari nel vero senso della parola. L’opposizione, in effetti, esiste solo in apparenza ed è incontestabile, e tuttavia, se essa fosse assolutamente irriducibile, fra la contemplazione e l’azione vi sarebbe una totale incompatibilità, tale che non potrebbero mai trovarsi riunite. Ora, in effetti, non è così; non vi è alcun popolo né alcun individuo, almeno nei casi normali, che possa essere esclusivamente contemplativo o esclusivamente attivo. La verità è che si tratta di due tendenze, una delle quali finisce col dominare quasi necessariamente, di modo che lo sviluppo dell’una sembra effettuarsi a detrimento dell’altra, per il semplice motivo che l’attività umana, intesa nel senso più generale, non può esercitarsi parimenti e contemporaneamente in tutti i domini e in tutte le direzioni. È questo che dà l’impressione di una opposizione; ma dev’esserci una conciliazione possibile fra questi due contrari o cosiddetti tali; e, del resto, si potrebbe dire altrettanto per tutti i contrari, i quali cessano d’esser tali allorché, per prenderli in considerazione, ci si eleva al di sopra di un certo livello, quello in cui la loro opposizione mantiene tutta la sua realtà. Chi dice opposizione o contrario, per ciò stesso, dice disarmonia o squilibrio, vale a dire qualcosa che, come abbiamo già detto a sufficienza, può esistere solo da un punto vista relativo, particolare e limitato.
Considerando dunque la contemplazione e l’azione come complementari, ci si pone da un punto di vista un po’ più profondo e più vero del precedente, dato che l’opposizione vi si trova conciliata e risolta, con i due termini che in qualche modo si equilibrano l’un l’altro. Sembra allora trattarsi di due elementi ugualmente necessari, che si completano e si sostengono a vicenda e che costituiscono la doppia attività, interiore ed esteriore, di un solo e medesimo essere, sia questo un uomo in particolare o l’umanità considerata collettivamente. Questa concezione è sicuramente più armoniosa e più soddisfacente della prima, tuttavia, se ci si attenesse esclusivamente ad essa, si sarebbe tentati di porre sullo stesso piano, proprio in virtù della correlazione stabilita, sia la contemplazione che l’azione, di modo che rimarrebbe solo da sforzarsi di mantenere l’equilibrio fra loro, senza mai porsi l’interrogativo su una qualunque superiorità dell’una nei confronti dell’altra; e ciò che dimostra subito che un tale punto di vista è ancora insufficiente è proprio il fatto che, al contrario, tale interrogativo sulla superiorità si pone effettivamente e si è sempre posto, quale che sia la direzione verso la quale si è inteso risolverlo.
Del resto, ciò che importa, a questo proposito, non è tanto la questione di una predominanza di fatto, la quale tutto sommato è solo una faccenda di temperamento o di razza, quanto quella che si potrebbe chiamare una predominanza di diritto; e le due cose sono collegate solo fino ad un certo punto. Senza dubbio, il riconoscimento della superiorità di una delle due tendenze inciterà a svilupparla il più possibile, preferendola all’altra; ma, in pratica, non è meno vero che il posto che finiranno con l’occupare la contemplazione e l’azione, nella vita di un uomo o di un popolo, dipenderà sempre, in gran parte, dalla sua propria natura, poiché in tutto questo occorre tenere conto delle possibilità particolari di ciascuno. È risaputo che l’attitudine alla contemplazione è più diffusa e generalmente più sviluppata presso gli Orientali, e probabilmente in nessun paese essa lo è tanto quanto in India, è questa la ragione per la quale questo paese può essere considerato come il rappresentante per eccellenza di ciò che abbiamo chiamato lo spirito orientale. Per contro, è incontestabile che, in linea generale, l’attitudine all’azione o la tendenza che deriva da tale attitudine, è quella che predomina presso i popoli occidentali per quanto riguarda la grande maggioranza degli individui; e che, quand’anche questa tendenza non fosse esagerata e deviata come adesso, essa sussisterebbe