"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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lunedì 6 aprile 2015

René Guénon, Il senso delle proporzioni

René Guénon
Il senso delle proporzioni * 

* Études Traditionnelles, dicembre 1937.

Considerando la confusione che regna oggi in tutti i campi, ci capita spesso di insistere sulla necessità di sapere prima di tutto mettere ogni cosa al suo posto, di situarla cioè esattamente in rapporto alle altre, in relazione alla sua propria natura ed importanza.
Ed è proprio questo che in generale i nostri contemporanei non sanno più fare, non avendo più la nozione di alcuna vera gerarchia; questa nozione, che in qualche modo è alla base di ogni civiltà tradizionale, è, proprio per questa ragione, una di quelle che più sono atte a distruggere le forze di sovversione la cui azione ha prodotto ciò che viene definito lo spirito moderno.
Accade così che il disordine mentale sia oggi diffuso ovunque, anche presso coloro i quali si dicono «tradizionalisti» (e d’altronde abbiamo già dimostrato quanto ciò che implica questa parola sia insufficiente per reagire efficacemente a questo stato di cose); il senso delle proporzioni, in particolare, vi è stranamente assente, ad un punto tale da far accettare normalmente come essenziale tutto ciò che vi è di più contingente, o magari di più insignificante; non solo, ma da far mettere su un piano di uguaglianza il normale e l’anormale, il legittimo e l’illegittimo, come se l’uno e l’altro fossero in certo modo equivalenti ed avessero uno stesso diritto all’esistenza. Un esempio abbastanza caratteristico di questo stato d’animo ci è fornito da un filosofo «neo-tomista»[1] che, in un suo articolo, dichiara che nelle «civiltà di tipo sacrale» (noi diremmo tradizionale), come la civiltà islamica o quella cristiana medioevale, «la nozione di guerra santa poteva avere un senso», ma che essa «perde ogni significato» in «civiltà di tipo profano» come quella attuale, in cui «il temporale è più perfettamente differenziato dallo spirituale e, ormai autonomo, non ha più una funzione strumentale nei confronti del sacro». Espressioni di questo genere fanno pensare che l’autore non sia in fondo molto lontano dal vedere in tutto ciò un «progresso», o per lo meno un qualcosa di definitivamente acquisito, e su cui non è più «ormai» il caso di ritornare. D’altronde saremmo veramente curiosi di conoscere almeno un altro esempio di «civiltà di tipo profano», poiché, da parte nostra, non riusciamo a vederne altre all’infuori della civiltà moderna, che, proprio perché è tale, non rappresenta propriamente che un’anomalia; il plurale parrebbe essere stato messo là proprio per permettere di stabilire un parallelismo o, come abbiamo detto poco fa, un’equivalenza fra questo «tipo profano» ed il «tipo sacrale» o tradizionale, che è quello di ogni civiltà normale, senza eccezioni.
Va da sé che, trattandosi di una semplice constatazione di uno stato di fatto, ciò non dovrebbe dar luogo ad obbiezioni; ma, da questa constatazione all’accettazione di questo stato come costituente una forma di civiltà legittima allo stesso titolo di quella di cui essa è la negazione, c’è veramente un abisso. Che la nozione di «guerra santa» sia inapplicabile nelle circostanze attuali, è un fatto fin troppo evidente, sul quale chiunque non può non essere d’accordo; ma non si dica per questo che tale nozione non ha più un senso, perché il «valore intrinseco di un’idea», e soprattutto di un’idea tradizionale come quella, è del tutto indipendente dalle contingenze, e non ha alcun rapporto con quella che viene chiamata la «realtà storica»; essa appartiene a tutt’altro ordine di realtà. Far dipendere il valore di un’idea, e cioè insomma la sua stessa verità (poiché, trattandosi di un’idea, non vediamo che altro potrebbe essere il suo valore), dalle vicissitudini degli eventi umani, è la caratteristica di quello «storicismo» di cui abbiamo sovente denunciato l’errore, e che non è altro che una delle forme del «relativismo» moderno; per parte nostra, troviamo spiacevolmente significativo che proprio un filosofo «tradizionalista» condivida questo modo di vedere. E, se si attribuisce al punto di vista profano la stessa validità del punto di vista tradizionale, invece di scorgervi quanto vi è realmente in esso di degenerazione e di deviazione, come si potrebbe ancora criticare la troppo famosa «tolleranza», attitudine anch’essa specificamente moderna e profana, e che consiste, come è noto, nell’accordare ad un errore qualsiasi gli stessi diritti della verità?
Ci siamo un po’ dilungati su questo esempio perché è veramente rappresentativo di una certa mentalità ma, ben inteso, se ne potrebbero trovare facilmente molti altri, in un ordine di idee più o meno analogo. Alle stesse tendenze si ricollega ancora l’importanza che indebitamente si attribuisce alle scienze profane da parte dei rappresentanti più o meno autorizzati (ma, in ogni caso, assai poco qualificati) delle dottrine tradizionali, che arrivano fino al punto di sforzarsi costantemente di «accomodare» queste ai risultati più o meno ipotetici e sempre provvisori di quelle scienze, come se, fra le une e le altre, potesse esservi una comune misura, come se si trattasse di cose situate allo stesso livello. Questa attitudine, la cui debolezza è particolarmente sensibile nell’apologetica religiosa, mostra, in coloro che pensano di doverla adottare, una ben strana ignoranza del valore, o meglio, della dignità delle dottrine che pensano di difendere in questo modo, mentre non fanno che sminuirle ed avvilirle; costoro sono portati insensibilmente ed incoscientemente ai peggiori compromessi cacciandosi a testa bassa nella trappola che viene loro tesa da quelli che mirano solo a distruggere tutto ciò che ha un carattere tradizionale, e che sanno benissimo quello che fanno portandoli sul terreno di una vana discussione profana. È solo mantenendo in modo assoluto la trascendenza della tradizione che la si rende (o meglio, la si conserva) inaccessibile ad ogni attacco dei suoi nemici, che non si dovrebbe mai giungere a trattare come «avversari»; ma, mancando il senso delle proporzioni e della gerarchia, chi può ancora comprendere tutto ciò?
