"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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sabato 5 aprile 2014

Poema Regius

*Originale e riproduzione della prima pagina del manoscritto del Poema Regius
Poema Regius (ca. 1390)
Il più antico documento massonico (in fondo a l testo una breve postfazione e il testo in inglese antico)

Qui cominciano le costituzioni dell’arte Della geometria secondo Euclide.

Chiunque saprà bene leggere e vedere
Potrà trovarle scritte nell’antico libro
Di grandi signori ed anche di signore

Che ebbero molti figli insieme, con certezza.
E non avevano rendite per mantenerli.
Né in città, né in campagna, né in boschi recinti;

Essi presero insieme una decisione
Di stabilire per la salvezza di questi fanciulli
Come essi potessero meglio sopportare la vita

Senza grandi malattie, affanni e lotte
E, principalmente, per la moltitudine dei figli
Che sarebbe venuta dopo la fine loro.

Essi li mandarono presso grandi maestri
Che insegnassero loro a bene operare.
E preghiamo loro, per amor di nostro Signore

Che sia dato ai nostri figli qualche lavoro
Che permetta loro di vivere
Bene e onestamente, in piena sicurezza.

In quel tempo, mediante buona geometria
Questa onesta arte di buona muratoria
Fu stabilita e fatta in questo modo:

Coll’imitare questi maestri, insieme
Alle preghiere di questi signori essi dimostrarono la geometria.
E dettero il nome di massoneria

All’arte più onesta di tutte.
Questi figli di signori si misero d’impegno
Per imparare da lui [Euclide, n.d.r.] l’arte della geometria

Che egli praticava con zelo.
Per le preghiere dei padri e delle madri
Egli li ammise a questa onesta arte.

Egli era il più grande erudito ed era onesto
E superava lo zelo dei suoi compagni
Poiché in quell’arte egli oltrepassava gli altri

E avrebbe conseguito più prestigio.
Il nome di questo grande saggio fu Euclide,
Il suo nome spande piena e ampia meraviglia.

Inoltre, questo grande maestro ordinava
A chi era più in alto in questa scala
Che insegnasse a chi era meno dotato

A essere perfetto in quella onesta arte.
E così ciascuno insegnava all’altro
E si amavano l’un l’altro come fratello e sorella.

Inoltre egli ordinò che
Lo si chiamasse Maestro,
In modo che chi fosse il più degno

Fosse chiamato così.
Ma i muratori non si dovevano chiamare l’un l’altro,
Nell’arte e fra di loro,

Né soggetto, né servo, ma caro fratello.
Anche se uno non era perfetto come l’altro
Doveva ciascuno chiamare l’altro compagno

Perché essi erano di buona nascita.
In questo modo, mediante la buona conoscenza della geometria
Ebbe origine l’arte della massoneria.

Il maestro Euclide in questo modo fondò
Quest’arte di geometria in terra d’Egitto.
In Egitto egli ampiamente insegnò,

E in diverse terre da ogni parte,
Molti anni dopo ho saputo,
Prima che l’arte venisse in questo paese.

Quest’arte venne in Inghilterra, come vi dico,
Al tempo del buon re Atelstano.
Egli fece sia sale che loggiati

E alti templi di grande prestigio
Per compiacersi sia di giorno che di notte
E onorare il suo Dio con tutte le sue forze.

Questo buon signore amò grandemente quest’arte
E si propose di consolidarla da ogni lato
Perché aveva trovato vari difetti in essa.

Egli mandò a dire in tutto il paese,
A tutti i Massoni dell’arte,
Di andare da lui immediatamente

Per correggere tutti questi errori
Col buon consiglio, se poteva essere dato.
Fece fare allora una assemblea

Di vari signori, secondo il loro stato:
Duchi, conti e anche baroni,
Cavalieri, gentiluomini e molti altri

E i maggiori cittadini di quella città;
Essi erano tutti là secondo il loro grado.
Quelli erano là secondo i propri mezzi

Per stabilire la condizione di questi Massoni.
Là essi cercavano col loro intelletto
Come poterli governare.

Quindici articoli essi cercarono
E quindici punti essi elaborarono.

Qui comincia il primo articolo
Il primo articolo di tale geometria:
Il maestro massone deve essere pienamente sicuro
Risoluto, fidato e sincero.
Di questo egli non si pentirà mai.
E paghi i suoi compagni secondo il costo
Del mantenimento, voi lo sapete bene,
E paghi loro il giusto secondo coscienza,
Ciò che possono meritare.
E non assuma più uomini
Di quanti possa adoperare
E non si lasci corrompere, né per amore né per paura
Da qualsiasi altra parte,
Da signore o da compagno, chiunque sia:
Da costoro non accettare alcun compenso.
E, come un giudice, sta’ agli impegni
E allora farai il giusto per entrambi.
Fa questo sinceramente dovunque tu vada
E il tuo merito, il tuo profitto sarà migliore.

Secondo articolo
Il secondo articolo di buona massoneria
Deve udirsi specialmente qui:
Che ogni maestro, che sia un massone,
Deve essere alla corporazione generale,
Naturalmente, se è stato informato
Dove sarà tenuta questa assemblea.
A tale assemblea deve andare
Salvo che non abbia una ragionevole giustificazione.
Altrimenti egli vuole offendere la corporazione
0 vuole comportarsi con falsità,
Oppure è gravemente ammalato
Da non poter andare in mezzo a loro.
Questa è una giustificazione valida
Per quella assemblea, senza frottole.

Terzo articolo
Il terzo articolo dice in verità
Che il maestro non assume apprendista
Senza aver l’assicurazione che si fermi
Sette anni con lui, così vi dico,
Per insegnargli la sua arte, quello che serve.
In minor tempo quegli non potrà imparare
A beneficio del suo signore né suo proprio,
Come potete sapere a buona ragione.

Quarto articolo
Il quarto articolo deve essere quello
Che il maestro deve tenere per sé.
Che egli non deve tener schiavo l’apprendista
Né trattarlo con avarizia
Poiché il signore al quale è legato
Può cercare l’apprendista dovunque egli vada.
Se è stato preso nella loggia,
Egli può farvi molto danno
E in tal caso può accadere
Che faccia danno a qualcuno o a tutti.
Perciò tutti i Massoni che sono là
Stiano insieme in piena fratellanza.
Se una tale persona fosse nell’arte
Possono capitare vari inconvenienti;
Per miglior agio quindi, onestamente,
Assumi un apprendista di condizione elevata.
Dai tempi antichi si trova scritto
Che l’apprendista deve essere di nobile stato;
E così talvolta il sangue di grandi signori
Apprese tale geometria, il che è molto bene.

Quinto articolo
Il quinto articolo è molto giusto.
Posto che l’apprendista sia di nascita legittima,
Il maestro non accoglierà a nessun prezzo
Un apprendista che sia deforme:
Ciò significa, come puoi udire,
Che avrà le sue membra tutte intere;
Per l’arte sarebbe grande scorno
Prendere uno zoppo e uno storpio.
Perciò un uomo imperfetto, di tale razza,
Porterebbe poco di buono all’arte.
Così ciascuno di voi deve sapere
Che l’arte vuole avere un uomo forte;
Un uomo mutilato non ha forza,
Dovete saperlo fin d’ora.

Sesto articolo
Il sesto articolo non va tralasciato:
Che il maestro non rechi pregiudizio al signore,
Nel prendere da questi, per il suo apprendista,
Anche quanto è in ogni caso dovuto ai compagni.
A quelli che sono nell’arte già perfetti
Questo non deve essere, anche se parrebbe di sì.
Anche se vi fossero buone ragioni
Che percepisse il salario come i suoi compagni,
Questo stesso articolo, in tal caso,
Giudica che l’apprendista
Prenda meno dei compagni che sono perfetti.
In vari casi può occorrere
Che il maestro possa istruire l’apprendista
Onde il suo salario possa aumentare presto
E, prima che il termine giunga a compiersi,
Il suo salario possa venire migliorato.

Settimo articolo
Il settimo articolo che è qui ora
Dirà chiaramente a voi tutti
Che nessun maestro, per favore o per timore,
Può rubare ad alcuno abito o cibo.
Né dare rifugio ad alcun ladro
Né a chi abbia ucciso un uomo,
Né a chi abbia cattiva fama,
Per timore di esporre l’arte al biasimo.

Ottavo articolo
Vi mostra così l’ottavo articolo
Che il maestro può far bene così:
Se ha qualche operaio
Che non sia perfetto come bisogna,
Egli può cambiarlo sollecitamente
E prendere al suo posto un uomo migliore.
Un tale uomo, per negligenza,
Potrebbe nuocere alla riputazione dell’arte.

