"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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mercoledì 5 marzo 2014

René Guénon, La crisi del mondo moderno. Cap. 4 - Scienza sacra e scienza profana


René Guénon
La crisi del mondo moderno

Cap. 4 - Scienza sacra e scienza profana
Abbiamo detto prima che, nelle civiltà che possiedono il carattere tradizionale, l’intuizione intellettuale è a capo di tutto; in altri termini, è la pura dottrina metafisica che costituisce l’essenziale mentre tutto il resto vi si ricollega come conseguenza o a titolo di applicazione ai diversi ordini delle realtà contingenti.
Lo stesso accade per le istituzioni sociali; e, d’altra parte, la stessa cosa è vera anche per ciò che attiene alle scienze, vale a dire alle conoscenze attinenti al dominio del relativo; scienze che, in queste civiltà, possono essere considerate solo come delle semplici dipendenze e, in qualche modo, come dei prolungamenti o dei riflessi della conoscenza assoluta e principiale. In tal modo, ovunque e sempre viene rispettata la vera gerarchia: il relativo non è considerato come inesistente, il che sarebbe assurdo, ma è preso in considerazione nella misura in cui merita di esserlo, ed è collocato al suo giusto posto, che può essere solo un posto secondario e subordinato; e in questo stesso relativo, vi sono poi dei gradi molto diversi, a seconda che si tratti di cose più o meno lontane dal dominio dei principi.
Ne consegue che, per quanto attiene alle scienze, ci troviamo di fronte a due concezioni radicalmente diverse e perfino incompatibili fra loro, che possiamo chiamare: la concezione tradizionale e la concezione moderna; noi abbiamo avuto spesso occasione di accennare a queste «scienze tradizionali», che esistettero nell’antichità e nel Medio Evo e che esistono tuttora in Oriente, mala cui stessa idea è totalmente estranea agli Occidentali moderni. Occorre aggiungere che ogni civiltà ha avuto delle «scienze tradizionali» di un particolare tipo, che gli era proprio, poiché in questo caso non ci troviamo più nell’ordine dei principi universali, a cui si riferisce solo la metafisica pura, bensì nell’ordine degli adattamenti, nel quale, per il fatto stesso che si tratta di un dominio contingente, si deve tener conto dell’insieme delle condizioni, mentali e di altro tipo, che sono proprie di tale o di tal altro popolo, e diremmo perfino di ogni determinato periodo dell’esistenza di uno stesso popolo, poiché, come abbiamo visto in precedenza, vi sono delle epoche in cui si rendono necessari dei «riadattamenti». Quest’ultimi non sono altro che dei cambiamenti di forma, che non toccano in niente l’essenza stessa della tradizione; della dottrina metafisica, solo l’espressione può essere modificata, in un modo che è ben paragonabile alla traduzione da una lingua ad un’altra; quali che siano le forme che essa riveste per esprimersi, nella misura dell’esprimibile, vi è sempre assolutamente una sola metafisica, come vi è un’unica verità. Ma, allorché si passa alle applicazioni, naturalmente la questione è diversa: con le scienze, al pari che con le istituzioni sociali, ci si trova nel mondo della forma e della molteplicità; ed è per questo che si può dire che a forme diverse corrispondono veramente scienze diverse, anche quando esse, almeno parzialmente, trattano lo stesso oggetto. I logici hanno l’abitudine di considerare una scienza come interamente definita dal suo oggetto, il che è inesatto per eccesso di semplificazione; e in effetti, nella definizione di una data scienza deve anche rientrare il punto di vista dal quale il suo oggetto viene considerato. Vi è una moltitudine indefinita di scienze possibili e può accadere che diverse scienze studino le stesse cose, ma sotto degli aspetti anche molto diversi, quindi con dei metodi e con delle intenzioni talmente diverse da farne delle scienze realmente distinte. Questo può accadere, in particolare, per le «scienze tradizionali» appartenenti a civiltà differenti, scienze che pur essendo paragonabili fra loro, tuttavia non sempre sono assimilabili le une alle altre, e spesso è solo abusivamente che possono essere chiamate con lo stesso nome. Va da sé, che la differenza è anche più considerevole se, invece di paragonare fra loro delle «scienze tradizionali», che almeno hanno tutte lo stesso carattere fondamentale, si volesse fare un paragone fra queste e delle scienze come quelle concepite dai moderni; a prima vista, può sembrare talvolta che abbiano lo stesso oggetto, ma in effetti la conoscenza che questi due tipi di scienze forniscono rispettivamente di tale oggetto è talmente diversa che, ad un più attento esame, si esita ad affermare ancora la loro identità, perfino sotto un certo aspetto solamente.
