"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

venerdì 11 aprile 2014

René Guénon, Il Re del Mondo. I - Nozioni sull’«Agarttha» in Occidente

René Guénon
Il Re del Mondo

I - Nozioni sull’«Agarttha» in Occidente

L’opera postuma di Saint-Yves d’Alveydre intitolata Mission de l’Inde, pubblicata nel 1910,[1] contiene la descrizione di un centro iniziatico misterioso indicato col nome di Agarttha; fra i lettori di quel libro, molti probabilmente pensarono che si trattasse solo di un racconto del tutto immaginario, una sorta di finzione priva di qualsiasi fondamento reale.
Vi si trovano infatti, se si vuol prendere tutto alla lettera, inverosimiglianze che, almeno per coloro che si attengono alle apparenze esteriori, potrebbero giustificare un tale giudizio; e Saint-Yves aveva senz’altro avuto delle buone ragioni per non pubblicare egli stesso quell’opera scritta tanto tempo prima e mai veramente portata a termine. D’altra parte, prima di allora, non era stata fatta menzione in Europa né dell’Agarttha né del suo capo, il Brahmâtmâ, se non da uno scrittore di scarsa serietà, Louis Jacolliot,[2] alla cui autorità non si può certo fare riferimento; da parte nostra, pensiamo che egli avesse realmente inteso parlare di quelle cose durante un suo soggiorno in India, ma per manipolarle poi, come tutto il resto, alla sua maniera eminentemente fantasiosa. Tuttavia nel 1924 è avvenuto un fatto nuovo e inatteso: il libro Bêtes, Hommes et Dieux, nel quale Ferdinand Ossendowski racconta le sue peripezie nel corso di un laborioso viaggio compiuto fra il 1920 e il 1921 attraverso l’Asia centrale, contiene, soprattutto nell’ultima parte, racconti quasi identici a quelli di Saint-Yves; e i molti commenti che hanno accompagnato questo libro ci offrono, crediamo, l’occasione di rompere finalmente il silenzio sulla questione dell’Agarttha.
Spiriti scettici o malevoli non hanno mancato, naturalmente, di accusare Ossendowski di aver semplicemente plagiato Saint-Yves, segnalando tutti i passi concordanti delle due opere; e infatti ve ne sono parecchi che presentano, anche nei particolari, somiglianze davvero sorprendenti. Vi troviamo innanzitutto, cosa che poteva parere inverosimile anche in Saint-Yves, l’affermazione dell’esistenza di un mondo sotterraneo, le cui ramificazioni si estenderebbero dappertutto, sotto i continenti e anche sotto gli oceani, e per mezzo del quale si stabilirebbero invisibili comunicazioni fra tutte le regioni della terra; Ossendowski, del resto, non rivendica la paternità di una simile asserzione e anzi dichiara di non sapere cosa pensare in proposito; la attribuisce invece a vari personaggi incontrati lungo il viaggio. Passando a questioni più particolari, c’è il passo in cui il «Re del Mondo» è raffigurato dinanzi alla tomba del suo predecessore, quello in cui si parla dell’origine degli Zingari, i quali un tempo avrebbero vissuto nell’Agarttha,[3] e molti altri ancora. Saint-Yves dice che, durante la celebrazione sotterranea dei «Misteri cosmici», vi sono momenti in cui i viaggiatori che si trovano nel deserto si fermano, in cui anche gli animali rimangono silenziosi[4]; Ossendowski sostiene di aver assistito personalmente a uno di quei momenti di generale raccoglimento. E poi, fra le strane coincidenze, vi è la storia di un’isola, oggi scomparsa, dove sarebbero vissuti uomini e animali straordinari: a questo proposito, Saint-Yves cita il riassunto del periplo di Iambulo fatto da Diodoro Siculo, mentre Ossendowski parla del viaggio di un antico buddista del Nepal, e tuttavia le loro descrizioni non differiscono quasi; se davvero esistono due versioni di questa storia provenienti da fonti così lontane l’una dall’altra, potrebbe essere interessante ritrovarle e confrontarle accuratamente.
Abbiamo voluto segnalare tutte queste concordanze, ma teniamo anche a dire che non ci convincono affatto della realtà del plagio; è nostra intenzione, del resto, non addentrarci in questa sede in una discussione che, in fondo, ci interessa ben poco. Indipendentemente dalle testimonianze che Ossendowski stesso ci ha indicato, sappiamo da altre fonti che racconti di questo genere sono frequenti in Mongolia e in tutta l’Asia centrale; e aggiungeremo subito che qualcosa di simile esiste nelle tradizioni di quasi tutti i popoli. D’altra parte, se Ossendowski avesse parzialmente copiato la Mission de l’Inde, non vediamo perché avrebbe omesso certi passi di grande effetto, né perché avrebbe cambiato la forma di certe parole, scrivendo per esempio Agharti invece di Agarttha, il che invece si spiega molto bene qualora egli abbia ottenuto da fonte mongola le informazioni che Saint-Yves aveva ottenuto da fonte indù (di fatto sappiamo che egli fu in relazione con almeno due Indù);[5] né capiamo perché avrebbe usato, per designare il capo della gerarchia iniziatica, il titolo di «Re del Mondo», che non figura mai in Saint-Yves. Anche se si ammettessero certi prestiti, resta sempre il fatto che Ossendowski dice talora cose che non hanno il loro equivalente nella Mission de l’Inde, e che egli non ha certo potuto inventare di sana pianta, tanto più che, essendo interessato più alla politica che alle idee e alle dottrine, e ignorando tutto ciò che riguarda l’esoterismo, è stato evidentemente incapace di coglierne egli stesso l’esatta portata: citeremo in proposito la storia di una «pietra nera» inviata un tempo dal «Re del Mondo» al Dalai-Lama, poi trasportata a Urga, in Mongolia, e scomparsa circa cento anni fa;[6] ora, in molte tradizioni le «pietre nere» hanno un ruolo importante, da quella che era il simbolo di Cibele fino a quella incastonata nella Kaabah della Mecca[7]. Ecco un altro esempio: il Bogdo-Khan o «Buddha vivente», che risiede a Urga, conserva, insieme ad altre cose preziose, l’anello di Gengis-Khan su cui è inciso uno swastika, e una placca di rame che porta il sigillo del «Re del Mondo»; sembra che Ossendowski abbia potuto vedere solo il primo di questi due oggetti, ma ben difficilmente avrebbe potuto immaginare l’esistenza del secondo; e in tal caso non gli sarebbe venuto più naturale parlare di una placca d’oro?
Queste poche osservazioni preliminari sono sufficienti per lo scopo che ci siamo proposti, poiché intendiamo rimanere assolutamente estranei a qualsiasi polemica e questione personale; se citiamo Ossendowski e Saint-Yves è solo perché quello che hanno detto può servire come punto di partenza per considerazioni che nulla hanno a che vedere con quanto si potrà pensare dell’uno o dell’altro, e la cui portata supera di molto le loro individualità e anche la nostra che, in questo ambito, non deve certo contare di più. Riguardo alle loro opere, non vogliamo dedicarci a una «critica del testo» più o meno inutile, ma fornire piuttosto indicazioni che, almeno per quanto ne sappiamo, non sono ancora state date da nessuno e che possono in qualche misura aiutare a chiarire quello che Ossendowski chiama il «mistero dei misteri»[8]


