"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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sabato 13 giugno 2015

Ibn 'Arabî, Consigli all’aspirante

Ibn 'Arabî
Consigli all’aspirante

Sappi, o murîd[1], dove sta la salute della tua anima. La cosa che ti è necessaria prima di ogni altra è la ricerca di un maestro (ustâdh)[2] che ti faccia vedere i difetti della tua anima e ti sottragga all’obbedienza verso essa, dovessi andare a cercarlo alle estremità del mondo.
Qui io ti darò – se piace a Dio – dei consigli riguardo a ciò che devi fare durante la ricerca del maestro (shaykh) e fino a quando lo troverai.
Quando l’avrai trovato, aggrappati a lui e mettiti sinceramente al suo servizio, perché «il presente vede meglio dell’assente»; sii allora tra le sue mani «come il morto nelle mani del suo lavatore». Che non ti venga in mente nessuna idea di resistenza, anche se lo vedi mancare alla legge su qualche punto, perché l’uomo non è infallibile. Tu non gli nasconderai niente di ciò che arriva alla tua anima, che si tratti di cosa lodevole o biasimevole, e a proposito di chicchessia.
Non ti metterai nel posto dove sosta d’abitudine, né vestirai i suoi abiti, né ti siederai davanti a lui senza essere pronto ad alzarti, come un servitore davanti al suo signore: quando ti darà l’ordine di fare una cosa, resterai al tuo posto finché tu non abbia compreso ciò che ti ordina, senza affrettarti ad andare prima di sapere quale è il suo ordine.
Quando gli descrivi uno stato, per esempio un sogno o un’altra cosa, non domandargli che ti faccia un commento. Quando gli poni una domanda non gli domandare una risposta, re riferirgli ciò che un altro ha detto su tale soggetto.
Quando conosci uno dei suoi nemici, fuggilo in Allâh, non ti sedere con lui e non restare in relazione con lui; ma quando vedi qualcuno che lo ama e che lo loda, amalo e rendigli servizio.
Se il tuo maestro ripudia una donna, non sposarla.[3] Tu presterai attenzione di non entrare nella camera di ritiro (khalwah) dello shaykh. Non passerai la notte nella sua camera o là dove riposa; tu ti coricherai in prossimità, m senza che tu possa vederlo, e tuttavia tanto vicino da poter udire se ti chiama.
Non cercare di interessarlo a una cosa che tu fai, perché tu contrasti così un principio fondamentale; questo principio sul quale è fondata la tua condizione è che tu non devi volere, se non ciò che ha voluto lo shaykh.[4] Quando una cosa (differente) ti viene alla mente, rigettala fuori da te e torna a ciò che ti ha prescritto, attenendoti fermamente. Vi sono dei maestri che, quando li consulti su una cosa che ti riguarda, ti rispondono: «falla!» benché non la gradiscano. Se un tale shaykh ti dicesse allora di «non farla» questa sarà per tuo profitto ma a suo detrimento; ora ma priorità sta naturalmente (in una tale circostanza) a ciò che conviene alla sua anima. Tu non eviterai tali danni se non astenendoti dal richiamare il suo interesse su delle cose che hai intenzione di intraprendere; devi anche allontanare tali pensieri senza metterli in atto, perché il tuo tempo sarà già pieno di ciò che ti impone il tuo shaykh.
I pensieri imprevisti e arbitrari (al-khawâtir) non vengono che al cattivo discepolo, dedicato alla pigrizia, indolente esteriormente e interiormente.
Non ti opporre al maestro riguardo ad uno dei suoi atti. Non gli domandare: “perché fai questo?”. Sarai così allievo e servitore di colui che lo shaykh avrà stabilito come tuo capo.
Non ti sedere mai in un luogo, ovunque sia, senza assicurarti che lo shaykh ti veda; osserva sempre le regole di convenienza (al-adab). Sulla strada non camminare mai davanti a lui se non di notte. Non prolungare il tuo sguardo su di lui: che il tuo soggiorno sia normalmente nella camera del ritiro (khalwah), o dietro la porta della camera dello shaykh in modo che ti possa trovare quando lo desidera.
Non ti occupare degli affari di un altro, fosse anche tuo padre, se non dopo aver domandato consiglio al tuo shaykh. Non entrare da lui senza baciargli la mano e restare in seguito in silenzio e con gli occhi bassi.
Renditi gradevole a lui conformandoti agli ordini che ti da e alle osservazioni che ti fa.
Sii guardiano fedele della sua buona reputazione.
Quando gli porti da mangiare mettilo davanti a lui con tutto ciò di cui ha bisogno e torna ad aspettare dietro la porta; se ti chiama rispondigli, altrimenti lascialo fin quando non avrà finito il pasto; quando l’avrà finito leva la tavola o la tovaglia quando te lo ordinerà. Se resta qualcosa del suo pasto, e ti ordina di mangiarlo, mangialo e non dividere con nessuno la tua parte. Guardati da fare in te stesso delle riflessioni come questa: “Lo shaykh mangia da solo” o di stupirti del pasto che mangia, ugualmente se mangia molto perché questo potrebbe portarlo a fermarsi o, al contrario, se continua, a procurargli del male a causa della tradizione conosciuta che rimprovera colui che si isola per mangiare solo.
Sforzati nel non mostrarti nelle cose che non lo deliziano da parte tua e non essere invidioso nei suoi confronti.