Per far meglio comprendere la questione è utile fornire alcuni esempi. Per primo esaminiamo un esempio dalla portata molto vasta, quello della «fisica», tenendo presente come la concepivano gli antichi e come la intendono i moderni; e in questo caso non c’è neanche bisogno di uscire dal mondo occidentale per notare la profonda differenza che separa le due concezioni. Il termine «fisica», nella sua accezione originaria ed etimologica, non significa altro che «scienza della natura», senza alcuna restrizione; si tratta dunque della scienza relativa alle leggi più generali del «divenire», poiché «natura» e «divenire» in fondo sono sinonimi, ed è proprio così che l’intendevano i Greci ed in particolare Aristotele; se esistono delle scienze più specifiche riferite allo stesso ordine, esse sono allora delle «specificazioni» delle fisica, relative a tale o a tal altro ambito più strettamente determinato. Si ha già dunque qualcosa di molto significativo nella deviazione che i moderni hanno fatto subire a questo termine «fisica», impiegandolo per designare esclusivamente una particolare scienza fra diverse altre, tutte ugualmente scienze della natura; questo fatto è da ricollegare alla frammentazione che abbiamo già segnalato come una delle caratteristiche della scienza moderna, a quella «specializzazione» generata dallo spirito analitico e spinta al punto da rendere veramente inconcepibile, per coloro che ne subiscono l’influenza, una scienza che si interessi della natura vista nel suo insieme. Molto spesso non è mancato chi ha fatto notare alcuni degli inconvenienti derivati da tale «specializzazione», e soprattutto la ristrettezza di vedute che ne è una inevitabile conseguenza; ma sembra che coloro stessi che se ne sono resi conto si siano comunque rassegnati a considerare tutto ciò come un male necessario, a causa dell’accumulo di tanti dettagli conoscitivi, tali che nessun uomo sarebbe in grado di abbracciare con un sol colpo d’occhio. Ora, essi non hanno compreso, per un verso, che questi dettagli conoscitivi sono insignificanti in se stessi e non meritano che ad essi si sacrifichi una conoscenza sintetica, la quale, quand’anche si limitasse ancora al relativo, sarebbe di un ordine molto più elevato; per altro verso, che l’impossibilità che si riscontra nell’unificare la loro molteplicità deriva solamente dal fatto che ci si è interdetti di ricollegarla ad un principio superiore e dal fatto che ci si ostina a procedere verso il basso e verso l’esteriore, mentre invece, per avere una scienza che possieda un reale valore speculativo, sarebbe necessario muoversi esattamente nel senso opposto.
Se si vuol dunque paragonare la fisica antica, non a ciò che i moderni designano con lo stesso nome, ma all’insieme delle scienze della natura così come sono definite al giorno d’oggi, poiché è a quest’insieme che la prima dovrebbe corrispondere in realtà, è opportuno notare subito, come prima differenza, la divisione in molteplici «specialità» che, per così dire, sono estranee le une alle altre. Nondimeno, questo è solo l’aspetto più esteriore della questione, e non si può certo pensare che basterebbe riunire tutte queste scienze specialistiche per ottenere un equivalente dell’antica fisica. La verità è che è il punto di vista ad essere diverso, ed è in questo senso che vediamo apparire la differenza essenziale fra le due concezioni di cui ci stiamo occupando: la concezione tradizionale, dicevamo, ricollega tutte le scienze ai principi a titolo di applicazioni particolari, mentre invece è proprio questo collegamento che non è ammesso dalla concezione moderna. Secondo Aristotele, la fisica è «seconda» alla metafisica, vale a dire che ne è dipendente e che in fondo è solo un’applicazione, nel dominio della natura, dei principi superiori a questa natura stessa, e che si riflettono nelle sue leggi; e lo stesso può dirsi della «cosmologia» del Medio Evo. La concezione moderna, invece, pretende di rendere indipendenti le scienze, negando tutto ciò che le oltrepassa o, quantomeno, dichiarandolo «inconoscibile» e rifiutandosi di tenerne conto, il che praticamente equivale ancora col negarlo. In effetti, tale negazione esisteva già molto tempo prima che si pensasse di farla assurgere a teoria sistematica con nomi come quelli di «positivismo» e di «agnosticismo», di modo che si può dire che veramente è essa il punto di partenza di tutta la scienza moderna; ma è solo nel XIX secolo che si son visti degli uomini gloriarsi della propria ignoranza, dal momento che il proclamarsi «agnostici» non vuol dire altro che questo, e pretendere di interdire a tutti la conoscenza di ciò che loro stessi ignoravano; il che segnò una tappa ulteriore nella decadenza intellettuale dell’Occidente.