Nono articolo
Il nono articolo mostra appieno
Che il maestro dev’essere saggio e forte.
Che non può intraprendere alcun lavoro
Se non è in grado di farlo e condurlo a termine.
E che esso sia anche utile ai signori
E alla sua arte, dovunque vada,
E che le fondamenta siano ben preparate
Perché non si fenda e non crolli.

Decimo articolo
Bisogna conoscere il decimo articolo,
Nell’arte, in alto e in basso.
Che non ci sia maestro che soppianti l’altro
Ma stiano insieme come fratello e sorella.
In questa zelante arte, tutti e ciascuno,
Chi vuole essere un maestro massone
Non soppianti nessun altro.
Che avendogli sottratto un lavoro,
Il suo dolore è così forte
Che non pesa meno di dieci libbre,
Se non è trovato colpevole
Di aver con mano per primo toccato il lavoro.
Per nessuno in massoneria
Si soppianterà, di certo, un altro.
Ma se il lavoro è fatto in modo
Che possa a sua volta rovinare,
Allora un massone può chiedere tale lavoro
Ai signori, per tutelare il loro interesse.
A meno che non capiti un tale caso,
Nessun Massone vi si deve immischiare.
Veramente colui che comincia le fondamenta,
Se è un massone buono e integro,
Ha di certo nella sua mente
Come portare a buon fine il lavoro.

Undicesimo articolo
L’articolo undicesimo, io ti dico
Che è insieme leale e franco
Poiché insegna, con la sua forza,
Che nessun massone deve lavorare di notte
Se non sia a conoscenza
Che ciò sia a vantaggio del lavoro.

Dodicesimo articolo
Il dodicesimo articolo è di alta probità:
Ogni massone, dovunque sia,
Non deve corrompere i suoi compagni di lavoro.
Se vuol salvare la propria onestà
Li comanderà con parole oneste,
Con l’ingegno che Dio gli ha dato.
Invece devi migliorarlo come puoi
Fra voi insieme senza contesa.

Tredicesimo articolo
Il tredicesimo articolo, così Dio mi salvi,
È che se il maestro ha un apprendista
Cui egli ha insegnato tutto
E gli ha spiegato gradualmente i vari punti
Così che questo sia capace di conoscere l’arte,
Dovunque possa andare sotto il sole.

Quattordicesimo articolo
Il quattordicesimo articolo, a buona ragione
Mostra al maestro quel che deve fare:
Egli non deve accogliere un apprendista
Se non prendendo varie cautele
Che quegli possa, nel suo termine,
Apprendere da lui le diverse parti.

Quindicesimo articolo
Il quindicesimo articolo pone un termine
Ed è un amico per il maestro
Per insegnargli che con nessuno
Egli si può condurre scorrettamente,
Né mantenere i suoi compagni nel loro peccato,
Per alcun interesse che gli potesse venire.
Non accetterà di fare falso giuramento
Per tema della salvezza della sua anima.
Se no, esporrebbe l’arte alla vergogna
E se stesso al biasimo.

Altre Costituzioni
A questa assemblea furono stabiliti dei punti,
Dai grandi signori ed anche dai maestri,
Che chiunque volesse apprendere quest’arte e appartenervi
Doveva amare Dio e la santa chiesa
Ed anche il maestro col quale sta,
Dovunque egli vada, in campagna o nel bosco.
E devi amare anche i tuoi compagni
Poiché questo la tua arte desidera da te.

Punto secondo
Il secondo punto è, come vi dico,
Che il massone lavori durante la sua giornata
Veramente, per quanto sa e può
In modo da meritare il suo riposo per la festa
Ed operi seriamente nel suo lavoro
Onde meriti la sua mercede.

Punto terzo
Il terzo punto deve essere ben conosciuto
Fra gli apprendisti rispettivamente:
Che il consiglio del maestro deve accettare e tenere,
E quello dei compagni, con buon proposito.
Non dirà a nessuno i segreti della camera,
Né qualsiasi cosa essi facciano nella loggia.
Qualunque cosa tu ascolti o veda fare
Non devi dirla a nessuno, dovunque andrai.
Il consiglio del vestibolo e quello del loggiato
Vi renderà, per questo, grande onore.
Il contrario vi porterebbe al biasimo
Ed arrecherebbe grande vergogna all’arte.

Punto quarto
Il quarto punto ci insegna anche
Che nessuno deve essere falso verso la sua arte.
Non deve perseverare nell’errore
Contro l’arte, ma evitarlo.
Non farà egli pregiudizio
Al suo maestro né ai suoi compagni.
E sebbene l’apprendista sia posto al di sotto
Anch’egli deve ave e a stessa legge.

Punto quinto
Il quinto punto, innegabilmente è
Che quando il massone prende la paga
Stabilita dal suo maestro,
Egli deve prenderla docilmente.
Tuttavia il maestro può, per fondata ragione,
Avvertirlo formalmente prima di mezzogiorno
Se non intende occuparlo più oltre
Come ha fatto fin qui.
Contro tale ordine non può contendere
Se (il maestro) pensa di avere migliore successo.

Punto sesto
Il sesto punto deve essere fatto conoscere
Sia in alto che in basso.
Nel caso dovessero accadere
Fra i massoni, alcuni o tutti,
Per invidia od odio implacabile,
Che nascano spesso grandi contese,
Allora il massone è obbligato, se possibile,
A, destinare un certo giorno per la composizione.
Ma essi non procederanno a tale rito
Finché la giornata lavorativa non sarà trascorsa.
Durante un giorno festivo potrete facilmente
Trovare il tempo per la composizione.
Se fosse fatto durante la giornata di lavoro
Il lavoro sarebbe dilazionato per tale questione.
Assegna loro, quindi, un tale termine
Cosicché vivano bene nella legge di Dio,

Punto settimo
Il settimo punto può bene significare
Che Dio ci ricompenserà per una vita buona.
A questo scopo descrive chiaramente
Che non dovrai giacere con la moglie del tuo maestro
Né con quella del tuo compagno, in nessun modo,
Altrimenti l’arte ti disprezzerà;
Né con la concubina del tuo compagno,
Come tu non vorresti che egli facesse con la tua.
La pena per questo sia severa:
Che rimanga apprendista per sette anni interi,
Se incorre in un caso di questi.
Quegli allora deve essere punito;
Molti guai potrebbero avere principio
Da un tal peccato mortale.

Punto ottavo
Il punto ottavo, si può essere certi,
Se hai preso ogni cura
Di essere sincero verso il tuo maestro
Per questo punto non sarai dispiaciuto.
Devi essere un sincero mediatore
Fra il tuo maestro e i tuoi compagni liberi;
Fa lealmente tutto ciò che puoi
Ad ambo le parti e ciò è molto bene.

Punto nono
Il nono punto ci chiama
Ad essere attendenti del nostro alloggio.
Se vi trovate in camera insieme,
Ciascuno deve servire l’altro con cortesia.
Rende i compagni cortesi, come voi dovete sapere
Fare tutti l’attendente [‘steward’] a turno,
Settimana dopo settimana. Senza dubbio,
L’attendente conviene farlo a turno;
Amabilmente servirsi l’un l’altro
Come si pensa per fratello e sorella.
Nessuno dovrà lasciare l’onere a un altro
Per rendersi libero senza corrispettivo
Ma ognuno sarà ugualmente libero.
Di tale corrispettivo, così deve essere,
Fai attenzione di pagare sempre bene ogni uomo
Dal quale tu abbia comprato dei viveri:
Che nessuna accusa sia possibile fare a te
Né ai tuoi compagni di ogni grado
Ogni uomo o donna, chiunque sia,
Pagalo bene e giusto, per quello che offre.
Di questo ricevi per il tuo compagno valida ricevuta
Per il pagamento che gli hai fatto,
Per timore che ciò provochi rimprovero dei compagni,
E a te stesso parti di grande biasimo.
Quanto a lui, deve fare buoni rendiconti,
Delle merci che egli ha preso.
Di quello dei tuoi compagni che hai consumato
Dove, come e a qual fine.
Tali conti devi venirli a fare
Ogni volta che i tuoi compagni lo richiedano.

Punto decimo
Il decimo punto presenta la buona vita
Il vivere senza affanno e contesa.
Perciò se il massone vive in modo ingiusto
Ed è falso nel lavoro, certamente
Per tali false abitudini
Può diffamare ingiustamente i propri compagni.
Mediante frequenti false accuse
Può far sì che l’arte ne abbia biasimo.
Se egli farà tale villania all’arte
Certamente non gioverà poi a se stesso
Né lo si manterrà nella sua vita malvagia
Temendo che si metta a diffamare e contrastare.
Pertanto, non dovete ritardare,
Ma dovete costringerlo
A presentarsi dove crederete.
Dove tu desideri, forte o piano.
Lo richiamerai alla prossima assemblea
A presentarsi davanti ai suoi compagni
E se non vorrà comparire davanti a loro
Deve giurare di rinunziare all’arte,
Poi sarà punito secondo la legge
Che fu fondata in giorni lontani.