Diffida dell’inganno dei maestri, perché a volte fanno dei trabocchetti a colui che domanda. Sorveglia i tuoi respiri quando sei con loro. Se ti ricordi di aver mancato di convenienza  verso il tuo shaykh, e sai che egli ne è a conoscenza ma che l’ha tollerato senza punirti, sappi che ti ha teso una trappola perché sapeva che tu non avresti fatto nulla; è per questa ragione che egli ha taciuto. Per contro, quando ti punisce senza ritardo e nel momento stesso e ti tratta con severità, prendi di buon grado tale rimprovero entrando nelle sue grazie e nella sua soddisfazione. Che la sua soddisfazione non ti rassicuri troppo per quanto ti riguarda; piuttosto quando lo credi ben disposto, in cuor tuo deve aumentare il timore e la considerazione, così la venerazione e il rispetto.
Quando mostra buona disposizione e accondiscendenza,
Tu devi avere ancor più timore e considerazione
Se lo shaykh parte in viaggio e ti lascia sul posto, sii assiduo a frequentare il luogo in cui restava abitualmente salutandolo ciascun giorno alle ore in cui andavi da lui, proprio come fosse sempre lì, e osserva scrupolosamente il rispetto nei suoi riguardi durante la sua assenza nella stessa maniera di quando è presente.
Quando vedi che vuol uscire per andare altrove non domandargli “dove vai?” né farti delle idee di cosa va a fare. Se ti consulta lasciagli la scelta perché se ti coinvolge con una domanda non è perché ha bisogno del tuo parere ma per manifestare il suo affetto per te e per educarti.
Se lo vedi frequentare assiduamente un certo luogo, non dirgli che lo hai visto né dire a te stesso che è una «abitudine» e quando lascia un luogo dove si recava regolarmente non rimarcarglielo.
Non fare interpretazioni riguardo a ciò che ti ha ordinato e a ciò di cui ti ha parlato ma resta all’accezione letterale di ciò che hai ascoltato e dedicati a quello che ti ha domandato; anche se sei convinto che sia un errore tu devi eseguire l’ordine senza autorizzarti a interpretarlo (la’wîl). Perché se tu interpreti quest’ordine e arrivi a «veder giusto», è comunque un difetto, allorché se tu non fai alcuna interpretazione e di dedichi a ciò che ti ha ordinato, anche quando l’ordine in questione sarà un errore, tu avrai «visto giusto». La buona direzione nella via consiste, secondo noi, in questo: che il murîd è con lo shaykh e che lo shaykh è con Allâh; essa non consiste nel riuscire a interpretare l’ordine secondo una scienza sicura, ma nella conformità esatta all’ordine ricevuto al di fuori di ogni speculazione. La ragione segreta di questa legge è chiaramente manifesta per noi nel piano divino.
Quando proponi allo shaykh delle accezioni particolari riguardo a ciò che ti ha ordinato o quando gli dici “Mi sono immaginato che voi vogliate tale cosa”, sappi che vai in una direzione sbagliata perché ti appoggi alla tua anima individuale.
I guai che ricadono sulla maggior parte dei discepoli non si spiegano che per l’uso dell’interpretazione, perché le speculazioni in questo ordine di cose sono soggette alle tendenze dell’anima, allor quando la ragione cerca ciò che è rigoroso dal punto di vista formale (zhâhiri) non ciò che è certo quanto al fatto (yaqînî). Non speculare dunque riguardo all’ordine dello shaykh, perché un ordine nella sua totalità è obbligatorio: vi si reca quando si è convocati.
Non fare la preghiera in un luogo in cui devi dare la schiena al tuo shaykh se presente: cumula le due convenienze[5]. Non gli esporre un qualsiasi argomento se non per suo ordine. Non restare con lui quando mangia, né quando dorme, né in un altro caso della sua vita abituale, e l’osservanza di queste astensioni sarà per te un bene, salvo quando te lo domanderà egli stesso. Per quanto riguarda la circostanza nella quale ti ha invitato, non bisogna, per esempio, che tu ti mostri con un cucchiaio, come se dicessi “O sîdî m’inviti a mangiare con te?”, o ancora (in un’altra circostanza): “Mi ordini di coricarmi nella stessa stanza con te o piuttosto che me ne vada?”, perché in questi casi, vi è da temere che ti dica “Fallo!” o “Mangia con me!”, o «Dormi al mio fianco!” e questa è l più grande disgrazia che noi, per il fatto che  si arriva a una famigliarità e alla perdita di rispetto e del timore reverenziale. Fin tanto che non si terrà conto di queste regole il discepolo non avrà prosperità, e questo senza alcun dubbio. Colui che dice il contrario di ciò che diciamo qui non conosce la propria anima.
Tale deve essere il tuo comportamento, o discepolo, con lo shaykh quando tu l’avrai trovato!
Ora io ti darò – se piace ad Allâh – dei consigli per il periodo durante il quale tu sarai alla ricerca dello shaykh.
La prima cosa in quest’ordine è il pentimento (al-tawbah) che implica di dare soddisfazione dovuta al tuo avversario, di riparare le ingiustizie commesse, se questo è ancora possibile, di piangere per rammarico per i momenti persi nella trasgressione della Legge, e di essere nella piena coscienza che sei certo dei tuoi peccati ma non sei sicuro del tutto dell’accettazione della tua penitenza.
Non ti sedere che in stato di purità rituale perfetta; quando perdi questo stato per un’eliminazione, rifai la tua abluzione, e quando hai fatto l’abluzione fai una preghiera di due rak’at.[6]
Altri punti prescritti: l’osservanza delle cinque preghiere quotidiane e il compimento delle preghiere surerogatorie (queste) nella tua camera.[7]