ugualmente, di modo che presso di loro la contemplazione non potrebbe mai riguardare che un’élite molto più ristretta; è per questo che in India si dice molto volentieri che, se l’Occidente ritornasse ad uno stato di normalità e in possesso di una organizzazione sociale regolare, vi si troverebbero indubbiamente molti Kshatriya, ma pochi Brâhmani[1]. Nondimeno, se l’élite intellettuale fosse effettivamente costituita e se la sua supremazia venisse riconosciuta, questo sarebbe sufficiente per far rientrare tutto nell’ordine, poiché la potenza spirituale non è affatto basata sul numero, la cui legge è quella della materia; e d’altronde, lo si noti bene, nell’antichità e soprattutto nel Medio Evo, il fatto che negli Occidentali albergasse la disposizione naturale all’azione, non impedì loro di riconoscere la superiorità della contemplazione, vale a dire dell’intelligenza pura; come mai allora accade diversamente nell’epoca moderna? C’è da chiedersi se questo si verifica perché gli Occidentali, sviluppando oltre modo le loro facoltà d’azione, abbiano finito col perdere la loro intellettualità e poi, per consolarsi, abbiano inventato delle teorie che pongono l’azione al di sopra di tutto, giungendo, come col «pragmatismo», perfino a negare che esista alcunché di valido al di fuori dell’azione stessa; oppure se non sia dovuto al fatto che questo modo di vedere, essendo prevalso inizialmente, li abbia condotti all’atrofia intellettuale che conosciamo oggi. In entrambe le ipotesi, ed anche nel caso assai probabile che la verità sia costituita da una combinazione fra di esse, i risultati sono esattamente gli stessi; al punto in cui le cose sono giunte, è ormai tempo di reagire, e, lo ripetiamo ancora una volta, è qui che l’Oriente può venire in aiuto dell’Occidente, sempre che quest’ultimo lo voglia realmente; e questo non per imporgli delle concezioni che gli sono estranee, come certuni sembrano temere, ma proprio per aiutarlo a ritrovare la propria tradizione, della quale ha perso il senso.
Si potrebbe dire che l’antitesi fra l’Oriente e l’Occidente, allo stato attuale delle cose, consiste nel fatto che l’Oriente mantiene la superiorità della contemplazione sull’azione, mentre l’Occidente moderno afferma invece la superiorità dell’azione sulla contemplazione. In questo caso non si tratta più di punti di vista, come quando si parlava semplicemente di opposizione o di complementarità e dunque di un rapporto di coordinazione fra i due termini, punti di vista di cui ciascuno può avere la sua giustificazione e può essere accettato quantomeno come l’espressione di una certa verità relativa; e infatti, dal momento che un rapporto di subordinazione è irreversibile per la sua stessa natura, le due concezioni sono realmente contraddittorie, dunque esclusive l’una dell’altra, di modo che, non appena si ammette che effettivamente vi è subordinazione, necessariamente una delle due concezioni è vera e l’altra è falsa. Prima di approfondire ulteriormente la questione, facciamo ancora notare che, mentre lo spirito che si è mantenuto in Oriente è veramente quello di tutti i tempi, così come dicevamo prima, quello presente in Occidente è apparso solo in un’epoca molto recente; il che può far pensare, al di là di ogni altra considerazione, che ci si trova al cospetto di qualcosa di anormale. Questa impressione è confermata dalla stessa esagerazione in cui incorre lo spirito occidentale moderno nel seguire la tendenza che gli è propria: non contento di proclamare, ad ogni occasione, la superiorità dell’azione, ha finito col farne la sua preoccupazione esclusiva ed ha finito col negare ogni valore alla contemplazione, di cui peraltro ignora o disconosce interamente la vera natura. Al contrario, le dottrine orientali, pur affermando il più chiaramente possibile la superiorità ed anche la trascendenza della contemplazione in rapporto all’azione, accordano tuttavia a quest’ultima il suo posto legittimo e riconoscono volentieri tutta la sua importanza nell’ordine delle contingenze umane[2].