Punto undicesimo
L’undicesimo punto è della buona discrezione
Come potete sapere con buona ragione.
Un massone che conosce bene quest’arte
E veda il suo compagno alzare una pietra
E posarla in pericolo di rovinare
Dovrà correggerlo, se Può,
E poi insegnargli a fissarla
In modo che l’opera commissionata non rovini.
Devi però insegnargli gentilmente a perfezionarsi,
Con parole buone, che Dio ci ha dato;
Per il suo amore che sta in alto
Il tuo amore lo nutra con dolci parole.

Punto dodicesimo
Il dodicesimo punto è di grande sovranità:
Laddove sarà tenuta l’assemblea,
Là si troveranno i maestri ed anche i compagni
E molti altri grandi signori.
Vi sarà lo sceriffo di quel paese
Ed anche il sindaco del posto;
Ci saranno cavalieri e gentiluomini
Ed altri notabili, come potrai vedere.
I decreti che essi faranno
Li manterranno tutti insieme
Verso ciascun uomo, chiunque egli sia,
Che appartenga all’arte buona e libera.
Se egli entrerà in contrasto con essa
Sarà preso in loro custodia.

Punto tredicesimo
Il tredicesimo punto ci è molto caro.
Egli farà giuramento di non essere ladro
Né di aiutare alcuno nelle sue male arti.
Per qualsiasi cosa che egli abbia rubata
E tu ne abbia notizia o colpa,
Né per la sua roba né per la sua famiglia.

Punto quattordicesimo
Il quattordicesimo punto contiene una buona legge
Per chi sia in soggezione.
Egli deve prestare un sincero giuramento
Al suo maestro e ai suoi compagni che sono lì.
Egli deve essere risoluto ed anche sincero
A tutte queste ordinanze, dovunque egli vada;
E al suo sovrano signore il re,
Di essere sincero verso di lui soprattutto.
E a tutti questi punti detti prima
È obbligato a prestare giuramento.
E tutti devono pronunciare lo stesso obbligo
Dei massoni, piaccia loro o meno,
A tutti questi punti detti prima
Che sono stati ordinati da un buon maestro.
Ed essi indagheranno, ciascuno
Dalla propria parte, meglio che potranno.
Se qualcuno può essere trovato colpevole
In qualche punto particolare.
E, se lo è, sia cercato
E sia portato davanti all’assemblea.

Punto quindicesimo
Il quindicesimo punto è di ottima istruzione
Per coloro che là hanno giurato.
Tale decreto fu posto all’assemblea
Dai citati grandi signori e maestri,
Per quelli che sono disobbedienti, con certezza,
Contro il decreto esistente
Di questi articoli che furono fatti là
Dai grandi signori e massoni insieme.
E se sarà pubblicamente provato
Davanti all’assemblea, all’istante,
E non faranno ammenda della loro colpa,
Allora dovranno abbandonare l’arte
E così la corporazione dei massoni li rifiuterà
E promette solennemente di non assumerli più.
A meno che essi non facciano ammenda,
Non potranno più essere ammessi all’arte.
E se non faranno così
Lo sceriffo verrà da loro
E porterà i loro corpi in buie prigioni,
Per le violazioni che essi hanno compiuto.
E porrà i loro beni e la loro vita
Nelle mani del re, dovunque,
E li lasceranno stare là
Fin che piaccia al sovrano nostro re di liberarli.

Altro decreto dell’arte della geometria
Essi ordinarono che si tenesse un’assemblea
Ogni anno, laddove essi volevano,
Per correggere i difetti che capitasse di scoprire
Nella corporazione del paese.
Veniva tenuta ogni uno o tre anni
Sempre nel punto che preferivano;
Tempo e luogo doveva essere indicato
Perché avesse luogo il raduno.
Tutti gli uomini dell’arte dovevano trovarsi là
Con altri grandi signori, come dovete vedere,
Per correggere gli errori di cui si doveva parlare,
Se qualcuno di loro era stato scorretto.
Là, tutti dovevano prestare giuramento,
Tutti gli appartenenti a quest’arte,
Di accettare ciascuno questi statuti
Che furono ordinati dal re Atelstano.
Questi statuti che ho qui fondato
Voglio che siano mantenuti in tutto il mio paese
In nome della mia regalità
Che ho per mia dignità.
Comando anche che ad ogni assemblea che terrete
Veniate al vostro coraggioso, sovrano re,
Supplicandolo della sua alta grazia
Di stare con voi in ogni luogo
Per confermare gli statuti di re Atelstano
Che ha ordinato quest’arte per buona ragione.

Arte dei Quattro Coronati
Preghiamo ora l’altissimo Iddio
E sua madre, la lucente Maria
Affinché possiamo apprendere bene questi articoli

E questi punti, tutti insieme
Come fecero questi quattro santi martiri
Che dettero grande onore a quest’arte,

Che furono così buoni massoni come non ce ne saranno sulla terra.
Essi furono anche incisori e scultori di immagini
Perché erano artigiani dei migliori.

L’imperatore aveva grande predilezione per loro;
Egli desiderò che gli facessero una effigie
Che fosse venerata per amor suo.

Tali idoli dovevano in quel tempo
Distogliere il popolo dalla legge di Cristo.
Ma essi furono fermi nella legge di Cristo

E a quest’arte, senza dubbio.
Amavano Dio e tutti i suoi precetti
E volevano sempre più servirlo.

Uomini veri erano in quel tempo
E vivevano felici nella legge di Dio,
Essi non potevano concepire di fare degli idoli,

Per qualsiasi ricompensa potessero ricevere,
0 credere negli idoli invece che in Dio.
Non avrebbero fatto questo, anche se egli si infuriava

Perché non avrebbero abbandonato la vera fede
E creduto alla sua falsa legge.
Allora l’imperatore li fece prendere

E mettere in una profonda prigione.
La cosa più triste fu l’essere puniti in quel posto
La cosa più gioiosa fu l’essere in grazia di Cristo.

Allorché non vide altra via
Li condannò a morte.
Dal libro si può conoscere

Nella leggenda dei santi
Il nome dei quattro coronati.
La loro festa, senza dubbio, sarà

L’ottavo giorno dopo Ognissanti.
Potete udire così come io ho letto
Che molti anni dopo, per un grande dubbio

Quando il diluvio di Noè fu completamente cessato
Ebbe inizio la torre di Babilonia,
Secondo un piano di lavoro di calce e pietra,

Come ognuno poteva vederla allora
Cosi lunga e larga era stata cominciata:
Per sette miglia di altezza oscurava il sole.

L’aveva fatta il re Nabucodonosor,
Di grande solidità per amore degli uomini.
In modo che se ancora fosse venuto un altro diluvio

Non avrebbe sommerso l’opera;
Per un così forte orgoglio, per tale vanteria,
Tutta quell’opera fu cosi perduta.

Un angelo colpì con la diversità delle favelle,
Cosi l’uno non comprendeva ciò che diceva l’altro.
Molti anni dopo, il grande dotto Euclide

Insegnò l’arte della geometria, molto profondo e chiaro.
Fece altrettanto con altri (soggetti) nello stesso tempo
Di molte altre diverse arti.

Per la suprema grazia di Cristo in cielo
Cominciò con le sette scienze:
La Grammatica è indubbiamente la prima scienza.
La Dialettica la seconda, mi piace dirlo.
La Retorica la terza, non si può negarlo.
La Musica è la quarta, come vi dico.
L’Astronomia è la quinta, a mio fiuto,
L’Aritmetica la sesta, senza alcun dubbio.
La Geometria, la settima, chiude l’elenco.
Per la sua umiltà e cortesia
La Grammatica in verità è la radice

Per cui chiunque potrà apprendere dai libri.
Ma l’arte la supera di grado
Come sempre il frutto proviene dalla radice dell’albero.

La Retorica misura con espressione ornata il ritmo
E la Musica è un dolce canto,
L’Astronomia enumera, mio caro fratello,
L’Aritmetica fa vedere che una cosa è un’altra.
La Geometria è la settima scienza
Che può separare con certezza il falso dal vero.
Queste sono le sette scienze.

Chiunque le adoperi bene può avere il cielo.
Ora, cari figli, con la vostra conoscenza
Lasciate da parte la superbia e la cupidigia

E curate la buona discrezione
E la buona educazione, dovunque andiate.
Ora, vi prego di badare bene

A quanto sembrate abbisognare di più
Ma dovreste conoscere molto di più
Di quello che trovate scritto qui.

