"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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venerdì 10 aprile 2015

René Guénon, La scienza profana di fronte alle dottrine tradizionali

René Guénon
La scienza profana di fronte alle dottrine tradizionali * 

* Études Traditionnelles, aprile-maggio 1950. (Rivista di Studi Tradizionali, n. 24, 67) 

Nonostante le nostre frequenti precisazioni sull’atteggiamento che normalmente dovrebbe essere tenuto nei confronti della scienza profana da chiunque rappresenti e semplicemente esponga una qualsiasi dottrina tradizionale, ci pare, a giudicare da talune considerazioni che ultimamente ci sono pervenute da diverse parti, che non tutti l’abbiano capito perfettamente. Dobbiamo però riconoscere che questa incomprensione ha una scusante, in quanto l’atteggiamento di cui sopra è difficilmente concepibile per coloro, e sono l’immensa maggioranza dei nostri contemporanei almeno nel mondo occidentale, i quali sono più o meno contaminati dallo spirito moderno; rari sono quelli che riescono a sbarazzarsi interamente dei pregiudizi inerenti alla mentalità che l’educazione ricevuta e l’ambiente stesso in cui vivono hanno loro imposto. Orbene, uno dei più radicati fra questi pregiudizi è certamente la credenza nel valore della scienza moderna, che in realtà è un tutt’uno con la scienza profana, da cui deriva inevitabilmente, in molti, una sorta di volontà più o meno cosciente a non ammettere che i risultati reali o supposti di questa scienza siano qualcosa di cui si può non tenere conto alcuno.
Ricorderemo anzitutto che, in qualsiasi ordine, è proprio il punto di vista profano ad essere illegittimo come tale, poiché consiste essenzialmente nel considerare le cose senza ricollegarle a nessun principio trascendente, cioè come se fossero indipendenti da qualsiasi principio, principio che questo punto di vista ignora puramente e semplicemente quando non giunge alla sua più o meno esplicita negazione. Questa definizione è ugualmente applicabile sia al dominio dell’azione che a quello della conoscenza, e quest’ultimo è evidentemente il caso di tutta quanta la scienza moderna la quale, di conseguenza, non ha alcun diritto ad essere considerata una vera conoscenza: infatti, quand’anche le capiti di enunciare delle cose vere, a parte il fatto che il suo modo di presentarle è pur sempre illegittimo, è incapace di spiegare la ragione della loro verità, perché questa verità può soltanto risiedere nella propria dipendenza nei confronti dei principi. È fuori questione, d’altra parte, che quando parliamo di conoscenza non ci riferiamo alle applicazioni pratiche cui quella scienza può dar luogo; queste applicazioni, in effetti, sono del tutto indipendenti dal valore della scienza come tale, e per conseguenza qui non ci interessano. Gli scienziati stessi, del resto, riconoscono senza difficoltà di utilizzare forze la cui natura ignorano completamente, e tale ignoranza ha senza dubbio molto a che vedere con la pericolosità troppo spesso insita in tali applicazioni; ma questo è un altro argomento su cui attualmente non possiamo insistere.
Ci si potrebbe chiedere se, nonostante tutto, una scienza del genere non potrebbe essere resa legittima col ristabilire, per la parte di verità ch’essa può contenere in un ordine relativo, il legame con quei principi che, soli, permetterebbero di comprendere queste verità come tali. Certo ciò non è impossibile in certi casi, ma a questo punto non si avrebbe più a che fare con la stessa scienza in realtà, poiché si avrebbe allora un completo cambiamento di prospettiva, in quanto un punto di vista tradizionale verrebbe a sostituire il punto di vista profano: non bisogna dimenticare, infatti, che una scienza non si definisce unicamente con il suo oggetto, ma anche con il punto di vista da cui essa lo considera. E se è così, tutto ciò che si potrebbe conservare dovrebbe venire nettamente distinto da ciò che invece andrebbe eliminato, vedansi tutte le false concezioni che troppo facilmente sono riuscite ad insinuarsi, giusta l’ignoranza dei principi; e la formulazione stessa della verità dovrebbe quasi sempre essere rettificata essendo stata troppo spesso influenzata più o meno gravemente da tali false concezioni a cui le suddette verità si trovano associate nella scienza profana. Abbiamo noi stessi, in un nostro libro, dato a questo proposito alcune indicazioni riguardanti certe parti delle matematiche moderne[1]; non si dica che, in un caso come questo, la rettificazione della