"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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mercoledì 17 giugno 2015

‘Abd Al-Qâdir, Il compagnonaggio di Dio (Mawqîf 22)

‘Abd Al-Qâdir 
Il compagnonaggio di Dio 
Mawqîf 22

È fatta menzione nella Raccolta della tradizione autentica che Dio ha detto:
“Io sono il compagno di colui che M’invoca, ecc…”
I pronomi “Io” e “Mi” esigono che si tratti della compagnia dell’Essenza. Ora la compagnia dell’Essenza del Reale non si realizza che quando il servitore la evoca tramite i nomi relativi all’Essenza, come Dio, Lui, il Reale, l’Uno…, e con i pronomi (Io, Tu, Egli).
Ma, quando colui che Lo evoca, lo fa con dei nomi d’attribuzione o dei nomi d’azione e che quando considera il senso indicato dall’espressione di questi nomi, il Reale non è suo compagno che nei limiti di questi sensi precisi e non con la sua Essenza. Lo stesso, quando Lo evoca con il nome di Dio, considerando con ciò uno dei sensi indicati con questo stesso nome, poiché è la sintesi di tutti i sensi dei Suoi nomi, dicendo, per esempio: “Oh Dio, nutrimi”, o anche “Oh Dio, perdonami”, allora ciò che considera con l’espressione “Dio”, è il senso indicato dal Nutritivo e il Perdonatore. Ogni nome di attribuzione o d’azione può essere considerato secondo due punti di vista: in quanto significhi l’Essenza e in quanto significhi ciò che esprime letteralmente. Nel primo caso, esso è ad un tempo il cuore dell’essenza e il cuore di tutti i nomi e allora può essere qualificato da tutti gli altri nomi. Nel secondo caso, non è né l’Essenza né l’insieme degli altri nomi. In questo senso, che ora esponiamo, rileva questa Parola di Dio: “Il giorno in cui riuniremo i timorati presso il Misericordioso come degli invitati d’onore[1].
Il timorato di Dio non è il compagno del Misericordioso in questo mondo. Non è compagno che di uno dei nomi di maestà, tale quale il Vendicativo, il Tiranno, l’Intrattabile… Ora il compagnonaggio dei nomi di maestà impedisce quello dei nomi di bontà, tali quello di Misericordioso… e porta il servitore al timore di Dio. Ecco perché Dio lo ricompensa conducendolo presso il Misericordioso come un invitato d’onore, così bene che il Misericordioso ha pietà di lui colmandolo d’onori e di grazie. Il grande conoscitore di Dio, Abû Yazîd al-Bistâmî[2], riflettendo su questo, intese un lettore recitare: “Il giorno in cui Noi riuniremo presso il Misericordioso coloro che temono, come degli invitati di rango”, e disse: “Strano! Come è possibile riunire presso Lui i suoi compagni?” Ecco perché l’Imâm dei conoscitori di Dio, Muhyî al-Dîn ha risposto: “Niente di sorprendente a ciò che Dio dice, quel che stupisce è quel che dice Abû Yazîd. La perfezione appartiene a Dio!”. Ecco perché noi diciamo che colui che è condotto presso il Misericordioso è sicuro della sua salvezza, a differenza di colui che è condotto presso Dio, secondo la Sua Parola: “Temete Dio presso il quale sarete riuniti[3]. In effetti, egli è tra la paura e la speranza, per il fatto che il nome di Dio riunisce tutti i significati dei nomi di maestà e di bontà. È possibile che si avvicini a Colui intorno al quale ci si riunisce, con i nomi di bontà, come è ugualmente possibile che lo affronti con i nomi di vendetta. Non si dice che non sia lo stesso per il nome di Misericordioso. Certo, anche a lui appartengono tutti i nomi, come Egli ha detto: “Dite: invocate Dio, o invocate il Misericordioso. Qualunque sia il nome sotto il quale L’invocate, i più bei nomi Gli appartengono[4]; ma, diciamo, anche se al nome del Misericordioso appartengono tutti i nomi e che tutti provengono da questo, stante che tutti sono sotto la sua protezione e sotto la sua influenza, non