Se la vostra conoscenza è insufficiente,
Pregate Dio di farvela avere
Poiché Cristo stesso ci insegna

Che la Santa Chiesa è la casa di Dio
Che non è fatta per nessun altro scopo
Se non per pregarvi, come dice il Libro.

Là dentro la gente si riunirà
Per pregare e piangere i propri peccati.
Bada di non venire tardi in chiesa

A causa di scherzi lungo la via.
Quando poi vai in chiesa
Abbi in mente sempre di più

Di onorare di e notte il signore Dio tuo,
Con tutto il tuo intelletto e anche col tuo cuore.
Quando vieni alla porta della Chiesa

Prendi dell’acqua santa.
Per ogni goccia che tu prenderai
Estinguerai un peccato veniale, siine certo.

Ma prima devi tirar giù il tuo cappuccio
Per l’amore di Lui che è morto in croce.
Quando entri in chiesa

Offri il tuo cuore, subito, a Cristo.
Quindi guarda la croce lassù.
Poi piegati del tutto sulle ginocchia

Quindi pregalo di poter operare
Secondo la legge della santa chiesa,
Per seguire i dieci comandamenti

Che Dio ha dato a tutti gli uomini.
E pregalo sottovoce
Di tenerti lontano dai sette peccati

Per cui tu possa, durante la vita,
Preservarti dalle angosce e dalle lotte.
Inoltre, Egli ti assicuri la grazia

Di avere un posto nella beatitudine celeste.
Nella santa chiesa non usare parole sciocche
Proprie degli ignoranti, e parole sconce,

E respingi ogni vanità
Ma recita il pater noster e l’ave Maria.
Guarda anche di non fare alcun rumore

Ma rimani sempre in preghiera;
Se non vuoi pregare,
In nessun modo non impedirlo agli altri.

Non sederti né stai in piedi in quel posto
Ma inginocchiati per terra
E, quando si leggerà il Vangelo,

Alzati completamente lontano dalla parete
E benedici tu stesso se lo sai fare,
Quando comincerà il gloria tibi.

E quando il Vangelo è compiuto
Tu potrai inginocchiarti ancora,
Giù su entrambi i ginocchi,

Per il suo amore che ci fa tutti inchinare.
E quando senti suonare le campane
A quel santo sacramento

Tu devi inginocchiarti, giovane o vecchio che tu sia
E alza completamente entrambe le mani
E quindi parla in questo modo

Piamente e sommessamente, senza rumore:
«Signore Gesù, sii tu benvenuto
Come io ti vedo, in forma di pane.

Ora, Gesù, nel tuo santo nome
Difendimi dal peccato e dalla vergogna
Concedimi l’assoluzione e la santa eucaristia

Prima che esca di qui,
E tanto pentimento dei miei peccati
Che mai più, signore, io vi ricada.

E, come tu sei nato dalla Vergine,
Non permettere che io mi perda più
Ma, quando andrò via di qui,

Concedimi la infinita beatitudine.
Amen! Amen! Così sia!
Ora, dolce signora, prega per me».

Simili parole potrai dire, od altre cose,
Quando ti inginocchi al sacramento
Desiderando il bene. Non risparmiare niente

Per onorare colui che tutto ha operato.
Un uomo può essere felice per il giorno
Che almeno una volta può vedere Lui.

È di così grande valore, senza dubbio,
Che nessuno potrà dire la virtù di ciò.
Ma quella vista dà tali frutti,

Come dice giustamente S. Agostino,
Che il giorno che vedrai il corpo di Dio
Due o tre volte, senza dubbio

Dovrai prestare obbedienza a quel signore.
Fallo col tuo ginocchio destro
In tal modo porterai rispetto a te stesso

Così, togliti berretto o cappuccio
Finché ti si dica di rimetterlo.
Tutte le volte che parli con lui

Amabilmente e con rispetto tieni alto il mento.
Cosi, secondo il senso del libro,
Potrai guardarlo bene in viso.

Tieni tranquilli i piedi e le mani:
Trattienti dal grattarti e dallo strascicare.
Guardati pure dallo sputare e dal pulirti il naso.

Per queste occorrenze personali
Sii saggio e discreto.
Devi aver gran cura di dominare le emozioni.

Quando entri nel vestibolo
In mezzo alla distinzione, la benevolenza e le cortesie,
Non presumerti troppo in alto per alcun motivo,

Né per la tua nascita, né per la tua abilità.
Non sederti né appoggiarti.
Questo è il modo saggio e pulito di condurti.

E se non si allenterà il tuo sostegno
Veramente la buona educazione preserverà la tua dignità,
Se il padre e la madre si condurranno bene

Il figlio non potrà che crescere bene.
Nel vestibolo, in camera, dovunque si vada
Le buone maniere fanno l’uomo.

Guarda attentamente il prossimo grado
Per trattare con riguardo ciascuno singolarmente.
Non salutarli quando sono in gruppo,

A meno che tu non li conosca.
Quando ti siedi a mangiare,
Fallo in modo piacevole e simpatico:

Prima guarda che le tue mani siano pulite
E che il tuo coltello sia affilato e aguzzo
E taglia il tuo pane e il tuo cibo

Nel modo conveniente in quel posto.
Se siedi vicino a un uomo
Più importante di te,

Lascialo prendere la carne
Prima di prenderla tu.
Non prendere il boccone migliore

Anche se lo vorresti;
Tieni le mani composte ed evita
Di pulirle insudiciando la tovaglia.

Non pulirti il naso con quella
Né stuzzicare i denti a tavola.
Non chinar troppo il viso nella coppa

Quando desideri di bere.
Se gli occhi fossero troppo vicini all’acqua
Questo non sarebbe cortese.

Bada di non avere cibi in bocca,
Quando stai per bere o per parlare.
Quando vedi che qualcuno sta bevendo,

Fai attenzione al discorso:
Smetti subito di parlare
Se egli beve vino o birra.

Guarda pure di non disprezzare nessuno
In qualsiasi grado lo veda salire.
Non devi disprezzare nessuno

Se vuoi rispettata la tua dignità:
Per tali parole può risultare
Di essere triste nel sentirti colpevole:

Stringi la tua mano a pugno
E fa di non dover dire «l’avessi saputo!».
In sala, fra signore brillanti,

Frena la lingua e impiega lo sguardo.
Non ridere a crepapelle,
Non scherzare con licenziosità,

Non giocare se non con i tuoi pari,
Non dire tutto ciò che ascolti,
Non parlare dei fatti tuoi,

Né per gusto né per interesse.
Parlando bene puoi ottenere quello che vuoi,
Come puoi distruggerti.

Quando incontri un uomo rispettabile
Togliti il cappello o il cappuccio,
In chiesa, al mercato o in strada.

Onoralo secondo il suo stato.
Se cammini con uno più importante
Di quanto lo sii tu,

Tienti un po’ dietro di lui,
Per non mancargli di riguardo.
Quando egli parla, taci,

Quando avrà finito parlerai tu.
Sii efficace nei tuoi discorsi
E considera bene ciò che dici.

Ma non togliergli la parola
Né al vino né alla birra.
Allora Cristo nella sua grazia

Ti darà spirito e spazio
Per conoscere e leggere questo buon libro
Onde guadagnarvi il cielo.

Amen! Amen! Così sia!
Diciamo così tutti con carità. 