Sul compimento della preghiera (as-Salah)
Quando devi fare l’abluzione, sforzati di farla in modo da restare «fuori dal terreno della divergenza delle opinioni giuridiche» (al-khurûju-mina-l-khiiaf)[8] e compiere la migliore e la più perfetta abluzione qualcuno in vista della preghiera.
All’inizio di ogni movimento pronuncia il nome Allâh con il proposito di lasciare questo basso mondo.
Pulisciti la bocca con il desiderio di prepararti al dhikr e alla salmodia del Corano. Aspira l’acqua dal naso con l’idea di prepararti all’inspirazione dei profumi divini, e soffiala con la risoluzione della sottomissione e della rinuncia all’orgoglio. Lava il tuo viso con la coscienza del pudore, poi le tue braccia fino ai gomiti con la volontà di rimetterti a Dio in tutto ciò che farai. Ricopri anche il tuo capo di umiltà, d’impoverimento e il riconoscimento dei tuoi difetti. Lava i tuoi piedi con il proposito di poter viaggiare fino al Kathîb, che è il paradiso della Visone Contemplativa.
Alla fine loda Allâh per tutto ciò che è degno di Lui e domanda delle grazie sul Suo Inviato che ti ha esplicato le regole della Direzione per eccellenza.[9]
Dopo questo portati nel luogo in cui devi compiere la preghiera con l’idea che tu sei davanti al tuo Signore, e senza che questo comporti alcuna concezione limitativa o figurativa. Rivolgi verso Lui il tuo cuore così come dirigi il tuo viso verso la Ka’aba, e realizza che non vi è nell’esistenza che Lui e te. Sii sincero e proclama la Sua Grandezza (Allâhu Akbar!) con l’idea di magnificazione accompagnata dalla coscienza della tua servitù.
Quando u reciti, ti porrai nella disposizione relativa al versetto recitato: se si tratta di una lode ad Allâh, tu ti comporterai come recitatore di parole che Egli ti detta del Suo Libro per insegnarti la lode che bisogna rendergli; se si tratta di un versetto che contiene un ordine o una proibizione, ecc. osserverai quali sono i imiti enunciati e ti sforzerai di renderti conto in quale misura il tuo Signore si rivolge a te con le regole prescritte. Allora tu ne prenderai atto nel tuo cuore alfine di compierle o rispettarle.
In seguito, osserva il tuo ciuffo nella Sua Mano quando sei in «inclinazione» (ruku’) nel «raddrizzamento» (raf’) e nella «prosternazione» (sujûd), così come in tutti i tuoi movimenti: ogni pretesa cadrà da te quando tu ti vedrai tale; e che sia così fino al saluto finale. Quando compi questo saluto, resta fermo nel proposito che non vi sei che tu e il tuo Signore (Gloria a Lui!). Con la parola di saluto, tu saluterai allora colui che ti ha ordinato di salutare, perché il tuo saluto è (in realtà) su te stesso (conformemente al versetto): “Quando entrate in una casa, fate il saluto sulle vostre anime con dei voti che vengono da Allâh, benedetti e piacevoli…”[10].
Quando entri nella tua casa, vivificala compiendo una preghiera di due rak’at e fai lo stesso in ogni casa dove andrai.