Le dottrine orientali, ed anche le antiche dottrine occidentali, sono unanimi nell’affermare che la contemplazione è superiore all’azione, come l’immutabile è superiore al mutamento[3]. L’azione, essendo solo una modificazione transitoria e momentanea dell’essere, non potrebbe avere in se stessa il suo principio e la sua ragion sufficiente; se essa non si ricollega ad un principio che è al di là del suo dominio contingente, non è altro che pura illusione; e questo principio da cui trae tutta la realtà di cui è suscettibile, la sua esistenza e la sua stessa possibilità, non può trovarsi che nella contemplazione o, se si preferisce, nella conoscenza, poiché, in fondo, questi due termini sono sinonimi o, quantomeno, coincidenti: la conoscenza e l’operazione con cui la si persegue non possono in alcun modo essere separate[4]. Del pari, il mutamento, nella sua accezione più generale e in mancanza di un principio da cui procedere, è inintelligibile e contraddittorio, e cioè impossibile; e tale principio, per il fatto stesso che è il suo, non può essergli sottomesso, quindi è necessariamente immutabile; è per questo che nell’antichità occidentale Aristotele aveva affermato la necessità del «motore immobile» di tutte le cose. Questo ruolo di «motore immobile», in rapporto all’azione, viene svolto precisamente dalla conoscenza; è evidente che l’azione appartiene interamente al mondo del cambiamento, del «divenire», e solo la conoscenza permette di uscire da questo mondo e dalle limitazioni ad esso inerenti; ed allorché raggiunge l’immutabile, come nel caso della conoscenza principiale o metafisica che è la conoscenza per eccellenza, possiede essa stessa l’immutabilità, poiché ogni conoscenza vera è essenzialmente identificazione col suo oggetto. È proprio quello che ignorano gli Occidentali moderni, i quali, in fatto di conoscenza, concepiscono solo più una conoscenza razionale e discorsiva, dunque indiretta ed imperfetta, quella che si potrebbe chiamare una conoscenza per riflesso; e per di più, essi apprezzano perfino questa conoscenza inferiore nella misura in cui essa può servire in maniera immediata per dei fini pratici; impegnati nell’azione al punto da negare tutto ciò che la oltrepassa, non si accorgono che questa stessa azione, in mancanza di principio, degenera in una agitazione tanto vana quanto sterile.
In effetti, è proprio questo il carattere più visibile dell’epoca moderna: un bisogno incessante d’agitazione, di cambiamento continuo, di velocità sempre crescente, come quella con cui si svolgono gli stessi avvenimenti. È la dispersione nella molteplicità, in una molteplicità non più unificata dalla coscienza di alcun principio superiore; nella vita ordinaria come nelle concezioni scientifiche, è l’analisi spinta all’estremo, un’indefinita suddivisione, una vera disgregazione dell’attività umana in tutti gli ambiti in cui può ancora esercitarsi; e da qui l’inattitudine alla sintesi, l’impossibilità di ogni concentrazione: così sorprendente agli occhi degli Orientali. Si tratta esattamente delle conseguenze naturali ed inevitabili di una materializzazione sempre più accentuata, poiché la materia è essenzialmente molteplicità e divisione; ed è per questo, detto di sfuggita, che tutto ciò che ne deriva non può procurare che lotte e conflitti di ogni genere, così fra i popoli come fra gli individui. Più si affonda nella materia, più gli elementi di divisione e di opposizione si accentuano e si ampliano; al contrario, più ci si eleva verso la spiritualità pura, più ci si approssima all’unità, che può essere pienamente realizzata solo tramite la coscienza dei principi universali.
La cosa più strana è che il movimento ed il cambiamento sono veramente ricercati per se stessi e non in vista di uno scopo qualunque al quale potrebbero condurre; e questo deriva direttamente dal fatto che tutte le facoltà umane sono assorbite dall’azione esteriore, di cui abbiamo appena segnalato il carattere momentaneo. Si tratta sempre della dispersione vista sotto un altro aspetto e ad uno stadio più accentuato: vi è, si potrebbe dire, come una tendenza all’istantaneità, avente per limite uno stato di puro squilibrio, il quale, se potesse essere raggiunto, coinciderebbe con la dissoluzione finale di questo mondo; ed anche questo è uno dei segni più chiari dell’ultimo periodo del Kali-Yuga.