Versione originale



Hic incipiunt constituciones artis
gemetriae secundum Eucyldem.
Whose wol bothe wel rede and loke,
He may fynde wryte yn olde boke
Of grete lordys and eke ladyysse,
That had mony chyldryn y-fere, y-wisse;
And hade no rentys to fynde hem wyth,
Nowther yn towne, ny felde, ny fryth:
A cownsel togeder they cowthe hem take;
To ordeyne for these chyldryn sake,
How they myzth best lede here lyfe
Withoute fret desese, care and stryge;
And most for the multytude that was comynge
Of here chyldryn after here zyndynge.
(They) sende thenne after grete clerkys,
To techyn hem thenne gode werkys;
And pray we hem, for our Lordys sake,
To oure chyldryn sum werke to make,
That they myzth gete here lyvnge therby,
Bothe wel and onestlyche, ful sycurly.
Yn that tyme, throzgh good gemetry,
Thys onest craft of good masonry
Wes ordeynt and made yn thys manere,
Y-cownterfetyd of thys clerkys y-fere;
At these lordys prayers they cownter-
fetyd gemetry,
And zaf hyt the name of masonry,
For the moste oneste craft of alle.
These lordys chyldryn therto dede falle,
To lurne of hym the craft of gemetry,
The wheche he made ful curysly;
Throzgh fadrys prayers and modrys also,
Thys onest craft he putte hem to.
He that lerned best, and were of oneste,
And passud hys felows yn curyste;
Zef yn that craft he dede hym passe,
He schulde have more worschepe then the lasse.
Thys frete clerkys name was clept Euclyde,
Hys name hyt spradde ful wondur wyde.
Zet thys grete clerke more ordeynt he
To hym that was herre yn thys degre,
That he schulde teche the synplyst of (wytte)
Yn that onest craft to be parfytte;
And so uchon schulle techyn othur,
And love togeder as syster and brothur.
Forthermore zet that ordeynt he,
Mayster y-called so schulde he be;
So that he were most y-worschepede,
Thenne sculde he be so y-clepede:
But mason schulde never won other calle,
Withynne the craft amongus hem alle,
Ny soget, ny servant, my dere brother,
Thazht he be not so perfyt as ys another;
Uchon sculle calle other felows by cuthe,
For cause they come of ladyes burthe.
On thys maner, throz good wytte of gemetry,
Bygan furst the craft of masonry:
The clerk Euclyde on thys wyse hyt fonde,
Thys craft of gemetry yn Egypte londe.
Yn Egypte he tawzhte hyt ful wyde,
Yn dyvers londe on every syde;
Mony erys afterwarde, y understonde,
Zer that the craft com ynto thys londe,
Thys craft com ynto Englond, as y zow say,
Yn tyme of good kynge Adelstonus day;
He made tho bothe halle and eke bowre,
And hye templus of gret honowre,
To sportyn hym yn bothe day and nyzth,
Thys goode lorde loved thys craft ful wel,
And purposud to strenthyn hyt every del,
For dyvers defawtys that yn the craft he fonde;
He sende about ynto the londe
After alle the masonus of the crafte,
To come to hym ful evene strazfte,
For to amende these defautys alle
By good consel, zef hyt mytzth falle.
A semble thenne he cowthe let make
Of dyvers lordis, yn here state,
Dukys, erlys, and barnes also,
Kynzthys, sqwyers, and mony mo,
And the grete burges of that syte,
They were ther alle yn here degre;
These were ther uchon algate,
To ordeyne for these masonus astate.
Ther they sowzton by here wytte,
How they myzthyn governe hytte:
Fyftene artyculus they ther sowzton
And fyftene poyntys they wrozton.
Hic incipit articulus primus.
The furste artycul of thys gemetry:--
The mayster mason moste be ful securly
bothe stedefast, trusty, and trwe,
Hyt schal hum never thenne arewe:
And pay thy felows after the coste,
As vytaylys goth thenne, wel thou woste;
And pay them trwly, apon thy fay,
What that they mowe serve fore;
And spare, nowther for love ny drede,
Of nowther partys to take no mede;
Of lord ny felow, whether he be,
Of hem thou take no maner of fe;
And as a jugge stonde upryzth,
And thenne thou dost to bothe good ryzth;
And trwly do thys whersever thou gost,
Thy worschep, thy profyt, hyt shcal be most.
Articulus secundus.
The secunde artycul of good masonry,
As ze mowe hyt here hyr specyaly,
That every mayster, that ys a mason,
Most ben at the generale congregacyon,
So that he hyt resonably z-tolde
Where that the semble schal be holde;
And to that semble he most nede gon,
But he have a resenabul skwsacyon,
Or but he be unbuxom to that craft,
Or with falssehed ys over-raft,
Or ellus sekenes hath hym so stronge,
That he may not com hem amonge;
That ys a skwsacyon, good and abulle,
To that semble withoute fabulle.
Articulus tercius.
The thrydde artycul for sothe hyt uysse,
That the mayster take to no prentysse,
but he have good seuerans to dwelle
Seven zer with hym, as y zow telle,
Hys craft to lurne, that ys profytable;
Withynne lasse he may not be able
To lordys profyt, ny to his owne,
As ze mowe knowe by good resowne.
Articulus quartus.
The fowrhe artycul thys moste be
That the mayster hym wel be-se,
That he no bondemon prentys make,
Ny for no covetyse do hym take;
For the lord that he ys bonde to,
May fache the prentes whersever he go.
Zef yn the logge he were y-take,
Muche desese hyt myzth ther make,
And suche case hyt myzth befalle,
That hyt myzth greve summe or alle.
For alle the masonus tht ben there
Wol stonde togedur hol y-fere
Zef suche won yn that craft schulde swelle,
Of dyvers desesys ze myzth telle:
For more zese thenne, and of honeste,
Take a prentes of herre degre.
By olde tyme wryten y fynde
That the prenes schulde be of gentyl kynde;
And so symtyme grete lordys blod
Toke thys gemetry, that ys ful good.
Articulus quintus.
The fyfthe artycul ys swythe good,
So that the prentes be of lawful blod;
The mayster schal not, for no vantage,
Make no prentes that ys outrage;
Hyt ys to mene, as ze mowe here,
That he have hys lymes hole alle y-fere;
To the craft hyt were gret schame,
To make an halt mon and a lame,
For an unperfyt mon of suche blod
Schulde do the craft but lytul good.
Thus ze mowe knowe everychon,
The craft wolde have a myzhty mon;
A maymed mon he hath no myzht,
Ze mowe hyt knowe long zer nyzht.
Articulus sextus.
The syzte artycul ze mowe not mysse,
That the mayster do the lord no pregedysse,
To take of the lord, for hyse prentyse,
Also muche as hys felows don, yn alle vyse.
For yn that craft they ben ful perfyt,
So ys not he, ze mowe sen hyt.
Also hyt were azeynus good reson,
To take hys, hure as hys felows don.
Thys same artycul, yn thys casse,
Juggythe the prentes to take lasse
Thenne hys felows, that ben ful perfyt.
Yn dyvers maters, conne qwyte hyt,
The mayster may his prentes so enforme,
That hys hure may crese ful zurne,
And, zer hys terme come to an ende,
Hys hure may ful wel amende.
Articulus septimus.
The seventhe artycul that ys now here,
Ful wel wol telle zow, alle y-fere,
That no mayster, for favour ny drede,
Schal no thef nowther clothe ny fede.
Theves he schal herberon never won,
Ny hym that hath y-quellude a mon,
Wy thylike that hath a febul name,
Lest hyt wolde turne the craft to schame.
Articulus octavus.
The eghte artycul schewt zow so,
That the mayster may hyt wel do,
Zef that he have any mon of crafte,
And be not also perfyt as he auzte,
He may hym change sone anon,
And take for hym a perfytur mon.
Suche a mon, throze rechelaschepe,
Myzth do the craft schert worschepe.
Articulus nonus.
The nynthe artycul schewet ful welle,
That the mayster be both wyse and felle;
That no werke he undurtake,
But he conne bothe hyt ende and make;
And that hyt be to the lordes profyt also,
And to hys craft, whersever he go;
And that the grond be wel y-take,
That hyt nowther fle ny grake.
Articulus decimus.
The then the artycul ys for to knowe,
Amonge the craft, to hye and lowe,
There schal no mayster supplante other,
But be togeder as systur and brother,
Yn thys curyus craft, alle and som,
That longuth to a maystur mason.
Ny thys curyus craft, alle and som,
That longuth to a maystur mason.
Ny he schal not supplante non other mon,
That hath y-take a werke hym uppon,
Yn peyne therof that ys so stronge,
That peyseth no lasse thenne ten ponge,
But zef that he be gulty y-fonde,
That toke furst the werke on honde;
For no mon yn masonry
Schal no supplante othur securly,
But zef that hyt be so y-wrozth,
That hyt turne the werke to nozth;
Thenne may a mason that werk crave,
To the lordes profzt hyt for to save;
Yn suche a case but hyt do falle,
Ther schal no mason medul withalle.
Forsothe he that begynnth the gronde,
And he be a mason goode and sonde,
For hath hyt sycurly yn hys mynde
To brynge the werke to ful good ende.
Articulus undecimus.
The eleventhe artycul y telle the,
That he ys bothe fayr and fre;
For he techyt, by hys myzth,
That no mason schulde worche be nyzth,
But zef hyt be yn practesynge of wytte,
Zef that y cowthe amende hytte.
Articulus duodecimus.
The twelfthe artycul ys of hye honeste
To zevery mason, whersever he be;
He schal not hys felows werk deprave,
Zef that he wol hys honeste save;
With honest wordes he hyt comende,
By the wytte that God the dede sende;
Buy hyt amende by al that thou may,
Bytwynne zow bothe withoute nay.
Articulus xiijus.
The threttene artycul, so God me save,
Ys, zef that the mayster a prentes have,
Enterlyche thenne that he hym teche,
And meserable poyntes that he hym reche,
That he the craft abelyche may conne,
Whersever he go undur the sonne.
Articulus xiiijus.
The fowrtene artycul, by food reson,
Schewete the mayster how he schal don;
He schal no prentes to hym take,
Byt dyvers crys he have to make,
That he may, withynne hys terme,
Of hym dyvers poyntes may lurne.
Articulus quindecimus.
The fyftene artcul maketh an ende,
For to the maysterhe ys a frende;
To lere hym so, that for no mon,
No fals mantenans he take hym apon,
Ny maynteine hys felows yn here synne,
For no good that he myzth wynne;
Ny no fals sware sofre hem to make,
For drede of here sowles sake;
Lest hyt wolde turne the craft to schame,
And hymself to mechul blame.
Plures Constituciones.
At thys semble were poyntes y-ordeynt mo,
Of grete lordys and maystrys also,
That whose wol conne thys craft and com to
astate,
He most love wel God, and holy churche algate,
And hys mayster also, that he ys wythe,
Whersever he go, yn fylde or frythe;
And thy felows thou love also,
For that they craft wol that thou do.
Secundus punctus.
The secunde poynt, as y zow say,
That the mason worche apon the werk day,
Also trwly, as he con or may,
To deserve hys huyre for the halyday,
And trwly to labrun on hys dede,
Wel deserve to have hys mede.
Tercius punctus.
The thrydde poynt most be severele,
With the prentes knowe hyt wele,
Hys mayster conwsel he kepe and close,
And hys felows by hys goode purpose;
The prevetyse of the chamber telle he no man,
Ny yn the logge whatsever they done;
Whatsever thou heryst, or syste hem do,
Tells hyt no mon, whersever thou go;
The conwesel of halls, and zeke of bowre,
Kepe hyt wel to gret honowre,
Lest hyt wolde torne thyself to blame,
And brynge the craft ynto gret schame.
Quartus punctus.
The fowrthe poynt techyth us alse,
That no mon to hys craft be false;
Errour he schal maynteine none
Azeynus the craft, but let hyt gone;
Ny no pregedysse he schal not do
To hys mayster, ny hys felows also;
And thatzth the prentes be under awe,
Zet he wolde have the same lawe.
Quintus punctus.
The fyfthe poynte ys, withoute nay,
That whenne the mason taketh hys pay
Of the mayster, y-ordent to hym,
Ful mekely y-take so most hyt byn;
Zet most the mayster, by good resone,
Warne hem lawfully byfore none,
Zef he nulle okepye hem no more,
As he hath y-done ther byfore;
Azeynus thys ordyr he may not stryve,
Zef he thenke wel for to thryve.
Sextus punctus.
The syxte poynt ys ful zef to knowe,
Bothe to hye and eke to lowe,
For such case hyt myzth befalle,
Am nge the masonus, summe or alle,
Throwghe envye, or dedly hate,
Ofte aryseth ful gret debate.
Thenne owyth the mason, zef that he may,
Putte hem bothe under a day;
But loveday zet schul they make none;
Tyl that the werke day be clene a-gone;
Apon the holyday ze mowe wel take
Leyser y-nowzgth loveday to make,
Lest that hyt wolde the werke day
Latte here werke for suche afray;
To suche ende thenne that hem drawe,
That they stonde wel yn Goddes lawe.
Septimus punctus.
The seventhe poynt he may wel mene,
Of wel longe lyf that God us lene,
As hyt dyscryeth wel opunly,
Thou schal not by thy maysters wyf ly,
Ny by the felows, yn no maner wyse,
Lest the craft wolde the despyse;
Ny by the felows concubyne,
No more thou woldest he dede by thyne.
The peyne thereof let hyt be ser,
That he prentes ful seven zer,
Zef he forfete yn eny of hem,
So y-chasted thenne most he ben;
Ful mekele care myzth ther begynne,
For suche a fowle dedely synne.
Octavus punctus.
The eghte poynt, he may be sure,
Zef thou hast y-taken any cure,
Under thy mayster thou be trwe,
For that pynt thou schalt never arewe;
Atrwe medyater thou most nede be
To thy mayster, and thy felows fre;
Do trwly al....that thou myzth,
To both partyes, and that ys good ryzth.
Nonus punctus.
The nynthe poynt we schul hym calle,
That he be stwarde of oure halle,
Zef that ze ben yn chambur y-fere,
Uchon serve other, with mylde chere;
Jentul felows, ze moste hyt knowe,
For to be stwardus alle o rowe,
Weke after weke withoute dowte,
Stwardus to ben so alle abowte,
Lovelyche to serven uchon othur,
As thawgh they were syster and brother;
Ther schal never won on other costage
Fre hymself to no vantage,
But every mon schal be lyche fre
Yn that costage, so moste hyt be;
Loke that thou pay wele every mon algate,
That thou hsat y-bowzht any vytayles ate,
That no cravynge be y-mad to the,
Ny to thy felows, yn no degre,
To mon or to wommon, whether he be,
Pay hem wel and trwly, for that wol we;
Therof on thy felow trwe record thou take,
For that good pay as thou dost make,
Lest hyt wolde thy felowe schame,
Any brynge thyself ynto gret blame.
Zet good acowntes he most make
Of suche godes as he hath y-take,
Of thy felows goodes that thou hast spende,
Wher, and how, and to what ende;
Suche acowntes thou most come to,
Whenne thy felows wollen that thou do.
Decimus punctus.
The tenthe poynt presentyeth wel god lyf,
To lyven withoute care and stryf;
For and the mason lyve amysse,
And yn hys werk be false, y-wysse,
And thorwz suche a false skewysasyon
May sclawndren hys felows oute reson,
Throwz false sclawnder of suche fame
May make the craft kachone blame.
Zef he do the craft suche vylany,
Do hym no favour thenne securly.
Ny maynteine not hym yn wyked lyf,
Lest hyt wolde turne to care and stryf;
But zet hym ze schul not delayme,
But that ze schullen hym constrayne,