Sull’acquisizione dei mezzi per vivere e la remissione ad Allâh
Tu lavorerai per guadagnare la tua vita se manchi di certezza (yaqîn)[11]. Non mostrerai remissione a Dio (tawakkul) fin tanto che ignorerai questa virtù; non immaginare che la tua impotenza risulti dalla forza della certezza e dalla qualità del tuo abbandono, perché questo non è dato se non dall’imperfezione della tua aspirazione (himmah), dalla bassezza del tuo livello e della tua poca conoscenza.
Lavora quindi e fai tutti gli sforzi per questo. Se la tua anima ti domanda di fermarti e di rimetterti alla volontà divina, non la combattere, accordagli l sua pretesa e parti con essa verso un luogo dove non sei conosciuto, verso le grandi città, là dove lo straniero non è notato in mezzo alla gente del paese. Non restare in un solo posto, ma cambia da un luogo all’altro. Non ti legare con nessuno, non ti far conoscere da qualcuno.
Quando tu «vedi» un uomo e ti accorgi che ti porta qualcosa, o quando «ascolti» il suo movimento senza vederlo, e che la tua anima dice “questa è un’«apertura della grazia» (fat’h) dalla parte di Allâh”, e che l’uomo ti porta qualcosa per mezzo di questa «apertura»[12], non l’accettare, ma restituiscigliela, perché egli non te l’ha portata che come effetto di un’attesa avida in ragione dell’attaccamento della tua anima ai beni (rizq) al punto che costui ne ha avuto percezione. Allora dove è Allâh e dov’è la tua anima? Non prendere questo anche se sei sul punto di morire. Ma quando una cosa ti arriva senza attenderla e la trovi davanti a te, osserva subito ciò che senti nella tua anima al momento del primo pensiero che ti viene al momento di questa «apertura»: se provi uno stringimento del cuore, rifiuta la cosa offerta e lascia ciò che ti provoca un dubbio per ciò che non ti fa dubitare; se tu non provi questo stringimento ma rilassamento e se questo rilassamento è accompagnato da avidità, rifiuta ugualmente la cosa e non l’accettare. Se questo rilassamento non è accompagnata da avidità, accetta l’offerta e prendi ciò di cui hai bisogno per il momento e restituisci il resto; dopo non rimanere più in questo luogo, lascialo se la città è grande, per un altro luogo. Non cercare i luoghi dove arrivano abitualmente delle «aperture», come per esempio nei ribat o le moschee, ecc. … che sia così fino a quando avrai acquisito una sufficiente forza della certezza. Se non procederai così, tu tradirai la tua anima.
Non far intervenire qui la parola del sufi che, parlando del proprio grado di realizzazione dice “Io non vedo nient’altro che il mio Signore” (e di conseguenza, in qualunque maniera arrivi qualche cosa, essa viene sempre da Allâh) perché costui non giunto a poter parlare così senza aver sopportato ciò che ti ho indicato, e è per questo che può pralare così; ed l’autorizzarsi nel dirlo è un’impostura, fin tanto che si è debuttanti nella via.

