"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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domenica 23 marzo 2014

René Guénon, Scritti sull’esoterismo islamico e il Taoismo - Cap. III - Et-Tawhîd

René Guénon
Scritti sull’esoterismo islamico e il Taoismo

Cap. III - Et-Tawhîd[1]

La dottrina dell’Unità, cioè l’affermazione che il Principio di ogni esistenza è essenzialmente Uno, è un punto fondamentale comune a tutte le tradizioni ortodosse, e anzi possiamo dire che è proprio su questo punto che la loro identità di fondo appare con la massima chiarezza, manifestandosi fin nell’espressione stessa.
Infatti, quando si tratta dell’Unità, ogni diversità scompare, ed è solo scendendo verso il molteplice che le differenze di forma appaiono, poiché i modi di espressione sono allora essi stessi molteplici come ciò cui si riferiscono, e suscettibili di variare indefinitamente per adattarsi alle circostanze di tempo e di luogo. Ma «la dottrina dell’Unità è unica» (secondo la formula araba: et-tawhîd wâhid), cioè è ovunque e sempre la stessa, invariabile come il Principio, indipendente dalla molteplicità e dal cambiamento che possono influenzare solo le applicazioni di ordine contingente.
Possiamo anche dire che, contrariamente all’opinione corrente, non vi è mai stata in alcun luogo una dottrina che fosse realmente «politeista», cioè che ammettesse una pluralità di principi assoluta e irriducibile. Un tale «pluralismo» è possibile solo come deviazione risultante dall’ignoranza e dall’incomprensione delle masse, dalla loro tendenza ad appigliarsi esclusivamente alla molteplicità del manifestato: da ciò l’«idolatria» in tutte le sue forme, generata dalla confusione del simbolo in se stesso con ciò che è chiamato a significare, e la personificazione degli attributi divini considerati come altrettanti esseri indipendenti, il che poi costituisce la sola possibile origine di un «politeismo» di fatto. Questa tendenza va del resto accentuandosi man mano che si avanza nello sviluppo di un ciclo di manifestazione – in quanto tale sviluppo è esso stesso una discesa nella molteplicità – e in conseguenza dell’oscuramento spirituale che inevitabilmente l’accompagna. Per questo motivo le forme tradizionali più recenti si trovano obbligate a enunciare, nel modo più evidente all’esterno, l’affermazione dell’Unità; e, di fatto, da nessuna parte come nell’Islam questa affermazione riceve espressione così esplicita e così insistita, al punto che sembra quasi, per dir così, assorbire in sé ogni altra affermazione.
Su questo punto, la sola differenza fra le varie dottrine tradizionali è quella accennata sopra: l’affermazione dell’Unità è ovunque la stessa, ma in origine questa non richiedeva neppure di essere formulata esplicitamente per apparire come la più chiara di tutte le verità, poiché gli uomini erano allora troppo vicini al Principio per disconoscerla o perderla di vista. Adesso, al contrario, possiamo dire che la maggior parte degli uomini, interamente impegnati nella molteplicità, smarrita la conoscenza intuitiva delle verità di ordine superiore, arriva solo con fatica alla comprensione dell’Unità; e perciò diviene a poco a poco necessario, nel corso della storia dell’umanità terrestre, formulare tale affermazione dell’Unità più volte e con sempre maggior chiarezza, potremmo dire con sempre maggior vigore.
Se consideriamo lo stato attuale delle cose, vediamo che questa affermazione è in certo qual modo meno evidente in talune forme tradizionali, e che talvolta ne costituisce persino quasi l’aspetto esoterico, prendendo questo termine nella sua accezione più vasta; in altre tradizioni invece essa si manifesta chiaramente a tutti, tanto che si finisce per non vedere nient’altro, sebbene certo anche lì esistano molte altre cose, le quali però al suo confronto non sono che secondarie. Quest’ultimo è appunto il caso dell’Islam, anche essoterico; qui l’esoterismo si limita a spiegare e sviluppare tutto ciò che in questa affermazione è racchiuso e le conseguenze che ne derivano, e, se lo fa in termini spesso identici a quelli che incontriamo in altre tradizioni, quali il Vêdânta e il Taoismo, non vi è motivo di sorprendersi, né di vedere in ciò il risultato di prestiti storicamente discutibili; le cose stanno così semplicemente perché la verità è una e perché, in quest’ordine principiale, come dicevamo all’inizio, l’Unità si manifesta necessariamente fin nell’espressione stessa.
