"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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domenica 21 giugno 2015

Pietro Mancuso, Ramana Maharshi. Un saggio dell’età dell’oro - III - Tiruvannamalai

Pietro Mancuso 
Ramana Maharshi. Un saggio dell’età dell’oro

Tiruvannamalai
Paul Brunton in «India segreta» narra del suo incontro con il Maharshi e scrive :
«Con tre rupie in tasca e senza conoscere niente del mondo, cominciò il viaggio verso l’interno del sud. I sorprendenti incidenti che avvennero durante il viaggio provano decisamente che era guidato e protetto da qualche misterioso potere.
Quando infine giunse a destinazione era completamente povero e fra gente assolutamente estranea. Ma il sentimento della rinuncia totale ardeva intensamente dentro di lui. Allora fu tale il disprezzo del giovane per ogni proprietà terrena che gettò via i suoi abiti ed assunse la posizione meditativa completamente nudo dentro al recinto del tempio. Un sacerdote lo notò e si lamentò con lui, ma senza successo. Sopraggiunsero altri sacerdoti scandalizzati e solo dopo sforzi violenti riuscirono ad ottenere una concessione dal giovane: acconsentì ad indossare un semiperizoma, e da quel giorno è tutto ciò che indossa».
Ramana Giunse ad Tiruvannamalai, ai piedi del sacro monte di Aruna, il 1 settembre del 1896 e da lì per tutta la durata della sua parabola terrena, mai si allontanò.
Ramane trascorse i primi anni nell’ambito del grande tempio di Tiruvannamalai. Dapprima nella immensa sala in pietra con un tetto pure in pietra sorretto da mille colonne accanto alla torre orientale del tempio di Arunacaleshvara.
Ramana stava seduto immerso in meditazione senza dar segni di vita e questo attirò l’attenzione di alcuni giovinastri che gli giravano attorno e gli lanciavano sassi. Dopo qualche settimana si trasferì in un sacrario abbandonato sotto la sala. Ramana in questo sacrario raggiunse vette di ascesi estremistica. Insensibile agli stimoli esterni, non distinguendo nella oscurità del sacrario il giorno dalla notte, il suo corpo si riempì di punture di insetti e formiche, il sangue e il pus uscendo dal dorso e dalle cosce macchiava il pavimento e il muro a cui si poggiava. I giovinastri saputo il luogo dove si era adesso trasferito continuarono a molestarlo lanciando pietre nel sacrario.
«Non conoscevo nulla, non avevo appreso nulla prima di venire qui. Un misterioso potere prese possesso di me e realizzo una completa trasformazione. Non conoscevo nulla e né avevo pianificato alcunché. Quando lasciai la mia casa a diciassette anni ero come una briciola spazzata via da una tremenda alluvione. Non ero consapevole del mio corpo o del mondo, se fosse giorno o notte. Mi era difficile persino aprire gli occhi. Le sopracciglia sembravano incollate giù. Il mio corpo divenne scheletrico. I visitatori avevano pietà per il mio stato ma non erano consapevoli come pieno di beatitudine fossi. Fu solo dopo anni che io incontrai il termine Brahman quando mi capitò di leggerlo nei libri sul Vedanta che mi erano stati portati. Sorridendo dissi a me stesso “Ah è conosciuto come Brahman”(http://www.cosmicharmony.com/Sp/Ramana/Ramana.htm) ».
Ramana viveva in uno stato di continua trance sempre immerso in meditazione e fin da quando si era sistemato nella sala un sadhu che lo aveva notato si era preso cura di lui. Questo monaco si chiamava «Sheshadri» e a volte scacciava i giovinastri che iniziarono a prendersi gioco anche di lui.
Un giorno i giovinastri furono visti prendere a sassate i due da Venkayachala Mudali. Mudali li bastonò e li scacciò, dalla cripta usci Sheshadri che assicurò Mudali che non era ferito.Mudali scese nel sacrario e vide ramana perso a stesso e al mondo e con l’aiuto di altri sollevarono Ramana e li portarono in un sacrario dedicato a Subrahmanya.
Ramana durante i due mesi che restò in questo sacrario veniva nutrito da un sadhu che viveva lì. Il sadhu, Mauni Svami, nutriva a forza Ramana facendogli ingurgitare la mistura risultante dalla Puja della statua di Parvati, un intruglio a base di acqua, latte, frutta schiacciata, curcuma e altre cose con cui si compie il lavaggio cerimoniale. Ramana poi si spostò nel giardino del tempio sistemandosi sotto un albero.
Giunse Kartikai e le immense folle che giunsero a Tiruvannamalai videro quel giovane svami immerso in meditazione sotto un albero del giardino. Parecchi pellegrini si fermarono a guardarlo e si prostrarono ai suoi piedi. Un giovane asceta Uddandi Nayar si preoccupò di tenere a bada la folla che cominciò a diventare numerosa. Nayar nutriva la speranza di ricevere l’insegnamento da Ramana e iniziò così a porsi al suo servizio. Ramana però non parlava mai e lui non voleva disturbare il suo silenzio. Arrivò attratto da Ramana un altro sadhu, Annamalai Tambiram, che porpose a Ramana di trasferirsi in un piccolo santuario chiamato Gurumurtham, in un sobborgo di Tiruvannamalai.