Volendo separare radicalmente le scienze da ogni principio superiore, col pretesto di assicurare loro l’indipendenza, la concezione moderna toglie ad esse ogni significato profondo e perfino ogni vero interesse dal punto di vista della conoscenza, e così facendo non fa che introdursi in un vicolo cieco, dal momento che le confina in un dominio irrimediabilmente limitato[1]. Peraltro, lo sviluppo che si effettua all’interno di questo dominio non è certo un approfondimento, come immaginano certuni; esso resta invece del tutto superficiale e si sostanzia in quella dispersione nei dettagli che abbiamo già segnalato, nonché in un’analisi tanto sterile quanto penosa; ed un tale sviluppo può proseguire indefinitamente senza che si avanzi di un sol passo nella via della vera conoscenza. Ma in effetti, gli Occidentali, in genere, una scienza siffatta non la coltivano certo per se stessa: ciò che loro hanno soprattutto in vista non è certo una conoscenza, foss’anche di ordine inferiore, quanto le applicazioni pratiche che possono derivare da tale scienza, e per rendersi conto che le cose stanno effettivamente così basta vedere con quale facilità la maggior parte dei nostri contemporanei confonde scienza ed industria, e quanto sono numerosi coloro per i quali l’ingegnere rappresenta il tipo stesso dello scienziato; ma ciò attiene ad un altra questione che tratteremo in seguito.
La scienza, nel costituirsi alla maniera moderna, non ha perduto solo in profondità, ma anche, per così dire, in solidità, poiché, mentre prima il ricollegamento ai principi la faceva partecipe della loro immutabilità, nella misura in cui lo permetteva il suo stesso oggetto, adesso invece, confinata esclusivamente nel mondo del cambiamento, non vi si trova più niente di stabile, nessun punto fisso ove possa appoggiarsi; non partendo più da alcuna certezza assoluta è solo ridotta a delle probabilità e a delle approssimazioni o a delle costruzioni puramente ipotetiche che sono solo opera della fantasia individuale. Di modo che, anche quando può accadere accidentalmente che questa scienza giunga, per vie traverse, a certi risultati che sembrano accordarsi con alcuni dati delle antiche «scienze tradizionali», si avrebbe sicuramente torto se si pensasse ad una conferma di questi ultimi, conferma di cui essi non hanno alcun bisogno; ed equivarrebbe col perdere il proprio tempo se si volessero conciliare punti di vista così totalmente differenti o se si volesse stabilire una concordanza fra i dati delle «scienze tradizionali» e delle teorie ipotetiche che, forse, in qualche anno finiranno con l’essere interamente discreditate[2]. In effetti, per la scienza attuale, le cose di cui si tratta non possono che appartenere al dominio delle ipotesi, mentre invece, per le «scienze tradizionali» esse erano ben altro e si presentavano come delle conseguenze indubitabili di verità conosciute intuitivamente, quindi infallibilmente, nell’ordine metafisico[3]. D’altronde, credere che una teoria possa essere provata dai fatti, è una singolare illusione tipica dello «sperimentalismo» moderno, mentre invece, in realtà, gli stessi fatti possono sempre essere ugualmente spiegati tramite parecchie teorie diverse fra loro; ed alcuni promotori del metodo sperimentale, come Claude Bernard, hanno riconosciuto che i fatti possono essere interpretati solo con l’aiuto di «idee preconcette», senza le quali resterebbero dei «fatti bruti», sprovvisti di ogni significato e di ogni valore scientifico.