D’altra parte va osservato, sempre considerando lo stato attuale delle cose, che i popoli occidentali, e più particolarmente i popoli nordici, sono quelli che sembrano incontrare maggiori difficoltà nel comprendere la dottrina dell’Unità, e allo stesso tempo sono coinvolti più di tutti gli altri nel cambiamento e nella molteplicità. Le due cose procedono evidentemente di pari passo, e forse ciò dipende, almeno in parte, dalle condizioni di esistenza di questi popoli: questione di temperamento, ma anche questione di clima, l’uno essendo del resto funzione dell’altro, almeno fino a un certo punto. Infatti nei paesi nordici, dove la luce solare è debole e spesso velata, tutte le cose appaiono allo sguardo, se così si può dire, con valore uguale, e in modo tale da affermare solo e semplicemente la propria esistenza individuale senza nulla lasciar intravedere al di là; così, già nell’esperienza ordinaria è dato scorgere veramente solo la molteplicità. Del tutto diverso è il caso di quei paesi in cui il sole, con la sua intensa irradiazione, assorbe per così dire in sé tutte le cose, facendole scomparire al suo cospetto come la molteplicità scompare di fronte all’Unità, non perché quella cessi di esistere secondo la sua modalità inerente, ma perché tale esistenza è rigorosamente nulla rispetto al Principio. Così, l’Unità diviene in certo qual modo percepibile: quel sole abbagliante è l’immagine dell’occhio folgorante di Shiva, che riduce in cenere ogni manifestazione. Il sole si impone qui a simbolo per eccellenza del Principio Uno (Allâh Ahad), che è l’Essere necessario, Colui che solo è sufficiente a Se stesso nella Sua assoluta pienezza (Allâh es-Samad) e dal quale dipendono interamente l’esistenza e la sussistenza di tutte le cose che al di fuori di Lui non sarebbero che il nulla.
Il «monoteismo», se ci è consentito usare questo termine per tradurre et-tawhîd, quantunque ne restringa un po’ il significato facendo pensare quasi inevitabilmente a un punto di vista esclusivamente religioso, il «monoteismo», dicevamo, ha dunque un carattere essenzialmente «solare». In nessun luogo esso è più «percepibile» che nel deserto, dove la diversità delle cose è ridotta al minimo, e dove, al tempo stesso, i miraggi fanno apparire tutto quel che ha di illusorio il mondo manifestato. Là, l’irradiazione del sole produce le cose e di volta in volta le distrugge; o piuttosto – poiché è inesatto dire che le distrugge – le trasforma e le riassorbe dopo averle manifestate. Non si potrebbe trovare un’immagine migliore dell’Unità che si dispiega esteriormente nella molteplicità senza cessare di essere se stessa e senza esserne modificata, e che poi riconduce a sé, sempre secondo le apparenze, quella molteplicità che, in effetti, dall’Unità non è mai uscita, poiché nulla può esservi al di fuori del Principio, nulla vi si può aggiungere e nulla sottrarre, essendo Quello l’indivisibile totalità dell’Esistenza unica. Nell’intensa luce dei paesi d’Oriente basta vedere per comprendere queste cose, per coglierne in modo immediato la verità profonda; e soprattutto pare impossibile non comprenderle così nel deserto, dove il sole traccia i Nomi divini in lettere di fuoco nel cielo.

Jebel Seyyidnâ Mûsâ, 23 shawwâI 1348 H.

Mesr, Seyyidnâ el-Huseyn, 10 moharram 1349 H.

(anniversario della battaglia di Kerbela)

[1] «Le Voile d’Isis», luglio 1930, pp. 512-16.

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