Da questo punto di vista, lo stesso accade nell’ordine scientifico: la ricerca per la ricerca, molto più che per i risultati parziali e frammentari ai quali essa conduce; la successione sempre più rapida di teorie e d’ipotesi senza fondamento, le quali, non appena composte, subito dopo crollano, per essere rimpiazzate da altre che dureranno ancora meno; un vero caos, in mezzo al quale sarebbe vano cercare qualche elemento acquisito una volta per tutte, una mostruosa accumulazione di fatti e di particolari che non possono provare niente e niente possono significare. È chiaro che ci riferiamo al punto di vista speculativo, nella misura in cui esso ancora sussiste, perché per quanto attiene alle applicazioni pratiche, si riscontrano invece dei risultati incontestabili, e la cosa si comprende facilmente, dal momento che tali applicazioni si riferiscono direttamente al dominio materiale e dal momento che tale dominio è il solo in cui l’uomo moderno possa vantare una reale superiorità.
Bisogna dunque aspettarsi che le scoperte, o piuttosto le invenzioni meccaniche ed industriali, vadano sempre più sviluppandosi e moltiplicandosi, anch’esse con crescente rapidità, fino alla fine dell’età attuale; e chissà se con i pericoli di distruzione che comportano non saranno proprio esse uno dei principali agenti dell’ultima catastrofe, se effettivamente le cose giungeranno al punto che questa non potrà essere evitata.
In ogni caso, si prova generalmente l’impressione che, allo stato attuale, non vi sia più alcuna stabilità; ma, mentre alcuni sentono il pericolo e cercano di reagire, la maggior parte dei nostri contemporanei si compiace di questo disordine, in cui riconosce come un’immagine esteriorizzata della propria mentalità. E in effetti, vi è un’esatta corrispondenza fra un mondo in cui tutto sembra essere in puro «divenire», in cui non vi è alcun posto per l’immutabile ed il permanente, e la condizione di spirito degli uomini che fanno coincidere ogni realtà con questo stesso «divenire», cosa questa che implica la negazione della vera conoscenza al pari dell’oggetto stesso di questa conoscenza, e cioè dei principi trascendenti ed universali. Si può perfino andare oltre: si tratta della negazione di ogni conoscenza reale, in qualsivoglia ordine, perfino nel relativo, poiché, come abbiamo detto in precedenza, il relativo è inintelligibile ed impossibile senza l’immutabile, come la molteplicità senza l’unità; il «relativismo» è affetto da una implicita contraddizione: quando si vuole ridurre tutto al cambiamento, si dovrebbe poi giungere, logicamente, a negare perfino l’esistenza del cambiamento stesso; in fondo, i famosi argomenti di Zenone d’Elea non avevano che questo significato. In effetti, bisogna dire che teorie come queste non sono esclusivamente proprie ai tempi moderni, poiché non bisogna neanche esagerare; se ne possono trovare degli esempi nella filosofia greca, ed il caso di Eraclito, con il suo «fluire universale», è il più conosciuto in proposito, e fu perfino uno dei motivi che indusse gli Eleati a combattere queste concezioni, al pari di quelle atomiste, con una sorta di riduzione all’assurdo. Nella stessa India si riscontra qualcosa di simile, ma, ben inteso, da un punto di vista diverso da quello della filosofia; alcune scuole buddhiste, in effetti, presentarono lo stesso carattere, poiché una delle loro tesi principali era quella della «dissolubilità di tutte le cose»[5]. Solo che queste teorie non erano, allora, che delle eccezioni, e quelle rivolte contro lo spirito tradizionale che si sono prodotte nel corso di tutto il Kali-Yuga avevano, in fondo, una portata assai limitata; la novità è costituita dalla generalizzazione di simili concezioni, così come la constatiamo nell’Occidente moderno.
Occorre anche notare che le «filosofie del divenire», sotto l’influenza dell’idea molto recente di «progresso», hanno assunto nel mondo moderno una forma particolare, forma che le teorie dello stesso genere non avevano mai avuto nel mondo antico: questa forma, suscettibile peraltro di molte varietà, è quella che si potrebbe chiamare, in linea generale, col nome di «evoluzionismo». Non ripeteremo ciò che abbiamo già detto altrove sull’argomento, e ricordiamo solo che ogni concezione che non ammette nient’altro che il «divenire» è necessariamente, per ciò stesso, una concezione «naturalista» che, come tale, implica una negazione formale di ciò che è al di là della natura, e cioè una negazione del dominio metafisico, il quale è quello dei principi immutabili ed eterni. Segnaliamo anche, a proposito di queste teorie antimetafisiche, che l’idea bergsoniana della «pura durata» corrisponde esattamente a quella dispersione nell’istantaneo di cui parlavamo prima; la pretesa intuizione che si modella sul flusso incessante delle cose sensibili, lungi dal poter essere il mezzo per una vera conoscenza, rappresenta in realtà la dissoluzione di ogni conoscenza possibile.