Dal momento che abbiamo parlato dello «sperimentalismo», ne approfittiamo per rispondere ad una domanda che potrebbe sorgere in proposito: perché le scienze propriamente sperimentali hanno ricevuto, nella civiltà moderna, uno sviluppo che non hanno mai avuto in altre civiltà? Il fatto è che queste scienze sono quelle del mondo sensibile, quelle della materia, e sono anche quelle che permettono delle applicazioni pratiche più immediate; ne consegue che il loro sviluppo, accompagnandosi a ciò che potremmo chiamare la «superstizione del fatto», corrisponde esattamente alle tendenze specificamente moderne, mentre invece le epoche precedenti non trovavano dei motivi sufficienti per applicarvisi al punto da trascurare le conoscenze d’ordine superiore. Sia chiaro che non è affatto nostra intenzione dichiarare illegittima in se stessa una conoscenza qualsiasi, foss’anche di ordine inferiore; ciò che è illegittimo è solo l’abuso che si verifica allorché delle cose del genere finiscono con l’assorbire tutta l’attività umana, come si può constatare ai giorni nostri. Si potrebbe anche pensare che in una civiltà normale, delle scienze costituite con un metodo sperimentale, possano essere, esattamente come le altre, collegate ai principi e provvisti anche di un reale valore speculativo; e in effetti, se questa possibilità sembra non sia stata attuata, è perché l’attenzione è stata rivolta preferibilmente verso un altro versante, e anche perché, quando si fosse presentata la necessità di studiare il mondo sensibile nella misura in cui poteva essere interessante farlo, i dati tradizionali permettevano di interpretare in maniera migliore questo studio per mezzo di altri metodi e da un altro punto di vista.
Dicevamo prima che una delle cose che caratterizzano l’epoca moderna è lo sfruttamento di tutto ciò che era stato trascurato fino ad oggi, considerato come avente un’importanza troppo secondaria perché gli uomini vi potessero dedicare la loro attività, ma che tuttavia doveva essere sviluppato prima della fine di questo ciclo, poiché queste cose hanno il loro posto fra le possibilità chiamate a manifestarsi; in particolare, è questo il caso delle scienze sperimentali apparse in questi ultimi secoli. Vi sono anche alcune scienze moderne che rappresentano veramente, nel senso più letterale, dei «residui» di antiche scienze, oggi incompresi: si tratta della parte inferiore di queste ultime, che, isolatasi e staccatasi dal resto in un periodo di decadenza, si è grossolanamente materializzata ed è servita poi da punto di partenza per uno sviluppo del tutto diverso, in un senso conforme alle tendenze moderne e tale da sfociare nella costituzione di scienze che non hanno realmente più niente in comune con quelle che le hanno precedute. Per esempio, è falso dire, come si fa abitualmente, che l’astrologia e l’alchimia sono diventate rispettivamente l’astronomia e la chimica moderne, benché in questa opinione vi sia una parte di verità dal punto di vista semplicemente storico, parte di verità che è esattamente quella che abbiamo appena indicata: se le seconde derivano effettivamente dalle prime, in un certo senso, non è certo per «evoluzione» o «progresso», come si pretende, bensì per degenerazione; e questo richiede ancora qualche spiegazione.