Sulla compagnia (as-Suhbah)
La compagnia è la cosa peggiore per il murîd, perché la Via è costruita sulla rottura delle frequentazioni e sulla rinuncia alla compiacenza. Noi sconsigliamo la compagnia, perché essa porta con sé dei legami e delle famigliarità, così come dei mutamenti di stato; pe esempio, dalla separazione dagli amici ne consegue dispiacere. È per questo d’altronde che i maestri dicono “Colui che prova intimità quando è in khalwah (ritiro) e dal disagio nella società, la sua intimità è in realtà con la khalwah, e non con Allâh!”.
Di conseguenza, ciò che compete prima di tutto al murîd è di scostarsi dalla compagnia. La sua unica aspirazione deve essere la ricerca del maestro. Quando lo troverà che non guardi verso nessun altro. Egli non deve stare in compagnia dei suoi fratelli tra i discepoli dello shaykh, né sedersi con essi salvo quando glielo ordina lo shaykh. Egli deve essere con le creature – quelle del suo genere o le altre – come un essere selvaggio che le rifugge: cercherà così l’intimità di Allâh facendo molto dhikr e con passione.
Il murîd non deve passare la notte con un altro, né sedersi con lui. Se è costretto a essere in compagnia con qualcuno, sorvegli la propria anima nei suoi riguardi e se constata che sente dispiacere quando il suo compagno è assente, che lasci questa compagnia; se questo lo segue e lo cerca, fugga dal paese.
Questa condotta sarà osservata similmente per ciò che concerne i vestiti e l’abitazione; quando egli sentirà che ama il proprio abito, che lo venda e ne acquisti un altro; o se non ha bisogno di un altro abito in cambio, che ne faccia regalo a qualcuno; quando amerà la propria abitazione, che la lasci per un’altra. In maniera generale, egli non deve restare con una cosa che gli prende una parte del cuore, e dovrà diventare un «solitario» (fardânî) nell’esistenza, perché Allâh – che sia glorificato al di sopra di tutto – non si rivela a un cuore che è in intimità con altri che Lui, che sia tra gli esseri  obbedienti o tra gli altri. Se non fosse necessario avere uno shaykh come medico, e se non fosse affetto dalla «malattia» che lo deperisce, non gli sarebbe permesso essere a fianco dello shaykh stesso: non deve d’altronde sedersi con lui in modo familiare, ma per ricevere l’insegnamento che gli conviene. Perché quando l’allievo diventa familiare con lo shaykh la diventa più lunga per lui, il «trattamento» sarà più difficile per lo shaykh e gli diventerà in più penosa; anche la guarigione sarà più lenta a venire; tutto questo a causa della familiarità del discepolo con il maestro.
Ciò che il discepolo desidera dal murîd, è trovarlo costantemente occupato con il dhikr nel suo cuore, al punto che quando una cosa l’obbligherà ad essere con qualcun altro, fintanto che se ne occupa, lo vedrà soffrire. È così che lo shaykh sa che il murîd ha avuto un’«apertura di grazie».
I rapporti del murîd con gli altri devono essere impregnate di sottigliezze, di qualità virili e di generosità; egli non farà velere i suoi diritti su di essi; egli li considererà superiori a se stesso e non si attribuirà alcun diritto su di essi, ancor meno una qualche superiorità. È per questa ragione che abbiamo ordinato al murîd di sottrarsi alla compagnia, perché questa ha dei doveri cui egli deve soddisfare ciò che costituisce una preoccupazione a detrimento dei diritti di Allâh nel suo cuore.
L’isolamento e la fuga sono dunque di un’importanza primordiale. La compagnia non può essere che una prerogativa delle persone ben salde tra i più grandi santi. Tu starai con questi dominando la tua anima: se essi ti biasimano, accetta il loro biasimo; se ti lodano dì te stesso che queste sono le loro qualità che li fanno parlare così e che Allâh non gli fa vedere qual è il tuo vero stato perché Egli li ha velati, e non vedrà quindi questa cosa se non come una vergogna. Non ti rallegrare quindi dei loro elogi e delle loro lodi.