For to apere whersevor ze wylle,
Whar that ze wolen, lowde, or stylle;
To the nexte semble ze schul hym calle,
To apere byfore hys felows alle,
And but zef he wyl byfore hem pere,
The crafte he moste nede forswere;
He schal thenne be chasted after the lawe
That was y-fownded by olde dawe.
Punctus undecimus.
The eleventhe poynt ys of good dyscrecyoun,
As ze mowe knowe by good resoun;
A mason, and he thys craft wel con,
That syzth hys felow hewen on a ston,
Amende hyt sone, zef that thou con,
And teche hym thenne hyt to amende,
That the lordys werke be not y-schende,
And teche hym esely hyt to amende,
With fayre wordes, that God the hath lende;
For hys sake that sytte above,
With swete wordes noresche hym love.
Punctus duodecimus.
The twelthe poynt of gret ryolte,
Ther as the semble y-hole schal be,
Ther schul be maystrys and felows also,
And other grete lordes mony mo;
There schal be the scheref of that contre,
And also the meyr of that syte,
Knyztes and ther schul be,
And other aldermen, as ze schul se;
Suche ordynance as they maken there,
They schul maynte hyt hol y-fere
Azeynus that mon, whatsever he be,
That longuth to the craft bothe fayr and free.
Zef he any stryf azeynus hem make,
Ynto here warde he schal be take.
Xiijus punctus.
The threnteth poynt ys to us ful luf.
He schal swere never to be no thef,
Ny soker hym yn hys fals craft,
For no good that he hath byraft,
And thou mowe hyt knowe or syn,
Nowther for hys good, ny for hys kyn.
Xiijus punctus.
The fowrtethe poynt ys ful good lawe
To hym that wold ben under awe;
A good trwe othe he most ther swere
To hys mayster and hys felows that ben there;
He most be stedefast and trwe also
To alle thys ordynance, whersever he go,
And to hys lyge lord the kynge,
To be trwe to hym, over alle thynge.
And alle these poyntes hyr before
To hem thou most nede by y-swore,
And alle schul swere the same ogth
Of the masonus, be they luf, ben they loght,
To alle these poyntes hyr byfore,
That hath ben ordeynt by ful good lore.
And they schul enquere every mon
On his party, as wyl as he con,
Zef any mon mowe be y-fownde gulty
Yn any of these poyntes spesyaly;
And whad he be, let hym be sowzht,
And to the semble let hym be browzht.
Quindecimus punctus.
The fifethe poynt ys of ful good lore,
For hem that schul ben ther y-swore,
Suche ordyance at the semble wes layd
Of grete lordes and maystres byforesayd;
For thelke that be unbuxom, y-wysse,
Azeynus the ordynance that ther ysse
Of these artyculus, that were y-meved there,
Of grete lordes and masonus al y-fere.
And zef they ben y-preved opunly
Byfore that semble, by an by,
And for here gultes no mendys wol make,
Thenne most they nede the craft they schul refuse,
And swere hyt never more for to use.
But zef that they wol mendys make,
Azayn to the craft they schul never take;
And zef that they nul not do so,
The scheref schal come hem sone to,
And putte here dodyes yn duppe prison,
For the trespasse that they hav y-don,
And take here goodes and here cattelle
Ynto the kynges hond, everyt delle,
And lete hem dwelle ther full stylle,
Tyl hyt be oure lege kynges wylle.
Alia ordinacio artis gematriae.
They ordent ther a semble to be y-holde
Every zer, whersever they wolde,
To amende the defautes, zef any where fonde
Amonge the craft withynne the londe;
Uche zer or thrydde zer hyt schuld be holde,
Yn every place whersever they wolde;
Tyme and place most be ordeynt also,
Yn what place they schul semble to.
Alle the men of craft thr they most ben,
And other grete lordes, as ze mowe sen,
To mende the fautes that buth ther y-spoke,
Zef that eny of hem ben thenne y-broke.
Ther they schullen ben alle y-swore,
That longuth to thys craftes lore,
To kepe these statutes everychon,
That ben y-ordeynt by kynge Aldelston;
These statutes that y have hyr y-fonde
Y chulle they ben holde throzh my londe,
For the worsche of my rygolte,
That y have by my dygnyte.
Also at every semble that ze holde,
That ze come to zowre lyge kyng bolde,
Bysechynge hym of hys hye grace,
To stone with zow yn every place,
To conferme the statutes of kynge Adelston,
That he ordeydnt to thys craft by good reson,
Ars quatuor coronatorum.
Pray we now to God almyzht,
And to hys moder Mary bryzht,
That we mowe keepe these artyculus here,
And these poynts wel al y-fere,
As dede these holy martyres fowre,
That yn thys craft were of gret honoure;
They were as gode masonus as on erthe schul go,
Gravers and ymage-makers they were also.
For they were werkemen of the beste,
The emperour hade to hem gret luste;
He wylned of hem a ymage to make,
That mowzh be worscheped for his sake;
Susch mawmetys he hade yn hys dawe,
To turne the pepul from Crystus lawe.
But they were stedefast yn Crystes lay,
And to here craft, withouten nay;
They loved wel God and alle hys lore,
And weren yn hys serves ever more.
Trwe men they were yn that dawe,
And lyved wel y Goddus lawe;
They thozght no mawmetys for to make,
For no good that they myzth take,
To levyn on that mawmetys for here God,
They nolde do so thawz he were wod;
For they nolde not forsake here trw fay,
An beyleve on hys falsse lay.
The emperour let take hem sone anone,
And putte hem ynto a dep presone;
The sarre he penest hem yn that plase,
The more yoye wes to hem of Cristus grace.
Thenne when he sye no nother won,
To dethe he lette hem thenne gon;
By the bok he may kyt schowe,
In the legent of scanctorum,
The name of quatour coronatorum.
Here fest wol be, withoute nay,
After Alle Halwen the eyght day.
Ze mow here as y do rede,
That mony zeres after, for gret drede
That Noees flod wes alle y-ronne,
The tower of Babyloyne was begonne,
Also playne werke of lyme and ston,
As any mon schulde loke uppon;
So long and brod hyt was begonne,
Seven myle the hezghte schadweth the sonne.
King Nabogodonosor let hyt make,
To gret strenthe for monus sake,
Thazgh suche a flod azayne schulde come,
Over the werke hyt schulde not nome;
For they hadde so hy pride, with stronge
bost,
Alle that werke therfore was y-lost;
An angele smot hem so with dyveres speche,
That never won wyste what other schuld
reche.
Mony eres after, the goode clerk Euclyde
Tazghte the craft of gemetre wonder wyde,
So he ded that tyme other also,
Of dyvers craftes mony mo.
Throzgh hye grace of Crist yn heven,
He commensed yn the syens seven;
Gramatica ys the furste syens y-wysse,
Dialetica the secunde, so have y blysse,
Rethorica the thrydde, withoute nay,
Musica ys the fowrth, as y zow say,
Astromia ys the V, by my snowte,
Arsmetica the Vi, withoute dowte
Gemetria the seventhe maketh an ende,
For he ys bothe make and hende,
Gramer forsothe ys the rote,
Whose wyl lurne on the boke;
But art passeth yn hys degre,
As the fryte doth the rote of the tre;
Rethoryk metryth with orne speche amonge,
And musyke hyt ys a swete song;
Astronomy nombreth, my dere brother,
Arsmetyk scheweth won thyng that ys another,
Gemetre the seventh syens hyt ysse,
That con deperte falshed from trewthe y-wys.
These bene the syens seven,
Whose useth hem wel, he may han heven.
Now dere chyldren, by zowre wytte,
Pride and covetyse that ze leven, hytte,
And taketh hede to goode dyscrecyon,
And to good norter, whersever ze com.
Now y pray zow take good hede,
For thys ze most kenne nede,
But much more ze moste wyten,
Thenne ze fynden hyr y-wryten.
Zef the fayle therto wytte,
Pray to God to send the hytte;
For Crist hymself, he techet ous
That holy churche ys Goddes hous,
That ys y-mad for nothynge ellus
but for to pray yn, as the bok tellus;
Ther the pepul schal gedur ynne,
To pray and wepe for here synne.
Loke thou come not to churche late,
For to speke harlotrey by the gate;
Thenne to churche when thou dost fare,
Have yn thy mynde ever mare
To worschepe thy lord God bothe day and nyzth,
With all thy wyttes, and eke thy myzth.
To the churche dore when tou dost come,
Of that holy water ther sum thow nome,
For every drope thou felust ther
Qwenchet a venyal synne, be thou ser.
But furst thou most do down thy hode,
For hyse love that dyed on the rode.
Into the churche when thou dost gon,
Pulle uppe thy herte to Crist, anon;
Uppon the rode thou loke uppe then,
And knele down fayre on bothe thy knen;
Then pray to hym so hyr to worche,
After the lawe of holy churche,
For to kepe the comandementes ten,
That God zaf to alle men;
And pray to hym with mylde steven
To kepe the from the synnes seven,
That thou hyr mowe, yn thy lyve,
Kepe the wel from care and stryve,
Forthermore he grante the grace,
In heven blysse to hav a place.
In holy churche lef nyse wordes
Of lewed speche, and fowle bordes,
And putte away alle vanyte,
And say thy pater noster and thyn ave;
Loke also thou make no bere,
But ay to be yn thy prayere;
Zef thou wolt not thyselve pray,
Latte non other mon by no way.
In that place nowther sytte ny stonde,
But knele fayre down on the gronde,
And, when the Gospel me rede schal,
Fayre thou stonde up fro the wal,
And blesse the fayre, zef that thou conne,
When gloria tibi is begonne;
And when the gospel ys y-done,
Azayn thou myzth knele adown;
On bothe thy knen down thou falle,
For hyse love that bowzht us alle;
And when thou herest the belle rynge
To that holy sakerynge,
Knele ze most, bothe zynge and olde,
And bothe zor hondes fayr upholde,
And say thenne yn thys manere,
Fayr and softe, withoute bere;
"Jhesu Lord, welcom thou be,
Yn forme of bred, as y the se.
Now Jhesu, for thyn holy name,
Schulde me from synne and schame,
Schryff and hosel thou grant me bo,
Zer that y schal hennus go,
And vey contrycyon of my synne,
Tath y never, Lord, dye therynne;
And, as thou were of a mayde y-bore,
Sofre me never to be y-lore;
But when y schal hennus wende,
Grante me the blysse withoute ende;
Amen! amen! so mot hyt be!
Now, swete lady, pray for me."
Thus thou myzht say, or sum other thynge,
When thou knelust at the sakerynge.
For covetyse after good, spare thou nought
To worschepe hym that alle hath wrought;
For glad may a mon that day ben,
That onus yn the day may hym sen;
Hyt ys so muche worthe, withoute nay,
The vertu therof no mon telle may;
But so meche good doth that syht,
As seynt Austyn telluth ful ryht,
That day thou syst Goddus body,
Thou schalt have these, ful securly;-
Mete and drynke at thy nede,
Non that day schal the gnede;
Ydul othes, an wordes bo,
God forzeveth the also;
Soden deth, that ylke day,
The dar not drede by no way;
Also that day, y the plyht,
Thou schalt not lese thy eye syht;
And uche fote that thou gost then,
That holy syht for to sen,
They schul be told to stonde yn stede,
When thou hast therto gret nede;
That messongere, the angele Gabryelle,
Wol kepe hem to the ful welle.
From thys mater now y may passe,
To telle mo medys of the masse:
To churche come zet, zef thou may,
And here thy masse uche day;
Zef thou mowe not come to churche,
Wher that ever thou doste worche,
When thou herest to masse knylle,
Pray to God with herte stylle,
To zeve the part of that servyse,
That yn churche ther don yse.
Forthermore zet, y wol zow preche
To zowre felows, hyt for to teche,
When thou comest byfore a lorde,
Yn halle, yn bowre, or at the borde,
Hod or cappe that thou of do,
Zer thou come hym allynge to;
Twyes or thryes, without dowte,
To that lord thou moste lowte;
With thy ryzth kne let hyt be do,
Thynowne worschepe tou save so.
Holde of thy cappe, and hod also,
Tyl thou have leve hyt on to do.
Al the whyle thou spekest with hym,
Fayre and lovelyche bere up thy chyn;
So, after the norter of the boke,
Yn hys face lovely thou loke.
Fot and hond, thou kepe ful stylle
From clawynge and trypynge, ys sckylle;
From spyttynge and snyftynge kepe the also,
By privy avoydans let hyt go.
And zef that thou be wyse and felle,
Thou hast gret nede to governe the welle.
Ynto the halle when thou dost wende,
Amonges the genteles, good and hende,
Presume not to hye for nothynge,
For thyn hye blod, ny thy connynge,
Nowther to sytte, ny to lene,
That ys norther good and clene.
Let not thy cowntenans therfore abate,
Forsothe, good norter wol save thy state.
Fader and moder, whatsever they be,
Wel ys the chyld that wel may the ,
Yn halle, yn chamber, wher thou dost gon;
Gode maners maken a mon.
To the nexte degre loke wysly,
To do hem reverans by and by;
Do hem zet no reverans al o-rowe,
But zef that thou do hem know.
To the mete when thou art y-sette,
Fayre and onestelyche thou ete hytte;
Fyrst loke that thyn honden be clene,
And that thy knyf be scharpe and kene;
And kette thy bed al at thy mete,
Ryzth as hyt may be ther y-ete.
Zef thou sytte by a worththyur mon.
Then thy selven thou art won,
Sofre hym fyrst to toyche the mete,
Zer thyself to hyt reche.
To the fayrest mossel thou myzht not strike,
Thaght that thou do hyt wel lyke;
Kepe thyn hondes, fayr and wel,
From fowle smogynge of thy towel;
Theron thou schalt not thy nese snyte,
Ny at the mete thy tothe thou pyke;
To depe yn the coppe thou myzght not synke,
Thagh thou have good wyl to drynke,
Lest thyn enyn wolde wattryn therby-
Then were hyt no curtesy
Loke yn thy mowth ther be no mete,
When thou begynnyst to drynke or speke.
When thou syst any mon drynkiynge,
That taketh hed to thy carpynge,
Sone anonn thou sese thy tale,
Whether he drynke wyn other ale.
Loke also thou scorne no mon,
Yn what degre thou syst hym gon;
Ny thou schalt no mon deprave,
Zef thou wolt thy worschepe save;
For suche worde myzht ther outberste,
That myzht make the sytte yn evel reste,
Close thy honde yn thy fyste,
And kepe the wel from "had-y-wyste."
Yn chamber amonge the ladyes bryght,
Holde thy tonge and spende thy syght;
Lawze thou not with no gret cry,
Ny make no ragynge with rybody.
Play thou not buyt with thy peres,
Ny tel thou not al that thou heres;
Dyskever thou not thyn owne dede,
For no merthe, ny for no mede;
With fayr speceh thou myght have thy wylle,
With hyt thou myght thy selven spylle.
When thou metyst a worthy mon,
Cappe and hod thou holle no on;
Yn churche, yn chepyns, or yn gate,
Do hym reverans after hys state.
Zef thou gost with a worthyor mon,
Then thyselven thou art won,
Let thy forther schulder sewe backe,
For that ys norter withoute lacke;
When he doth speke, holte the stylle,
When he hath don, sey for thy wylle,
Yn thy speche that thou be felle,
And what thou sayst avyse the welle;
But byref thou no hym hys tale,
Nowther at the wyn, ny at the ale.
Cryst then of hys hye grace,
Zeve zow bothe wytte and space,
Wel thys boke to conne and rede,
Heven to have for zowre mede.
Amen! amen! so mot hyt be!
Say we so alle per charyte.