Per prima cosa, bisogna rilevare che l’attribuzione di diversi significati ai due termini di «astrologia» e «astronomia» è cosa relativamente recente; presso i Greci questi due termini erano impiegati indifferentemente per designare l’insieme dei due ambiti a cui oggi si applicano. Sembra dunque, a prima vista, che si tratti ancora di una di quelle divisioni causate dalla «specializzazione» ed operatasi in quelle che originariamente erano parti di un’unica scienza; ma in questo caso vi è qualcosa di particolare: mentre una di queste parti, quella che rappresentava l’aspetto più materiale della scienza in questione, ha preso uno sviluppo indipendente, l’altra è invece sparita del tutto. E ciò è talmente vero che oggigiorno non si sa che cosa fosse con esattezza l’antica astrologia, mentre coloro stessi che hanno provato a ricostituirla hanno prodotto solo delle vere contraffazioni, sia nel volerne fare l’equivalente di una scienza sperimentale moderna, introducendovi le statistiche ed il calcolo delle probabilità, cose queste derivate da un punto di vista che non poteva in alcun modo essere quello dell’antichità o del Medio Evo, sia dedicandosi esclusivamente al ripristino di un’«arte divinatoria» che non fu altro che una deviazione dell’astrologia in via di sparizione, e nella quale si potrebbe vedere, tutt’al più, un’applicazione alquanto inferiore e fin troppo poco degna di considerazione, come è ancora possibile constatare in seno alle civiltà orientali.
Il caso della chimica è forse ancora più chiaro e più caratteristico, e l’ignoranza dei moderni nei confronti dell’alchimia è, quanto meno, altrettanto grande che quella nei confronti dell’astrologia. La vera alchimia era essenzialmente una scienza d’ordine cosmologico e, al tempo stesso, era applicabile all’ordine umano in virtù dell’analogia esistente fra il «macrocosmo» ed il «microcosmo»; inoltre, essa era costituita espressamente allo scopo di permettere una trasposizione nel dominio puramente spirituale, il che conferiva ai suoi insegnamenti un valore simbolico ed un significato superiore, e ne faceva uno dei tipi più completi di «scienze tradizionali». Ciò che ha dato vita alla chimica moderna, non è certo questa alchimia, con la quale essa non ha in fondo alcun rapporto, ma una sua deformazione, una deviazione nel senso più rigoroso del termine; deviazione causata, forse fin dal Medio Evo, dall’incomprensione di certuni che, incapaci di penetrare il vero significato dei simboli, presero tutto alla lettera e, credendo che si trattasse solo di operazioni materiali, si diedero ad una sperimentazione più o meno disordinata. Furono costoro, che gli alchimisti definivano ironicamente «soffiatori» e «bruciatori di carbone», i veri precursori degli attuali chimici; ed è così che la scienza moderna venne edificandosi: con l’ausilio degli avanzi delle scienze antiche, con i materiali da queste rigettati ed abbandonati agli ignoranti ed ai «profani». Aggiungiamo anche che i sedicenti rinnovatori dell’alchimia, presenti fra i nostri contemporanei, da parte loro non fanno che proseguire tale deviazione, e le loro ricerche sono così lontane dall’alchimia tradizionale, quanto quelle degli astrologi lo sono dall’antica astrologia; ed è questo che ci permette di affermare che le «scienze tradizionali» dell’Occidente sono veramente andate perdute per i moderni.
Noi ci limitiamo a questi pochi esempi, ma sarebbe facile presentarne ancora degli altri, tratti dagli ambiti più diversi ed in grado di dimostrare sempre la stessa degenerescenza. Si potrebbe far vedere come la psicologia, così com’è intesa oggi, vale a dire come lo studio dei fenomeni mentali come tali, non sia altro che un prodotto naturale dell’empirismo anglosassone e dello spirito del XVIII secolo, e che il punto di vista a cui corrisponde era così trascurabile per gli antichi che, se talvolta capitava loro di doverla considerare incidentalmente, non avrebbero comunque mai pensato di farne una scienza particolare; per loro, tutto quello che poteva esserci di valido lo si trovava trasformato ed assimilato entro dei punti di vista superiori. In tutt’altro settore, si potrebbe anche far vedere come le matematiche moderne rappresentino, per così dire, solo la scorza della matematica pitagorica, e cioè la sua parte puramente «esoterica»; perfino l’antica concezione dei numeri è divenuta assolutamente inintelligibile peri moderni, perché, anche in questo caso, la parte superiore della scienza, quella che le forniva con il suo carattere tradizionale un valore propriamente intellettuale, è totalmente sparita; e questo caso è paragonabile, per molto versi, a quello dell’astrologia. Ma non possiamo passare in rassegna tutte le scienze ad una ad una: sarebbe piuttosto fastidioso; pensiamo di averne detto abbastanza per far comprendere la natura del cambiamento da cui sono derivate le scienze moderne, cambiamento che è tutto l’inverso di un «progresso» ed è una vera regressione dell’intelligenza. Ritorneremo quindi a delle considerazioni d’ordine generale sul ruolo rispettivo delle «scienze tradizionali» e di quelle moderne, e sulla differenza profonda che esiste fra la vera finalità delle une e delle altre.