Questo ci induce a ripetere ancora una volta, trattandosi di un punto del tutto essenziale e sul quale è indispensabile non lasciar sussistere alcun equivoco, che l’intuizione intellettuale, la sola tramite cui si ottiene la vera conoscenza metafisica, non ha assolutamente niente in comune con quell’altra intuizione di cui parlano certi filosofi contemporanei: quest’ultima appartiene all’ordine sensibile, ed è propriamente infra-razionale, mentre l’altra, che è l’intelligenza pura, è invece sopra-razionale. Ma i moderni, che nel dominio dell’intelligenza non conoscono nulla di superiore alla ragione, non concepiscono neanche cosa possa essere l’intuizione intellettuale, mentre invece le dottrine dell’antichità e del Medio Evo, anche quando avevano solo un carattere semplicemente filosofico e quindi non potevano effettivamente fare appello a tale intuizione, ne riconoscevano tuttavia l’esistenza e la superiorità rispetto a tutte le altre facoltà. Ecco perché non esisteva il «razionalismo» prima di Cartesio; è anch’esso infatti un prodotto specificamente moderno, peraltro strettamente solidale con l’«individualismo», dal momento che non è altro che la negazione di ogni facoltà di ordine sopra-individuale.
Fintanto che gli occidentali si ostineranno a disconoscere o a negare l’intuizione intellettuale, non potranno avere alcuna tradizione nel vero senso della parola, e non potranno neanche intendersi con gli autentici rappresentanti delle civiltà orientali, nelle quali tutto è come appeso a questa intuizione, immutabile ed infallibile in se stessa ed unico punto di partenza di ogni sviluppo conforme alle norme tradizionali.

[1] E in effetti, la contemplazione e l’azione sono rispettivamente le funzioni proprie alle due prime caste, quella dei Brâhmani e quella degli Kshatriya; così come i loro rapporti sono quelli fra l’autorità spirituale ed il potere temporale; ma noi non ci proponiamo di approfondire questo aspetto della questione, che merita di essere trattato a parte (René Guénon ha trattato tale questione successivamente, in Autorità Spirituale e Potere Temporale ‑ n.d.t ‑). 
[2] Coloro che dubitassero dell’importanza molto reale, quantunque relativa, che le dottrine tradizionali dell’Oriente, ed in particolare dell’India, riconoscono all’azione, Per convincersene avrebbero solo da rifarsi alla Bhagavad-Gîtâ, il quale peraltro è un libro particolarmente destinato agli Kshatriya, cosa questa che non si deve dimenticare se se ne vuole comprendere veramente il senso. 
[3] È in virtù del rapporto così stabilito che è detto che il Brâhmano è il tipo dell’essere stabile e che lo Kshatriya è il tipo dell’essere mobile o mutabile; in tal modo, tutti gli esseri di questo mondo, a seconda della loro natura, sono in relazione prevalente con l’uno o con l’altro tipo, poiché vi è una perfetta corrispondenza fra l’ordine cosmico e l’ordine umano. 
[4] In effetti, occorre notare che nel dominio dell’azione i risultati sono sempre separati da ciò che li produce, e questo a causa del carattere essenzialmente momentaneo dell’azione stessa; mentre invece la conoscenza porta i frutti in se stessa. 
[5] Poco tempo dopo la sua origine, il Buddhismo si associò ad una delle principali manifestazioni della rivolta degli Kshatriya contro l’autorità dei Brâhmani; ora, dalle indicazioni che precedono, è facile comprendere che, in linea di massima, esiste un diretto legame fra la negazione di ogni principio immutabile e la negazione dell’autorità spirituale, e fra la riduzione di ogni realtà al «divenire» e l’affermazione della supremazia del potere temporale, il cui dominio proprio è quello del mondo dell’azione; e si potrebbe constatare che l’apparizione delle dottrine «naturaliste» o antimetafisiche si è sempre prodotta nel momento in cui, in una data civiltà, l’elemento che rappresenta il potere temporale prende il sopravvento su quello che rappresenta l’autorità spirituale.

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