Postfazione al Poema Regius
Il più antico documento massonico viene chiamato Regius perché fa parte della Royal Library di Inghilterra, inaugurata da Enrico VII e poi offerta al British Museum da Giorgio II. È detto anche Halliwell Ms. perché nel 1840 il signor James 0. Halliwell, non Massone, ne scoprì il carattere massonico e lo pubblicò per la prima volta. In precedenza era stato catalogato come «A Poem of Moral Duties». Non si può definire, a stretto rigore, una «Costituzione» sebbene abbia più elementi di una costituzione che non caratteri artistici di poesia. Gli viene attribuita concordemente una data intorno al 1390. È scritto dunque in Middle English, ossia nella lingua del tempo di Chaucer e probabilmente in tale epoca (1340-1400) fu trascritto, per opera di un prete, da un testo più antico. La massima autorità in tema di studi massonici, Robert Freke Gould, ritiene che esso sia stato scritto per i Massoni speculativi e non per i Massoni operativi. Le norme di buon comportamento che contiene sarebbero state inapplicabili alla condizione dei massoni operativi del Tre e del Quattrocento, poiché prevedono la presenza a tavola di un Lord e addirittura di Ladies. L’opinione del Gould non è condivisa da H.L. Haywood, il quale sostiene che la progettazione e la direzione di opere così imponenti dovevano rendere indispensabile la collaborazione di uomini di varia origine e condizione. Del resto, dall’editto di Rotari per i Maestri Comacini, del 22 novembre 643, si ricava quale prestigio avessero conseguito, già parecchi secoli prima del «Regius», le corporazioni dei muratori. Resta in ogni caso evidente l’importanza primaria del poema Regius e verificata anche dal suo ritrovamento l’autorità degli «Old Charges» inseriti nelle Costituzioni di Anderson, che con tutta evidenza discendono in linea retta dai «quindici articoli» e dai «quindici punti» del Regius.