Sulla sollecitazione verso le moschee (as-sa’i ilâ-masâjid)
Il murîd non deve moltiplicare le sue azioni perché queste sono causa di dispersione. Per qusto gli sconsigliamo di fare viaggi, potendo essere il suo stato turbato, salvo quando andrà a cercare uno shaykh per dirigersi sulla via spirituale; Similòente quando uscirà per andare alla moschea o adun impegno indispensabile, non deve girarsi a destra e a sinistra: nel suo cammino porrà il suo sguardo là dove deve mettere i piedi, questo per timore del precedente che costituisce sempre il «primo sguardo».[13] Quindi egli si occuperà con il dhikr, renderà il saluto a colui che lo saluta, senza fermersi con uno o l’altro e senza domandargli “Come va?”. Che si astenga da questo perché per noi è un punto che non manca di gravità. Deve allontanarsi sulla sua via da tutto ciò che è nocivo[14]: pietra, spine o escremento, e se trova un pezzo (di pane, di stoffa o di carta), che la raccolga e la ponga su qualche finestra per non lasciarla calpestare dai piedi. Mostrerà la buona direzione a colui che avrà perso la strada, e aiuterà il debole, spartirà il carico di chi è sovraccarico. Tutto questo è un obbligo per lui. Quando egli saluta egli invierà il suo saluto ad ogni pio servitore di Allâh sulla terra e nel cielo ed è da questo stesso maqâm che il saluto gli sarà reso.
Osserva la regola di non affrettare la tua marcia, ma cammina lentamente esenza atteggiamenti, perché è meglio per il tuo scopo.[15]
Se trasporti un peso e vuoi riposarti collocati a do della strada per non disturbare il passaggio della gente.
Non frequentare le sedute dei canti spirituali. Se il tuo shaykh ti dice di andare, vai, ma non parteciparvi e occupati con il dhikr perché ascoltare l’incantazione del proprio dhikr è una cosa migliore che ascolatre i poemi cantati, soprattutto quando il cantore mostra poco amore e dsiderio, e che l’anima si mette a fremere con la pretesa agli stati spirituali. Se il cantore parla della morte e di ciò che ricorda il timore, il contrimento, la tristezza e le lacrime, nominando ad esempio la Gehenna e il carattere passeggero della vita di questo mondo, o il trapasso e i suoi timori, la resa dei conti e le pene del talione, o ancora frasi della resurrezione, allora presta attenzione e rifletti a quello che propone. Se un hâl (stato spirituale) si impadronisce di te e ti fa perdere coscienza o se ti alzi senza rendertene conto ma mosso solo da ciò che ti arriva all’improvviso ed in seguito riprendi coscienza, rimettiti a sedere e riprendi un’attitudine equilibrata, perché le emozioni prodotte dall’audizione spirituale sono uno rottura dello stato di equilibrio e variano in funzione della direzione che assumono: se tu entri in tali stati e ne hai coscienza, sappi che il tuo movimento è discendente come qualcuno che viene dall’alto verso il basso fino a stabilirsi nella Prigione infernale (as-Sijjin) – che Allâh ci preservi – Se essendo preso da questo moto tu sei assolutamente assente  dalla tua coscienza interiore e della sensibilità, allora o si tratta di un’estinzione in Allâh in ragione del dominio esercitato dlla Sua Grandezza sul tuo cuore, oppure di un’estinzione nei Paradisi o nel Fuoco, il tuo moto è ascendente fino a quando ti stabilizzerai nel Soggiorno dei Sublimi (al-Illiûn); nel caso in cui per contro si tratta di un’estinzione in un oggetto d’amore concupiscente, per esempio una donna o un efebo, il tuo moto ti condurrà nella Gehenna e la Prigione infernale, e pur tuttavia sei annientato da un hâl vero, solo che questo hâl porta alla perdizione allorché gli spettatori s’immaginano che tu sei svanito in Allâh. Allontanati dunque dalle sedute dei canti spirituali.
Se hai bisogno di compagnia, e questa s’impone, sia nella compagnia degli adoratori e degli zelanti tra le genti della pratica spirituale, fino a quando troverai il Maestro. Se non li trovi nelle città, cercali sui bordi del mare o nelle moschee cadute in rovina perché essi vi passano la notte e sulle montagne o nelle profondità delle valli. Se pretendi essere di questi, stai attento che il tempo dela preghiera non arrivi senza che ti trovi in moschea. È disgraziato l’aspirante che arriva giusto al momento in cui la preghiera comincia; in questo caso sei al culmine della disgrazia e non devi essere contato tra questi. Questo stato di disgrazia non deve essere confuso con il caso ordinario i cui tu manchi il takbîrah iniziale della preghiera, o una rak’at con l’Imâm; non ciò di cui si parla qui, perché questo riguarda il caso della gente ordinaria, e tra questa, coloro la cui fede è debole. Ma nel tuo caso, ritorna penitente ad Allâh e riprendi lo sforzo di nuovo.[16]
Guardati di frequentare una sola moschea o di posizionarti regolarmente allo stesso rango o di occupare sempre lo stesso luogo nella moschea.