Secondo la concezione tradizionale, una qualsiasi scienza ha meno interesse in se stessa di quanto ne abbia come prolungamento o branca secondaria della dottrina, la cui parte essenziale è, come abbiamo visto, la metafisica pura[4]. Infatti, se ogni scienza è sicuramente legittima, ammesso che occupi il posto che le compete realmente in ragione della sua natura, è facile tuttavia comprendere che, per chiunque possieda una conoscenza d’ordine superiore, le conoscenze inferiori perdono necessariamente molto del loro interesse, e addirittura ne hanno solo in funzione, se così si può dire, della conoscenza principiale e cioè nella misura in cui, da un lato, riflettono questa conoscenza in tale o tal altro dominio contingente, e dall’altro, sono suscettibili di condurre verso questa stessa conoscenza, la quale, nel caso in questione, non può mai essere perduta di vista né sacrificata a delle considerazioni più o meno accidentali. Sono questi i due ruoli complementari che appartengono in proprio alle «scienze tradizionali»: da un lato, in quanto applicazioni della dottrina, esse permettono di collegare fra loro tutti gli ordini della realtà e di integrarli nell’unità della sintesi totale; dall’altro esse costituiscono, almeno per alcuni e in conformità con le attitudini di costoro, una preparazione per una più alta conoscenza, una sorta di avviamento verso quest’ultima, mentre, nella loro ripartizione gerarchica a seconda dei gradi dell’esistenza a cui si riferiscono, costituiscono come altrettanti scalini tramite i quali è possibile elevarsi fino alla pura intellettualità[5]. È fin troppo evidente che le scienze moderne non possono svolgere, ad alcun titolo, né l’uno né l’altro di questi due ruoli; è per questo che esse sono, né possono essere altro, che «scienza profana», mentre le «scienze tradizionali», per il loro ricollegarsi ai principi metafisici, sono incorporate in maniera effettiva nella «scienza sacra».
La coesistenza dei due ruoli appena indicati non implica, peraltro, né contraddizione né circolo vizioso, contrariamente a ciò che potrebbero pensare coloro che considerano le cose solo superficialmente; ed è questo un punto sul quale occorre insistere ancora un po’. Si potrebbe dire che si tratta di due punti di vista, l’uno discendente e l’altro ascendente, di cui il primo corrisponde ad uno sviluppo della conoscenza, a partire dai principi per giungere a delle applicazioni più o meno lontane da questi, mentre il secondo corrisponde ad una acquisizione graduale di questa stessa conoscenza, procedendo dall’inferiore al superiore o, se si preferisce, dall’esteriore all’interiore. La questione non consiste dunque nel sapere se le scienze devono essere costituite dal basso in alto o dall’alto in basso, oppure, perché esse siano possibili, se si deve prendere come punto di partenza la conoscenza dei principi o invece quella del mondo sensibile; una questione siffatta, che può porsi solo dal punto di vista della filosofia «profana» e che in effetti sembra sia stata posta in tale ambito e in modo più o meno esplicito dall’antichità greca, è inesistente per la «scienza sacra», per la quale ogni cosa può solo partire dai principi universali; e ciò che la priva di ogni ragion d’essere è il ruolo primario dell’intuizione intellettuale, che è la più immediata di tutte le conoscenze, ed anche la più elevata, ed è assolutamente indipendente dall’esercizio di ogni facoltà di ordine sensibile o addirittura razionale. Le scienze possono essere costituite validamente, in quanto «scienze sacre», solo da coloro che, per prima cosa, possiedono pienamente la conoscenza principiale, e che, per questo motivo, sono i soli qualificati per realizzare, conformemente alla più rigorosa ortodossia tradizionale, tutti gli adattamenti richiesti dalle circostanze di tempo e di luogo. Solo quando le scienze sono costituite in tal modo il loro insegnamento può seguire anche