"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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martedì 1 aprile 2014

Ash-Sha'rânî, «Sul Maestro»


Ash-Sha'rânî
«Sul Maestro»[1]

Prima di frequentare questi shuyukh[2] non ero convinto che l'uomo ha bisogno di un maestro e dicevo “per seguire la strada che porta alla presenza di Dio, basta agire secondo la Legge che abbiamo in mano”, come fa chi non appartiene al sufismo.
Sperimentai invece che è vero il contrario. Alla gloria dei sufi bastano quelle parole di Mosé a Khidr: “Ti seguirò dunque, perché tu mi insegni ciò che sai”[3]. L'imâm abu Hanifa riconobbe suo superiore Abu Hamza al-Baghdadi, e al-Ghazali, quantunque fosse «la Prova dell'Islam», si cercò un maestro e dopo averlo trovato disse: “Finora ho sprecato la vita inutilmente”. Io ho ottenuto tutte le qualità ricordate in questo libro per due sole vie: o per attrazione divina o progredendo nelle mani di un autentico shaykh. È impossibile raggiungerle senza entrare in una di queste vie; chi cerca di ottenerle senza sforzo, credendo che si tratti di parole e non di stati spirituali, non intende che la Via sufica è una strada di scienza e di opere. Al-Khawwas fu uno dei più grandi santi, sconosciuto alla maggior parte degli uomini, persona indubbiamente perfetta, e chi ha raggiunto la perfezione si estrania dal mondo. Era analfabeta, non sapeva né leggere né scrivere, tale sua qualità fu una grazia che Dio mi fece, perché gli analfabeti espongono la Via ai novizî in modo comprensivo, secondo il retaggio di Muhammad - sallaLlahu 'alayhi wa sallam - che hanno ricevuto. Quando sono santi la loro  scienza si distingue per assenza di ambiguità;  i dottori non saprebbero dir niente di paragonabile ai loro potenti discorsi sulla via.
[...]
Venero ed amo i figli, i confratelli, dei miei maestri, anche dopo la morte degli shuyukh. A questo dovere vengono meno quelli che non hanno ancora finito il noviziato; fra loro e i figli dello shaykh c'è odio, l'antico discepolo del padre aspira a educare i figli, e questi vorrebbero invece tenerlo sotto la propria autorità, come faceva il padre. Condizione inaccettabile da ambo le parti: la successione dello shaykh non è riservata alla sua famiglia e spetta soltanto a colui che Dio vuole. Un certo Polo chiese al Signore la successione per suo figlio, e una voce gli gridò: “Questo non fa parte dell'asse ereditario!”. Chiese allora perdono a Dio. Dopo un certo tempo arrivò un maghrebino, che passò la notte in casa sua; subito il Polo morì e l'ospite gli succedette.

[1] ' 'Abd Al-Wahhâb Ibn Ahmad Ash-Shaʿrânî, nato il 1492 e morto al Cairo il 1565. L'opera dalla quale è tratto il brano è il Kitâb Latâʾif al-minan wa al-akhlâq (Le sottigliezze dei doni e dei caratteri), trad. ital. Il libro dei doni, a cura di Virginia Vacca, Napoli, Istituto Orientale di Napoli, Serie orientalistica - Testi, 13, 1972. 
[2] Plurale di shaykh, «maestro spirituale» letteralmente «anziano, vecchio» 
[3] Corano, XVIII, 66.

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