Ramana continuava ad essere l’icona dell’ascetismo estremo. Per la maggior parte del tempo rimaneva immerso in meditazione, i capelli erano un crocchia inestricabile, il corpo pieno di punture d’insetti.
« [...]mi avreste dovuto vedere a Gurumurtham: ero solamente pelle e ossa, con tutte le ossa che mi uscivano di fuori, l’osso del collo, le costole, e le anche. Non si vedeva piu lo stomaco: stava per congiungersi con la schiena, tanto si era ritirato [...] le mie unghie erano cresciute di un pollice e avevo un jata fluente e lungo (capelli lunghi coperti di stuoie) e solevo dire alle persone con cui parlavo che ero molto vecchio in anni, sebbene così giovane all’apparenza, e che ero così da secoli!» (Muliadar)».
La sua fama ormai era diventata grande e i devoti erano così tanti che occorse che qualcuno ne disciplinasse l’afflusso. In questo periodo si unì al giovane saggio un discepolo, Palaniswami, che rimase al suo servizio per quasi ventuno anni. A Gurumurtam i devoti di Ramana vollero, a un certo punto, farlo oggetto di una Puja, cioè che fosse venerato come una statua sacra o il capo di una istituzione monastica. Ramana era stato soprannominato Brahmana svami in qunto il suo stato di quasi continua trance e silenzio non avevano fatto trasparire della sua identità terrena nulla, neanche il suo nome. Alla notizia della celebrazione che si voleva fare attorno alla sua persona espresse il suo disappunto, scrisse, con un pezzo di carbone, sul muro accanto a lui in tamil «questo è l’unico servizio richiesto per questo». I devoti capirono che l’unico servizio che era accettato, dal giovanissimo asceta, era quel poco di cibo che consumava. I devoti seppero a questo punto che il saggio sapeva leggere e scrivere e lo interrogarono su come si chiamasse e da dove venisse. Ramana continuò nel silenzio fino a quando un suo devoto promise di digiunare e non andare a lavorare fino a quando non lo avesse svelato. Ramana, alla fine, cedette prese un pezzo di carta e scrisse in inglese «Venkataraman, Tiruchuzi». Così i devoti seppero oltre a come si chiamava e da dove veniva anche che sapeva l’inglese.
Palaniswami e Ramana, dopo un po’, si trasferirono in un bosco di manghi che aveva un accesso mediante un custode che aveva ricevuto precise istruzioni di non fare passare nessuno senza il consenso di Ramana. Qui Ramana mediante Palaniswami conobbe le scritture del vedanta. Palaniswami si recava alla biblioteca locale e prendeva in prestito dei libri di argomento vedantico e poi se li faceva spiegare da Ramana. Ramana trovò che i libri che portava Palaniswami contenevano una descrizione di quel che lui aveva sperimentato.
Ramana, in seguito, dopo che si erano trasferiti dal boschetto di manghi in un piccolo tempio tentò di allontanare Palaniswami. Gli disse « Tu vai per la tua strada ad mendicare il tuo cibo, e io andrò per un’altra. Non viviamo insieme». Ramana ricorda questa fase in cui mendicava il cibo in questi termini:
« A proposito di questo, G. V. S. chiese a Bhagavan dei suoi primi giorni, e se fosse mai andato in giro per la questua. Allora Bhagavan riferì come fosse stato il padre di T. P. Ramachandra Aiyar che per primo lo condusse con la forza a casa sua e l’alimentò, e come la prima volta che elemosinò un po’ di cibo, fu dalla moglie di Chinna Gurukal. Seguì col dire come dopo chiese liberamente l’elemosina in pressoché tutte le strade di Tiruvannamalai. Poi disse: «Non puoi nemmeno immaginare la maestà e la dignità che sentivo mentre chiedevo l’elemosina. Il primo giorno, quando bussai dalla moglie di Gurukal, mi sentivo un po’ a disagio, era ovviamente il risultato di abitudini e di educazione, ma dopo quella volta non mi sentii più affatto umiliato. Mi sentivo come un re e più di un re. Qualche volta ho ricevuto in qualche casa della vecchia farina d’avena e l’ho mangiata senza sale o qualsiasi altro condimento, per strada, all’aperto, di fronte a grandi pandit e altri uomini importanti che venivano e si prostravano di fronte a me al mio Asramam poi mi asciugavo le mani sulla testa e continuavo a camminare, estremamente felice e in un stato mentale in cui perfino un imperatore era come paglia o strame alla mia vista. Non puoi immaginarlo. È perché esiste questo sentiero (marga) che noi possiamo trovare nella storia, episodi di re che danno via i loro troni, intraprendendo questo percorso (Muliadar Day by Day whit Bhagavan)».