un ordine inverso: esse sono, in qualche modo, come delle «illustrazioni» della dottrina pura e possono renderla più facilmente accessibile a certuni; e per il fatto stesso che attengono al mondo della molteplicità, la diversità quasi indefinita dei loro punti di vista può confarsi alla non meno grande diversità delle attitudini individuali di coloro il cui orizzonte è ancora limitato a questo stesso mondo della molteplicità; le vie possibili per giungere alla conoscenza possono essere estremamente diverse al livello più basso, per poi unificarsi sempre più via via che si perviene a degli stadi più elevati. Comunque, nessuno di questi gradi preparatori è di una assoluta necessità, poiché essi sono solo dei mezzi contingenti e senza comune misura con lo scopo da raggiungere; anzi, può perfino accadere che certuni, fra quelli in cui prevale la tendenza contemplativa, si elevino alla vera intuizione intellettuale d’un sol colpo e senza l’ausilio di tali mezzi[6]; ma quest’ultimo è solo un caso piuttosto eccezionale e, in genere, vi è come una sorta di convenienza nel procedere in senso ascendente. Per far comprendere ciò, ci si può anche servire dell’immagine tradizionale della «ruota cosmica»: la circonferenza, in realtà, esiste solo in virtù del centro, ma gli esseri che si trovano sulla circonferenza devono necessariamente partire da essa, o più esattamente dal punto della circonferenza in cui sono collocati, e seguire poi il raggio per poter giungere al centro. D’altronde, in virtù della corrispondenza che esiste fra tutti gli ordini della realtà, le verità di ordine inferiore possono essere considerate come un simbolo di quelle di ordine superiore, e quindi possono servire da «supporto» per giungere analogicamente alla conoscenza di quest ultime[7]; è questo che conferisce ad ogni scienza un senso superiore o «anagogico» , più profondo di quello che essa possiede di per sé, e che può darle il carattere di una vera «scienza sacra».
Ogni scienza, dicevamo, può rivestire un tale carattere, quale che sia il suo oggetto, alla sola condizione di essere costituita e considerata secondo lo spirito tradizionale; e in questo bisogna solo tener conto dei gradi d’importanza di queste scienze, in base al rango gerarchico delle diverse realtà alle quali si riferiscono; ma, ad un grado o ad un altro, il loro carattere e la loro funzione sono essenzialmente le stesse nella concezione tradizionale. Ciò che è vero qui per ogni scienza, lo è ugualmente per ogni arte, in quanto questa può avere un valore propriamente simbolico che la rende atta a fornire dei «supporti» per la meditazione, ed in quanto le sue regole, al pari delle leggi la cui conoscenza è oggetto delle scienze, sono dei riflessi e delle applicazioni dei principi fondamentali; ed in ogni civiltà normale, vi sono anche delle «arti tradizionali», sconosciute dagli Occidentali moderni al pari delle «scienze tradizionali»[8]. La verità è che non esiste in realtà un «dominio profano» che si opporrebbe in qualche modo al «dominio sacro»; esiste solo un «punto di vista profano», che per l’esattezza non è altro che il punto di vista dell’ignoranza[9]. È per questo che la «scienza profana», quella dei moderni, può giustamente essere considerata come un «sapere ignorante», come abbiamo già detto in altre occasioni: sapere d’ordine inferiore che si tiene interamente al livello più basso della realtà, sapere che ignora tutto ciò che lo oltrepassa, che ignora ogni fine superiore a se stesso ed ogni principio che potrebbe assicurargli un posto legittimo, per quanto umile sia, fra i diversi ordini della conoscenza integrale; confinata irrimediabilmente nel dominio relativo e limitato in cui ha voluto proclamarsi indipendente, troncata da sé ogni comunicazione con la verità trascendente e con la conoscenza suprema, non è più che una scienza vana ed illusoria, che, a dire il vero, deriva da niente e conduce a niente.