[1] La seconda edizione è apparsa nel 1949.

[2] Les Fils de Dieu, pp. 236, 263-267, 272; Le Spiritisme dans le Monde, pp. 27-28.

[3] Dobbiamo dire a questo proposito che l’esistenza di popoli «in tribolazione», dei quali gli Zingari sono un esempio fra i più impressionanti, è davvero qualcosa di molto misterioso, che richiederebbe un attento esame.

[4] Il Dr. Arturo Reghini ci ha fatto notare che ciò poteva avere un certo rapporto con il timor panicus degli antichi; tale accostamento ci sembra di fatto estremamente verosimile.

[5] Gli avversari di Ossendowski hanno voluto spiegare questo fatto sostenendo che egli aveva avuto fra le mani una traduzione russa della Mission de l’Inde, traduzione la cui esistenza è molto problematica dato che gli eredi stessi di Saint-Yves la ignorano. È stato anche rimproverato a Ossendowski di scrivere Om, mentre Saint-Yves scrive Aum; ma, se Aum è la rappresentazione del monosillabo sacro scomposto nei suoi elementi costitutivi, è pur sempre Om la trascrizione corretta che corrisponde alla pronuncia reale in uso sia in India sia in Tibet e in Mongolia; basta questo particolare per valutare la competenza di certi critici.

[6] Ossendowski, il quale ignora che si tratta di un aerolite, cerca di spiegare certi fenomeni, come l’apparizione di caratteri sulla sua superficie, supponendo che si tratti di un frammento di una sorta di ardesia.

[7] Si potrebbe fare un curioso accostamento anche col lapsit exillis, pietra caduta dal cielo sulla quale, in determinate circostanze, apparivano iscrizioni, e che viene identificata con il Graal nella versione di Wolfram von Eschenbach. A rendere la cosa ancor più singolare, sta il fatto che, secondo questa versione, il Graal finì con l’essere trasportato nel «regno del Prete Gianni» che taluni hanno voluto identificare con la Mongolia, benché nessuna localizzazione geografica possa essere qui accettata in senso letterale (cfr. L’Ésotérisme de Dante, 1957, pp. 35-36; si veda anche più avanti).


[8] Ci ha meravigliato apprendere, recentemente, che taluni volevano far passare il presente libro come «testimonianza» in favore di un personaggio di cui, nel momento in cui scrivevamo, ci era ignota persino l’esistenza; opponiamo la più formale smentita a qualsiasi asserzione del genere, da qualunque parte venga, perché per noi si tratta esclusivamente di una esposizione di dati che appartengono al simbolismo tradizionale e non hanno perciò nulla a che vedere con «personificazioni» di sorta. 

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