Ramana si metteva di fronte a una casa e batteva le mani e mangiava per strada quello che gli veniva offerto. Palaniswami, che resto con lui fino alla sua morte, non obbedì del tutto a Ramana e se durante il giorno si allontanava per la sua strada per mendicare di sera tornava al tempio per vivere accanto al Maestro.
La rivelazione del nome e del luogo di provenienza ebbe un effetto indiretto, quello di essere rintracciato dalla famiglia. Durante un funerale, due anni dopo la sua sparizione, venne detto allo zio di ramana che si parlava di un asceta di nome Venkataraman di Tirucculi. Lo zio seguì quella voce e scoprì che il nipote era l’asceta che viveva nel bosco di manghi. Il guardiano del boschetto non volle dare il permesso di entrare nel boschetto e disse che al più avrebbe potuto portare al giovane svami un messaggio scritto. Lo zio per chiedergli udienza non avendo inchiostro né penna scrisse il suo messaggio usando dei ramoscelli per penna e il succo di un frutto di pruno selvatico per inchiostro. Ricevuto da Ramana tentò di farlo tornare a casa dicendo che non lo avrebbero ostacolato nella sua vocazione ascetica, Ramana rifiutò. Comprendendo che il giovane opponeva un rifiuto insormontabile scrisse alla madre di Ramana che lo aveva trovato e fece ritorno a Manamadurai.
Mahadevan nel suo schizzo biografico dice cha al termine di questa visita lo zio ritorno a casa «soddisfatto e fiero perché suo nipote era un saggio (p. 33)». Quanto dice è contraddetto dallo stesso Ramana che rivela che lo zio non aveva affatto questa alta reputazione di lui.
«Quando mio zio Nelliappa Aiyar venne a trovarmi, ero nel Mango Tope vicino a Gurumoortham. La via più breve, per arrivarci dalla stazione, passava attraverso un luogo dove viveva uno Swami. Mio zio era preoccupato per me, che avevo da poco lasciato la scuola e quindi difficilmente potevo conoscere la religione o le verità spirituali, chiese allo Swami se io realmente conoscessi qualcosa della via sulla quale mi ero avviato. Lo Swami disse a mio zio che non sapevo nulla, ma che sedevo ad occhi chiusi, in un modo fermo ed ostinato, facendo una specie di hata yoga.
Mio zio credeva che non fosse possibile concludere qualcosa di valido sul percorso spirituale senza leggere i Vedanta Sastra, così rafforzò la sua misera opinione nei miei confronti, provando soltanto pietà.
Quando già vivevo alla caverna di Virupakshi, un giorno stavo spiegando la quarta stanza del Dakshinamurti Stotra ad un giovane, che era solito venire spesso da me e mi aveva chiesto di spiegarglielo. In quei giorni stavo generalmente in silenzio e la gente pensava che stessi facendo mauna. Mio zio apparve all’improvviso e mi colse durante la spiegazione. Rimasi esitante per un momento, non sapendo se continuare a parlare o osservare il mauna. Ma, vedendo che mio zio aveva già compreso, non me ne curai e continuai il discorso. Questo convinse mio zio che conoscevo una gran quantità di argomenti, che lui pensava non potessi sapere. Anche lo Swami che aveva in precedenza informato mio zio che non sapevo nulla, aveva nel frattempo cambiato opinione. Ecco come era accaduto. Un giorno, ritornando dal mio pradakshina (giro) attorno alla collina, ero entrato nel Math di Easanya, dove trovai lo Swami. Questi mi mostrò il Vivekachudamani, interrogandomi su alcune strofe. Quando gliele spiegai, citando altri brani dello stesso libro e di altri, la sua considerazione nei miei riguardi cambiò completamente (Muliadar Day By Day Whith Bhagavan) ».
Ramana e palaniswami si spostarono ancora e a un certo punto si stabilirono nel tempio di Pavalakkunru.
Approfittando delle ferie natalizie del figlio maggiore Nagaswami la madre di Ramana Alagammal si recò a Tiruvannamalai di persona nel tentativo di convincere il figlio a ritornare a casa. Ramana non diede cenno di riconoscere la madre, Essa pianse, si disperò e importunò i devoti affinché la aiutassero a convincere Ramana. Alla fine un devoto intercesse per lei e gli chiese «perché non le parli?». Ramana scrisse un biglietto che diceva:« In armonia con il prarabdha, l’Onnipotente ordina sempre tutte le cose. Ciò che non è destinato ad accadere non accadrà, indipendentemente da tutti gli sforzi perché accada; e ciò che è destinato ad accadere non cesserà di accadere indipendentemente dagli ostacoli posti sulla sua strada. Poiché questo è certo, è bene conservare il silenzio». Alagammal, delusa, capì che il figlio non sarebbe mai venuto incontro al suo sentimento materno e fece ritorno a casa.
Dopo due anni e mezzo dal suo arrivo Ramana ritornò a uno stile di vita “normale”, nel senso che non rimaneva immerso in meditazione per la maggior parte della giornata.
Ramana lasciò anche Pavalakkunru e si stabilì in una grotta sulle pendici del monte Aruna.

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