Queste considerazioni permetteranno di comprendere tutto ciò che manca al mondo moderno in relazione alla scienza, e come questa stessa scienza di cui esso va tanto fiero non rappresenti che una semplice deviazione e quasi un rifiuto della scienza vera, che per noi si identifica interamente con ciò che abbiamo chiamato «scienza sacra» o «scienza tradizionale». La scienza moderna, derivando da una arbitraria limitazione della conoscenza ad un ambito particolare, che è il più infimo di tutti, quello della realtà materiale o sensibile, ha perduto, a causa di tale limitazione e delle conseguenze che da essa derivano immediatamente, ogni valore intellettuale; almeno se si dà all’intellettualità la pienezza del suo reale significato e se ci si rifiuta di condividere l’errore «razionalista», vale a dire se ci si rifiuta di assimilare l’intelligenza pura alla ragione, oppure, il che è lo stesso, se ci si rifiuta di negare l’intuizione intellettuale. In fondo, ciò che è alla base di questo errore, come alla base di una gran parte degli altri errori moderni, ciò che è la radice stessa di tutta la deviazione della scienza, così come la vediamo applicata, è quel che si può chiamare l’«individualismo», che è tutt’uno con lo stesso spirito antitradizionale, e le cui diverse manifestazioni, in tutti gli ambiti, costituiscono uno dei fattori più importanti del disordine della nostra epoca; ed è questo «individualismo» che esamineremo adesso.

[1] Si può notare che qualcosa di simile si è prodotto anche nell’ordine sociale, ove i moderni hanno preteso di separare il temporale dallo spirituale; non si tratta di contestare il fatto che queste sono due cose distinte, poiché esse si riferiscono effettivamente a degli ambiti differenti, esattamente come per la metafisica e per le scienze; ma, per un errore derivante dallo spirito analitico, ci si dimentica che distinzione non significa affatto separazione; a causa di ciò il potere temporale perde la sua legittimità, e la stessa cosa si potrebbe dire, nell’ordine intellettuale, per ciò che riguarda le scienze.
[2] La stessa osservazione può essere fatta, dal punto di vista religioso, nei confronti di una certa «apologetica» che pretende accordarsi con i risultati della scienza moderna: lavoro perfettamente illusorio e sempre da rifare, che fra l’altro presenta il grave pericolo di far apparire la religione solidale con delle concezioni mutevoli ed effimere, nei confronti delle quali essa deve restare totalmente indipendente.
[3] Sarebbe facile produrre degli esempi, ma ne citeremo solo uno fra i più caratteristici: la differenza fra il carattere delle concezioni relative all’etere nella cosmologia indù e nella fisica moderna.
[4] È ciò che esprimono denominazioni come quella, per esempio, di upavêda, che in India si applica a certe «scienze tradizionali» e che indica la loro subordinazione ai Vêda, e cioè alla conoscenza sacra per eccellenza.
[5] Nel nostro studio su L’Esoterismo di Dante, abbiamo indicato il simbolismo della scala, ove gli scalini, secondo diverse tradizioni, corrispondono a certe scienze e, al tempo stesso, a degli stati dell’essere; il che implica necessariamente che tali scienze, invece di essere considerate in maniera del tutto «profana» come presso i moderni, permettono una trasposizione che conferisce loro una portata veramente «iniziatica».
[6] È per questo che, per la dottrina indù, i Brâhmani devono mantenere il loro spirito costantemente diretto verso la conoscenza suprema, mentre gli Kshatriya devono applicarsi allo studio successivo delle diverse tappe attraverso le quali si perviene gradualmente ad essa.
[7] È il ruolo svolto, per esempio, dal simbolismo astronomico, impiegato così di frequente dalle diverse dottrine tradizionali; e una tale considerazione può far intravedere la vera natura di una scienza come l’astrologia antica.
[8] L’arte dei costruttori del Medio Evo può essere menzionata come un esempio particolarmente notevole di tali «arti tradizionali», la cui pratica implicava peraltro la conoscenza reale delle scienze corrispondenti. 
[9] Per convincersene, basta osservare dei fatti come questo: una delle scienze più «sacre», la cosmogonia, che come tale ha il suo posto in tutti i Libri ispirati, ivi compresa la Bibbia ebraica, è diventata per i moderni oggetto delle ipotesi più chiaramente «profane»; eppure il dominio di questa scienza è sempre il medesimo in entrambi i casi: ma è il punto di vista che è totalmente differente.

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