esprimono che il Suo soffio, ossia la Sua misericordia, poiché ha la sovranità e l’autorità sugli altri. Secondo la Sua Parola: Avvertite coloro che hanno timore di essere riuniti di fronte al loro Signore…[5], essi temono di essere riuniti in presenza di Colui che riunisce tutti i nomi di signoria, perché non sanno qual è quello che andrà loro in sorte. Se ciascuno di loro sapesse che va ad incontrare il suo proprio Signore, non avrebbe timore, perché era con Lui in questo mondo. Ora ogni vassallo soddisfa il proprio Signore, poiché essendo il vassallo il suo ruolo è quello di obbedire al proprio Signore, ecco perché il suo Signore è soddisfatto di lui, poco importa che sia Colui che devia o Colui che guida, il Tiranno o il Perdonatore….
Questa tradizione divina non risponde alle esigenze di quello che esprime la gente comune, in quanto gli spiriti velati la ricevono senza alcuna interpretazione. Essi non l’accettano senza interpretazione. Ecco perché non è mai stata presentata come essa è, di per sé, in realtà. Altrimenti, si sarebbe detto: “Che colui che Mi evoca non pensa che egli è altro che Me. Io sono, in effetti, ad un tempo colui che evoca, l’evocazione e Colui che è evocato”. La ragione per la quale essa si presenti come è espressa risiede nel fatto che essa ha ricevuto l’interpretazione dei commentatori. Per contro, se questa tradizione li avesse colpiti con l’evidenza della sua verità e della propria realtà, essi sarebbero stati incapaci di interpretarla e non l’avrebbero punto accettata. Quante tradizioni sono state rifiutate dai sapienti exoteristi, a causa della loro incapacità d’interpretazione. Per loro, una delle ragioni per lasciare da parte una tradizione risiede nel fatto che presenti un carattere irrazionale; e non possono interpretarla finché non arrivino ad armonizzare le esigenze della ragione con quelle della tradizione. Questi sapienti hanno fatto della ragione la referenza del Libro e della tradizione. È l’ultima delle cose che devono fare i teologi, a proposito dei versetti ambigui[6] e delle tradizioni relative agli attributi (antropomorfici).
Ci rifugiamo in Dio contro l’ignoranza che prende la forma della scienza. Se colui, la cui ignoranza è la via, fosse una persona comune che crede ai versetti ambigui, come l’hanno voluto Dio e il Suo Inviato (saws) e alla maniera degli antichi nella fede, ciò sarebbe meglio per lui. Abû al-Hasan al-Ash’arî[7] è stato il primo a estendere il ricorso all’interpretazione. Ma egli non ne ha fatto una religione né un articolo di fede. Non ne è stato costretto che grazie ai partigiani e agli innovatori. In effetti costoro cercavano di provare le loro innovazioni a partire dal Libro della tradizione. Egli ha tenuto il loro linguaggio e ha risposto con le loro frecce. Ecco perché ha detto che, nel suo scritto il Libro dell’esposizione, la sua dottrina a proposito dei versetti ambigui era quella dell’imâm della tradizione, Ahmad b. Hanbal[8].



[1] Corano 19, 85
[2] Uno dei sufi più celebri, morto nel 234/857 o 261/874 a Bistâm. Autore del famoso commento teofanico (al-shatahat tanto “scandaloso” quanto quello di al-Hallâj. È chiamato “Il grande conoscitore di Dio”.
[3] Corano 5, 96
[4] Corano 17, 110
[5] Corano 6, 51
[6] Vedere Corano 3, 7.
[7] Vedere Mawqîf 4, nota 9: Fondatore della scuola teologica predominante che rappresenta l’ortodossia; nato a Basra nel 260/873 e morto a Bagdad nel 324/935.
[8] Imâm di Bagdad e teologo-giureconsulto. Eponimo di una delle quattro scuole sunnite, egli è l’autore del Musnad, la famosa raccolta di tradizioni profetiche. Egli è nato a Bagdad nel 164/780 e morto nella stessa città nel 241/855.

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