Riguardo ai pensieri (al-khawâtir)
Sappi che se tu sei nella scompagnia dei foqarâ[17] e ti metti a loro servizio non devi mai respingere un pensiero che ti viene in merito di ciiò che può essere utile a loro, perché questi sono i pensieri stessi dei foqarâ che arrivano a te come dei messaggi dal parte loro. Fai dunque tutto ciò che ti sovviene in quest’ordine: pulitura dei vestiti, preparazione del cibo e di ogni altra utilità. I foqarâ sinceri hanno tali pensieri ma il loro lavoro spirituale gli impedisce di parlarne, a cui si può aggiungere eventualmente lo scrupolo di non cedere alle esigenze dell’anima concupiscente. Allâh vuole assicurargli i due vantaggi in ragione della loro sincerità; allora Egli ti ispira di fare delle cose che essi hanno pensato. Tu devi dunque alzarti ed eseguire il lavoro dopo di che ti metterai a loro disposizione. Così essi otterranno il merito del lavoro spirituale (che non hanno interrotto) e l’ottenimento della cosa necessaria. Da parte tua, tu cominci a sapere quando bisogna accordare fede alle idee che sorgono nella tua coscienza oltre alla ricompensa che ti vale per il lavoro fatto per loro. Non considerare spregevole nessuna cosa del bene, perché questa via è una via di guadagno e negli affari con Allâh nulla esce in perdita, salvo il dannato.
Vi sono quattro cose che, ben stabilite, attirano tutti i vantaggi su colui che li pratica:
  1. Il servizio dei foqarâ,
  2. La buona disposizione d’animo,
  3. La preghiera per il bene dei musulmani, fatta in loro assenza e a loro insaputa,
  4. La dominazione della tua anima nei rapporti con loro.
È raro che un murîd scappi, all’inizio del suo stato, ai cattivi pensieriche gli vengono a proposito di tutto, a proposito di Allâh così come delle creature.
Di conseguenza, ciò che si impone al murîd è di sforzarsi a preservare la gente dalle cattive opinioni che ha nei loro confronti.
Così se tu sei sincero e sicuro nelle tue idee e nelle tue intenzioni in maniera continuativa e verificata quando ti viene una cattiva idea riguardo qualcuno – anche quando la cosa è esattamente come la pensi – sappi che questa idea ti viene da una proiezione di Satana. Rigirati da lui verso Allâh, implora il perdono di Allâh e domandaGli che Egli ti riempia il tuo interiore di Lui e non delle preoccupazioni del mondo, soprattutto che tu sia preoccupato di ciò che il mondo ha di malvagio; Satana non vuole che precipitarti: allora ti conferma per renderti bugiardo e ti onora per renderti spregevole. Ma questo cessa con la pratica del dhikr, così come i pensieri errati riguardo ad Allâh cessano con la scienza.


