"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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venerdì 19 giugno 2015

Havismat (Guido De Giorgio), Commento al V Canto della Divina Commedia

Havismat (Guido De Giorgio) 
Commento al V Canto della Divina Commedia

Minos, a guardia del secondo cerchio, legislatore e giudice, rappresentante di un ciclo tradizionale a Creta dove si celebravano i misteri di Cibele è qui il distributore delle gerarchie infernali, e il cingersi la coda per significare l’ordine di […?] può intendersi come l’immagine di una involuzione del sapere che determina l’assegnamento a tale o tal’altro cerchio.
Perciò egli è il  “conoscitor de le peccata” cioè dell’ignoranza. La bufera infernale agita coloro “che la ragion sottomettono al talento” ciò che, generalmente,  può indicare l’opzione incosciente della via di salvezza che determina “cadute” irreparabili, metodi deviatorï più che risolutivi: la pena è infatti un non mai stare, un non mai toccare la meta, esattamente il contrario della pax profunda che caratterizza l’acquisizione degli stati superiori. I nomi: Semiramide, Didone, Elena, Achille, Paris, Tristano tutti, il terzo e il quarto soprattutto,  allusioni a complessi mutamenti nell’ordine contemplativo e attivo e queste sono anime  “ch’Amor di nostra vita dipartì”  frase che può dare a riflettere se è Amore, nel senso mistico, che […?] spinta ad abbandonare la vita (e sarebbe da vedere se quel “nostra”  non sia anch’esso iniziatico). Ma,  più giù, troviamo
Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e’ cavalieri
pietà mi giunse e fui quasi smarrito
Le donne antiche e i cavalieri sono curatori d’Amore, anche se deviati nella loro ricerca. L’ultimo senso mostra la meraviglia di Dante di nanzi alla pena inflitta a dei cercatori di verità.
L’episodio di Francesca permette molti più dubbi nella realtà d’una tragedia d’amore: o per meglio dire è una vera tragedia dell’Amore che Dante espone; metodi di realizzazione imperfetti. “Amor ch’al cor gentile atto s’apprende” è il desiderio della conoscenza che anima ogni  “cor gentile”, cioè disposto a svilupparla. “Amor ch’a nullo amato amar perdona” è l’opzione di un metodo, probabilmente magico,  che impedisce a chi vi s’è consacrato di recedere, le pratiche avendo un carattere di “fatalità”. “Amor condusse noi ad una morte”: qui s’accenna alla “caduta” che segue un metodo tanto più pericoloso quanto è più violento: e il “doloroso passo” è l’acme di questa tragedia d’Amore, la precipitazione nel mondo infero di chi ha mal tentato la scalata del Paradiso. Che possa trattarsi di una vera e propria tragedia iniziatoria lo dimostra il riferimento,  nel racconto di Francesca, a Lancelot, cavaliere della tavola rotonda,  e a Gallehault “principe delle isole lontane” (qui forse si allude a Thulé, “isola dei Beati” o tutt’altra dimora nell’estremo nord come riferimento a un centro tradizionale,  a una qibla, simbolicamente, e forse geograficamente, posta in una solitudine inaccessibile pei profani).
Gallehault serve d’intermediario tra Lancelot e Ginevra, che è la Donna amata cioè la conquista della saggezza,  e il libro letto da Francesca serve egualmente d’intermediario nell’amore di Paolo per Francesca.
Questo libro del ciclo è palesemente un romanzo di cavalleria a contenuto simbolico, quindi iniziatorio:  ora è appunto in questo libro che leggono Paolo e Francesca e la lettura,  dice Francesca, “scolororci il viso” cioè dette vertigini di conquiste di stati superiori familiari a chi è al corrente di certe cose. Ma è un  “punto” che determina questa specie di dramma mistico, quando Lancelot suggella la conquista di uno “stato d’unione” – “il disiato  [?] — con un possesso reale: a questo punto, [?] il racconto di Francesca in un modo particolarmente suggestivo: si allude nel verso “quel giorno più non vi leggemmo avante”  alla realizzazione effettiva che segue una preparazione dottrinale  (il libro?)? In ogni modo il verso  “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”  non sembra avere nessun tono imperatorio come comunemente s’intende, perché se l’amore, sia pure profano, congiunge così strettamente questi due spiriti, essi non possono maledire ciò che questo amore ha palesato. Le parole precedenti di Francesca “Nessun maggior dolore – che ricordarsi del tempo felice – ne la miseria” sembrano proprio alludere a quelle “cadute”  fatali e irrimediabili nel sentiero della liberazione che fanno intravedere il Paradiso con conseguente precipitare nelle regioni inferiori.

(Trascrizione da un manoscritto inedito)

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