terminologia avrebbe in fondo poca importanza, o anche che essa non meriterebbe lo sforzo che sarebbe necessario, con il pretesto che i matematici stessi non sarebbero vittime delle assurdità implicite nel linguaggio da essi impiegato. Innanzitutto, un linguaggio erroneo suppone sempre necessariamente qualche confusione nel pensiero stesso: ed è più grave di quanto si potrebbe credere ostinarsi a non voler dissipare questa confusione ed a considerarla trascurabile o indifferente. In secondo luogo, anche se i matematici di professione han finito per accorgersi della falsità di certe idee, non è men vero che, continuando ad usare espressioni che riflettono queste concezioni, essi contribuiscono a diffonderle, o a mantenerle, in tutti coloro che ricevono direttamente o indirettamente il loro insegnamento e che non hanno la possibilità di esaminare le cose da vicino come loro. Infine, e ciò è ancora più importante, il fatto di servirsi di una terminologia alla quale non si attribuisce più alcun significato plausibile non è se non una manifestazione della tendenza sempre più accentuata della scienza attuale a ridursi ad un «convenzionalismo» vuoto di senso, tendenza che è caratteristica della fase di «dissoluzione» susseguente a quella di «solidificazione» propria dell’ultimo periodo del ciclo[2]. È certamente curioso, e d’altronde veramente degno di un’epoca di disordine intellettuale come la nostra, che certuni, volendo dimostrare che le obiezioni da noi formulate contro la loro scienza non sono realmente applicabili in ciò che li concerne, mettano precisamente avanti un argomento che, al contrario, non fa che apportare ad esse una conferma ancor più completa!
Ciò ci conduce direttamente a una considerazione di ordine più generale: sappiamo che ci si rimprovera talvolta di dar credito, nelle nostre argomentazioni contro la scienza moderna, a teorie che gli stessi scienziati attualmente non ammettono più, o sulle quali per lo meno fanno delle riserve che i loro predecessori non facevano. Per fare un esempio, è esatto, in effetti, che il trasformismo ha perduto molto terreno negli ambienti «scientifici», anche se è esagerato dire che non conta più seguaci; ma non è meno esatto che esso continua a far mostra di sé, come tempo addietro e con la medesima sicurezza «dogmatica», nei manuali d’insegnamento e nelle opere di volgarizzazione, in tutto ciò, quindi, che è accessibile di fatto ai non «specialisti», cosicché, per quel che concerne l’influenza da esso esercitata sull’opinione pubblica non vi è nulla di veramente cambiato, e la sua «attualità», se così si può dire, rimane tal quale. È quindi comprensibile che l’importanza da noi attribuita a tutto ciò, constatabile anche per ogni altra specie di teorie «scadute» o «superate», secondo espressioni di moda, non è dovuta per nulla ad un nostro particolare interesse per la massa del «grosso pubblico»; la vera ragione è che, in tal modo, queste teorie influenzano indistintamente tutti i non «specialisti», tra i quali ci sono sicuramente di quelli, per quanto poco numerosi, i quali, se non subissero tali influenze, avrebbero possibilità di comprensione che, per contro, non ci si può aspettare di trovare negli scienziati irrimediabilmente chiusi nelle loro «specializzazioni». A dire il vero, se molti di questi scienziati hanno rinunciato per conto loro alle forme più grossolane del trasformismo, non siamo affatto sicuri che ciò non sia avvenuto semplicemente per sostituire tali concezioni con altre le quali, per essere più sottili, non valgono gran che di più, anzi sono forse più pericolose. In ogni caso, perché mai essi giocano sull’equivoco continuando a parlare di «evoluzione», se veramente quel che intendono con ciò non ha più nessun rapporto con quanto si era abituati fin qui a designare con questa parola? Bisogna forse vedervi ancora una delle manifestazioni del «convenzionalismo» scientifico attuale, o semplicemente un esempio della tendenza che hanno oggi le parole, anche nell’uso corrente, a perdere il loro senso normale? Comunque sia, è assai strano che, mentre certuni ci accusano di non prendere sufficientemente in considerazione la cosiddetta «attualità» scientifica, altri al contrario, in altri ambienti, non ci perdonano certamente di pensare e di dire che il materialismo non è più ora il solo pericolo da denunciare, e nemmeno il principale o il più temibile; bisogna concludere che è ben difficile soddisfare tutti, cosa della quale, per parte nostra, non ci siamo mai molto preoccupati.