[1] Il termine murîd, letteralmente «volente», designa allo stesso tempo l’«aspirante» a una direzione spirituale e il «discepolo» che segue una via sotto tale direzione.

[2] Questo termine, di origine persiana, è praticamente equivalente a quello di shaykh, che sarà impiegato come sinonimo nel testo stesso.

[3] La regola più completa su questo punto è che il discepolo non può sposare la vedova del proprio shaykh.

[4] A questo proposito, è interessante segnalare che altrove lo shaykh al-akbar dice anche che il titolo di murîd, con il suo significato di «volente», non conviene in realtà al discepolo, perché questo non deve avere volontà propria.

[5] Una di queste convenienze è quella di essere orientato regolarmente verso la qiblah prescritta dalla legge, l’altra di non porgere la schiena allo shaykh che, da parte sua, gioca il ruolo di qiblah in un senso disciplinario.

[6] La «rak’at» è l’unità costitutiva di base del rito della preghiera (salat) comportante recitazioni, gesti e posizioni.

[7] È raccomandato fare le preghiere in comune, di preferenza nelle moschee, e le preghiere surerogatorie in privato, queste, salvo certe eccezioni precise, individualmente.

[8] Vi sono delle divergenze tra le scuole di diritto religioso per quanto concerne la definizione esatta di certi elementi obbligatori del rito dell’abluzione, come in altri riti o punti del diritto: il modo per non prendere parte è di fare il massimo domandato da una qualunque delle scuole divergenti su ciascuno dei punti dibattuti.

[9] Le idee enunciate a proposito di ciascun elemento del rito dell’abluzione sono di fatto tradotte da alcune formule istituite che si possono pronunciare durante il compimento dei gesti.

[10] Corano, XXIV,61.

[11] Vedere Etudes Traditionnelles di marzo-aprile 1962.

[12] Questa terminologia speciale si esplica nel fatto che gli avvenimenti in questione sono considerati nelle loro modalità sottili, ed hanno un carattere di fenomeno prodigioso.

[13] Secondo l’hadith “Il primo sguardo è scusato”, ma tuttavia costituisce il precedente che potrà portare un secondo che non godrà più tolleranza.

[14] Questa è l’applicazione della “più piccola delle obbligazioni del musulmano: l’eliminazione delle cose nocive sulla via” (imâtalu-l-adhâ ai-l-tariq), che è il riflesso più esteriore della dottrina della disciplina del Tawhid. Si noterà che tutto ciò che l’autore dice a riguardo può essere trasposto sul piano della Tarîqah che 6 la Via per eccellenza.

[15] Cfr. l’hadith: “la moderazione viene da Ar-Rahmân e la fretta viene da Shaytân”.

[16] Si tratta di porre la differenza con il fatto di arrivare con un piccolo ritardo per la preghiera all’ora esatta  in una qualsiasi moschea, perché  se in questo caso si  recupera, al meno, una rak’at con l’imâm  e che si completa individualmente il resto, ci si assicura il merito della preghiera in comune. In realtà nel caso speciale considerato dallo shaykh al-Akbar, la regola è di trovarsi alla moschea della gente spirituale di cui si tratta, ben prima che il tempo della preghiera sia arrivato, e questo alfine di essere ben preparato al compimento del rito.


[17] Singolare di faqîr = «povero spirituale».

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