Abbiamo parlato ora delle concessioni fatte sotto un punto di vista scientifico, nel senso in cui l’intende il mondo moderno; ma le illusioni fin troppo frequenti sul valore e la portata del punto di vista filosofico implicano a loro volta un errore di prospettiva dello stesso genere, poiché questo punto di vista, per definizione, è profano quanto l’altro. Ci si dovrebbe poter accontentare di sorridere delle pretese di quelli che vogliono mettere dei «sistemi» puramente umani, prodotto del semplice pensiero individuale, in paragone o in opposizione con le dottrine tradizionali, essenzialmente sopra-umane, se non fosse che essi riescono spessissimo a far prendere anche troppo sul serio le loro pretese. Se le conseguenze sono forse meno gravi, è solo perché la filosofia non ha, sulla mentalità generale della nostra epoca, che una influenza più limitata di quella della scienza profana; tuttavia, anche qui sarebbe errato concludere che il pericolo è inesistente o trascurabile solo perché non appare così immediatamente. D’altronde, quand’anche a questo proposito non vi fosse altro risultato che quello di «neutralizzare» gli sforzi di molti «tradizionalisti» sospingendoli in un dominio in cui non vi è possibilità di trarre alcun profitto reale in vista di una restaurazione dello spirito tradizionale, è sempre tanto di guadagnato per il nemico; le riflessioni che abbiamo già fatto in altre occasioni, circa certe illusioni di ordine politico o sociale, troverebbero ugualmente applicazione in questo caso.
A proposito di questo punto di vista filosofico, lo diciamo di sfuggita, capita qualche volta che le cose prendano una piega abbastanza divertente: ci riferiamo alle «reazioni» che hanno certi spiriti polemici, quando per caso si trovano in presenza di qualcuno che si rifiuta formalmente di seguirli sul terreno della discussione, alla stupefazione mescolata alla stizza, per non dire alla rabbia, che provano constatando che ogni loro argomentazione cade nel vuoto; è questa una cosa alla quale non riescono a rassegnarsi, proprio perché sono evidentemente incapaci di comprenderne le ragioni. Abbiamo avuto a che fare anche con persone che pretendevano di obbligarci ad accordare alle piccole costruzioni della loro fantasia individuale, un interesse che dobbiamo riservare esclusivamente alle sole verità tradizionali; non potevamo naturalmente fare altro che chiuder loro la porta in faccia, donde accessi di furore veramente indescrivibili; e in questo caso non è solo il senso delle proporzioni che manca, è anche il senso del ridicolo!
Ma torniamo a cose più serie: poiché parliamo di errori di prospettiva, ne segnaleremo ancora uno che, veramente, è di tutt’altro ordine, poiché si produce nell’ambito stesso tradizionale; esso non è altro, in fondo, che un caso particolare della difficoltà che hanno generalmente gli uomini ad ammettere quanto oltrepassa il loro punto di vista. Che taluni, o forse anche la maggioranza, abbiano il proprio orizzonte limitato ad una sola forma tradizionale, o magari ad un certo aspetto di questa forma, e che siano quindi rinchiusi in un punto di vista che si potrebbe definire più o meno «locale», è una cosa di per sé perfettamente legittima, e d’altronde assolutamente inevitabile; ciò che invece non è assolutamente accettabile, è che costoro si immaginino che questo stesso punto di vista, con tutte le limitazioni che gli sono proprie, debba essere anche quello di tutti senza eccezione, compresi quelli che hanno preso coscienza dell’unità essenziale di tutte le tradizioni. Contro quelli, chiunque siano, che danno prova di una tale incomprensione, noi dobbiamo difendere, nel modo più fermo, i diritti di chi si è elevato ad un livello superiore, dal quale la prospettiva è per forza differente; si inchinino costoro di fronte a tutto ciò che, almeno per il momento, sono incapaci di capire, e non si immischino in quello che non è di loro competenza: questo, in fondo, è tutto quello che chiediamo. Riconosciamo d’altra parte volentieri che, per quanto li riguarda, il loro punto di vista limitato non è privo di determinati vantaggi, primo fra tutti quello di permettere loro di attenersi intellettualmente a qualcosa di abbastanza semplice e di trovarsene soddisfatti, e poi quello di non dar fastidio a nessuno, proprio a causa della posizione «locale» in cui sono relegati; e questo almeno evita loro di attirarsi contro forze ostili alle quali non sarebbero probabilmente in grado di resistere.



[1] Ad evitare ogni equivoco ed ogni contestazione precisiamo che, impiegando l’espressione «neo-tomismo», intendiamo designare un tentativo di «adattamento» del tomismo; il che non è senza gravi concessioni alle idee moderne, da cui coloro i quali si proclamano volentieri «antimoderni» sono talvolta influenzati assai più che non si creda; il nostro tempo è pieno di queste contraddizioni.

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