Ma torniamo alla questione della legittimazione delle scienze moderne: se essa, come abbiamo detto, è possibile per alcune di esse, non lo è tuttavia per tutte, poiché una condizione appare necessaria: che l’oggetto di una tale scienza sia legittimo in se stesso, anche se non lo è il modo in cui essa lo considera, in ragione del suo carattere profano. Non rientrano quindi in queste condizioni quelle scienze, o per meglio dire pretese scienze, che non sono in realtà nient’altro né più che prodotti specifici della deviazione moderna. Un caso tipico di questo genere è quello della psicanalisi: sarebbe infatti vano cercar di ricollegare a dei principi superiori ciò che non è propriamente se non un’aberrazione dovuta all’azione di influenze psichiche dell’ordine più basso; altrettanto varrebbe tentare di legittimare lo spiritismo o le divagazioni «surrealiste», che hanno in fondo un’origine del tutto simile, con la sola differenza di non essere ammessi nei programmi dell’insegnamento «ufficiale». Per quanto riguarda invece quelle scienze moderne che almeno hanno un oggetto legittimo, non bisogna dimenticare che, per molte, bisognerebbe tener conto del carattere di «residuo» che esse hanno in rapporto a certe scienze antiche, come abbiamo spiegato in altre occasioni, cosicché la loro legittimazione equivarrebbe propriamente a una restaurazione più o meno integrale delle scienze tradizionali corrispondenti di cui esse non sono in realtà che vestigia degenerate in seguito all’oblio dei principi. Ma una simile restaurazione non sarebbe priva di difficoltà, perché tra queste scienze tradizionali ve ne sono alcune, come l’astrologia ad esempio, la cui vera «chiave» sembra ormai perduta, e che, in ogni caso, bisognerebbe evitare di confondere con le deformazioni più o meno recenti che s’incontrano oggi sotto il medesimo nome, e che sono ancor più fortemente influenzate dalla crescente invadenza della mentalità profana.
La questione che abbiamo esaminato ha d’altronde attualmente un interesse soltanto «teorico», poiché, di fatto, la suddetta legittimazione non è stata ancora tentata in nessun caso, per cui, quando si ha a che fare con la scienza moderna, ci si trova sempre unicamente in presenza della scienza profana. Quest’ultima quindi non può essere considerata, in rapporto alle dottrine tradizionali, che come puramente e semplicemente inesistente; in altri termini, non c’è da preoccuparsi di sapere se essa si trova in accordo o in disaccordo con quelle dottrine, con le quali, in ragione del suo difetto di principi, non può avere alcun rapporto effettivo. Se c’è disaccordo, si può esser certi che l’errore è senz’altro da parte della scienza profana, i dati tradizionali non potendo essere l’oggetto di alcun dubbio per chiunque ne comprenda la vera natura; se al contrario c’è un accordo, tanto meglio per questa scienza, ma per essa solamente, poiché ciò mostra che è pervenuta, quantunque per vie molto indirette ed incerte, a cogliere la verità su qualche punto particolare. Questa coincidenza, che ha solo un carattere accidentale, non tocca per nulla le dottrine tradizionali, perché queste non hanno nessun bisogno di una «conferma» esteriore: sarebbe d’altronde una ben strana conferma quella che si pretenderebbe ottenere appellandosi ad una scienza per cui le verità in questione, così come tutte le sue teorie non possono apparire se non come semplici ipotesi più o meno probabili. Non ha senso inoltre, e per le medesime ragioni, il tentativo di associare a dati tradizionali idee prese a prestito dalla scienza profana o a queste più o meno direttamente ispirate; è un’impresa del tutto vana, e che può provenire soltanto da coloro che, come gli occultisti per esempio, ignorano totalmente la portata reale di quegli elementi frammentari che han potuto attingere alle diverse tradizioni: l’inanità di questo genere di costruzioni «sincretistiche» ed ibride, è già stato da noi sufficientemente dimostrata perché sia necessario soffermarsi nuovamente su questo punto.