Il più antico documento organico - ufficialmente riconosciuto - sulla struttura di un'associazione libero muratoria «operativa» medioevale è il c.d. «Poema Regius» datato 1390, detto anche «Manoscritto di Halliwell», dal nome di James O. Halliwell Phillipps (non Massone) che lo pubblicò nel 1840, scoprendolo giacente nel British Museum. Il manoscritto, che originariamente faceva parte della Royal Library, era stato donato al museo da Re Giorgio II (1727-1760); da ciò la dizione «Poema Regius». In precedenza il «Regius» era stato catalogato come «A Poem of Moral Duties». Il manoscritto è redatto nel middle english dell'epoca di Chaucer, in forma poetica in 794 versi, e si suppone stilato ad opera di un prete o di un chierico inglese (o comunque di un erudito) e probabilmente ricavato da un testo statutario più antico. È composto da un «Preambolo storico» (Qui cominciano le costituzioni dell'arte della geometria secondo Euclide), da 15 articoli, 15 punti e di 2 parti conclusive.  
Il «Poema Regius» non è pertanto, a stretto rigore, un vero Statuto. Piuttosto potrebbe essere definito come un codice di comportamento valevole per i liberi muratori e redatto in versi allo scopo di renderne più facile l'apprendimento testuale a memoria. Il «Poema Regius» si afferma ispirato alle Costituzioni in vigore nelle Craft Libero muratorie anglo-sassoni operanti all'epoca dell'anonimo poeta, ma con riferimento - come si afferma nel Poema - ad un'antecedente Costituzione redatta sotto l'egida di Re Atelstano. Re Atelstano, o Athestan (o Adelstonus, o Adelston come scritto nel «Poema Regius» rispettivamente ai versi 60 e 485, o Athelsone come si legge nel c.d. «Manoscritto di Carmick» - che alcuni Autori collocano attorno al 990-1000, ma che forse dovrebbe collocarsi attorno al 910-930) regnò fino al 939 ed a lui successe il figlio Eduino (o Edwin), che alcuni Autori affermano sia stato, da principe ereditario, architetto della Loggia di York nel 925-926 (data quest'ultima attribuita alla fondazione di tale Loggia). Il «Manoscritto di Carmick» afferma che sarebbe stato tale principe che fece approvare in un'assemblea a York gli Statuti avuti dal Re suo padre.
Il «Poema Regius» è stato tradotto in italiano sulla Rivista Massonica 1973 N.6 (non in versi) e da GAETANO FIORENTINO (in forma poetica) in un volume edito dal G.O.I. («Il Poema Regio») nel 1984. Il «Poema Regius» anche se non è un vero Statuto rimane comunque di grande interesse per un indagine sulla Massoneria antica, in quanto rivela anche ampie analogie con gli Old Charger - «Antichi Doveri» - redatti da Anderson nel 1723 e che costituiscono ancora oggi le norme cardine della Massoneria.

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