D’altra parte, abbiamo anche avuto occasione di far notare la debolezza, per non dire di più, dell’atteggiamento che si è convenuto chiamare «apologetico» e che consiste nel voler difendere una tradizione, contro attacchi come quelli della scienza moderna, discutendo gli argomenti di questa sul suo terreno, cosa che quasi sempre comporta concessioni più o meno spiacevoli, ed implica in ogni caso un misconoscimento del carattere trascendente della dottrina tradizionale. Questo atteggiamento è tipico degli exoteristi, e si può pensare che, sovente, essi siano spinti in questo senso soprattutto dal timore che un più o meno grande numero di aderenti alla loro tradizione si lasci sviare dalle obbiezioni scientifiche o sedicenti tali che vengono formulate contro di essa; ma a parte il fatto che questa preoccupazione «quantitativa» è di carattere assai profano, obbiezioni di questo genere meritano tanto minore importanza quanto più la scienza a cui si ispirano cambia continuamente, cosa che dovrebbe bastare a provare la loro scarsa solidità. Quando si vedono, ad esempio, dei teologi preoccupati di «accordare la Bibbia con la scienza», è fin troppo facile constatare quanto un simile lavoro sia illusorio, poiché continuamente da rifare nella misura in cui le teorie scientifiche si modificano, senza contare l’inconveniente di far apparire la tradizione come solidale con lo stato presente della scienza profana, cioè con teorie che forse non saranno più ammesse da nessuno nel giro di qualche anno, se pure non sono già state abbandonate dagli scienziati: che anche questo può succedere, le obiezioni che ci si propone di combattere essendo piuttosto opera dei volgarizzatori che non degli scienziati stessi. Invece di abbassare maldestramente le scritture sacre a un tale livello, questi teologi farebbero sicuramente molto meglio a cercare di approfondire il più possibile il loro vero significato, e di esporlo puramente e semplicemente per il beneficio di coloro che sono capaci di comprenderlo e che, se lo comprendessero effettivamente, non sarebbero più tentati di lasciarsi influenzare dalle ipotesi della scienza profana, non più d’altronde che dalla «critica» dissolvente di una esegesi modernista e razionalista, cioè essenzialmente antitradizionale, i cui pretesi risultati non devono affatto essere presi in considerazione da chi ha coscienza di quel che è realmente la tradizione. Chiunque espone una dottrina tradizionale, sia exoterica che esoterica, ha non soltanto il diritto più stretto, ma anche il dovere di guardarsi dal minimo compromesso con la mentalità profana, in qualsiasi dominio; ma dove sono oggi, in Occidente, quelli che comprendono ancora che così dev’essere? Alcuni diranno forse, poiché sono i teologi che abbiamo preso come esempio, che ciò riguarda loro e non noi; ma noi non siamo di quelli che ritengono di potersi disinteressare degli attacchi portati a una tradizione, e che sono sempre pronti a felicitarsi se questi attacchi sono rivolti contro una tradizione diversa dalla loro, come se si trattasse di colpi diretti contro dei «concorrenti», e come se questi attacchi non colpissero sempre, in definitiva, lo spirito tradizionale stesso; e il tipo di «apologetica» di cui abbiamo parlato mostra fin troppo bene a qual punto essi siano riusciti a indebolire questo spirito tradizionale anche presso coloro che se ne credono i difensori.
C’è ancora un punto che bisogna ben chiarire per evitare ogni malinteso: non è lecito pensare che chi intende mantenersi in una posizione rigorosamente tradizionale debba imporsi di non parlare mai delle teorie scientifiche profane. Egli può e deve al contrario, quando è il caso, denunciarne gli errori e i pericoli, soprattutto quando vi si trovano affermazioni nettamente in contrasto con i dati della tradizione; ma dovrà farlo sempre in modo tale che ciò non costituisca una discussione «da pari a pari», cosa possibile solo alla condizione di non scendere sul terreno profano. In effetti, in simili casi, si tratta di dare un giudizio formulato in nome di un’autorità superiore, quella della dottrina tradizionale, poiché dev’essere chiaro che qui solo questa dottrina conta, e che le individualità che lo esprimono non hanno di per sé alcuna importanza. Ora, nessuno ha mai osato pretendere, per quanto ne sappiamo, che un giudizio possa essere assimilato a una discussione o a una «polemica». Se, per un partito preso dovuto all’incomprensione e a cui sfortunatamente spesso si associa la malafede, coloro che misconoscono l’autorità della tradizione pretendono di vedere della «polemica» là dove non ve n’è traccia, non c’è evidentemente alcun mezzo per impedirglielo, come non si può impedire a un ignorante o a uno sciocco di scambiare le dottrine tradizionali per delle «filosofie»: ma ciò non merita la minima attenzione; mentre invece tutti coloro che comprendono cos’è la tradizione, e che sono i soli il cui parere conti, sapranno perfettamente come regolarsi; quanto a noi, se dei profani volessero indurci a discutere con loro, li avvertiamo una volta per tutte che, non potendo consentire a discendere al loro livello né a porci dal loro punto di vista, i loro sforzi cadranno sempre nel vuoto.



[1] Cfr. Les principes du calcul infinitésimal.
[2] Cfr. Le règne de la quantité et les signes des temps.

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