"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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martedì 28 aprile 2015

René Guénon, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù - II. I modi generali del pensiero orientale - 1. Le grandi divisioni dell’Oriente

René Guénon
Introduzione generale allo studio delle dottrine indù 

II. I modi generali del pensiero orientale 
1. Le grandi divisioni dell’Oriente 

Abbiamo già detto che, sebbene si possa opporre la mentalità orientale nel suo insieme alla mentalità occidentale, tuttavia non si può parlare di una civiltà orientale come si parla di una civiltà occidentale.
Esistono più civiltà orientali nettamente distinte, e ognuna di esse possiede, come in seguito vedremo, un principio di unità che le è proprio e che differisce in modo essenziale da quello delle altre; ma per quanto differenti, tutte hanno nondimeno dei tratti in comune, principalmente per quanto riguarda i modi di pensiero, ed è appunto ciò che permette di affermare che esiste, in linea generale, una mentalità specificamente orientale.
Quando si intraprende uno studio, quale che sia, è sempre opportuno, per mettervi ordine, cominciare con lo stabilire una classificazione basata sulle divisioni naturali dell’oggetto che ci si propone di studiare. È perciò necessario che, prima di ogni altra considerazione, situiamo le differenti civiltà orientali le une in rapporto alle altre, limitandoci però alle grandi linee e alle divisioni più generali, sufficienti almeno a una prima approssimazione, poiché non intendiamo addentrarci qui in un esame separato e particolareggiato di ognuna di queste civiltà.
Possiamo così dividere l’Oriente in tre grandi regioni che denomineremo, secondo la loro posizione geografica rispetto all’Europa, il Vicino Oriente, il Medio Oriente e l’Estremo Oriente. Il Vicino Oriente comprende per noi tutto l’insieme del mondo musulmano; il Medio Oriente è essenzialmente costituito dall’India; quanto all’Estremo Oriente, è quello che abitualmente viene designato con questo nome, cioè la Cina e l’Indocina. È facile constatare, fin da subito, che queste tre divisioni generali corrispondono effettivamente a tre grandi civiltà completamente distinte e indipendenti, le quali sono, se non le sole esistenti in tutto l’Oriente, almeno le più importanti, e la cui area è di gran lunga la più estesa. All’interno di ognuna di queste civiltà si potrebbero poi definire delle suddivisioni che presentano variazioni pressappoco dello stesso ordine di quelle che, nella civiltà europea, esistono tra paesi diversi; soltanto che in questo caso non si possono assegnare a tali suddivisioni limiti che sono quelli delle nazionalità, la cui nozione stessa corrisponde a un concetto in generale estraneo all’Oriente.
Il Vicino Oriente, che comincia ai confini dell’Europa, si estende non soltanto alla parte dell’Asia ad essa più vicina, ma anche a tutta l’Africa del Nord; esso comprende dunque, a dire il vero, paesi che geograficamente sono altrettanto occidentali dell’Europa stessa. Ma la civiltà musulmana, in tutte le direzioni in cui si è espansa, ha nondimeno conservato i caratteri essenziali che le derivano dal suo punto di partenza orientale; e ha impresso tali caratteri a popoli estremamente diversi, conferendo loro una mentalità comune pur senza privarli di ogni originalità. Le popolazioni berbere dell’Africa del Nord non si sono mai confuse con gli Arabi che vivono sullo stesso suolo, e da questi è facile distinguerle non soltanto per i costumi speciali che hanno conservato, o per il loro tipo fisico, ma anche per una specie di fisionomia mentale che è loro propria; per esempio, non c’è ombra di dubbio che i Cabili sono per certi aspetti molto più vicini agli europei che non gli Arabi. È nondimeno vero che la civiltà dell’Africa del Nord, in quanto possiede un’unità, è non soltanto musulmana, ma anche araba nella sua essenza; d’altronde, quello che si può chiamare il gruppo arabo ha nel mondo islamico un’importanza veramente primordiale, poiché è in esso che l’Islam ha avuto origine, e la sua lingua è la lingua tradizionale di tutti i popoli musulmani, quali che siano la loro origine e la loro razza. Accanto al gruppo arabo, ne distingueremo altri due principali, che possiamo chiamare il gruppo turco e il gruppo persiano, benché queste denominazioni non siano forse di un’esattezza rigorosa. Il primo di questi gruppi comprende soprattutto popoli di razza mongola, come i Turchi e i Tartari; le sue caratteristiche mentali, come pure i suoi tratti fisici, lo differenziano moltissimo dagli Arabi, ma, avendo poca originalità intellettuale, dipende sostanzialmente dall’intellettualità araba; e d’altronde, dallo stesso punto di vista religioso, i due gruppi, arabo e turco, nonostante alcune differenze rituali e legali, formano un insieme unico che si oppone al gruppo persiano. Giungiamo così alla separazione più profonda che esista nel mondo musulmano, separazione che abitualmente si esprime dicendo che gli Arabi e i Turchi sono «sunniti», mentre i Persiani sono «sciiti»; tali denominazioni richiederebbero qualche riserva, ma non ci compete qui di entrare in queste considerazioni.
Da quanto abbiamo detto, si può vedere che le divisioni geografiche non coincidono sempre esattamente col campo di espansione delle civiltà corrispondenti, ma soltanto col punto di partenza e il centro principale di queste civiltà. Elementi musulmani si trovano un po’ dappertutto in India, e ve ne sono anche in Cina; ma noi non dobbiamo preoccuparcene quando parliamo delle civiltà di questi due paesi, perché la civiltà islamica non vi è autoctona. D’altra parte, la Persia dovrebbe ricollegarsi etnicamente e anche geograficamente a quello che abbiamo chiamato il Medio Oriente; se non ve la includiamo, è perché la sua popolazione attuale è interamente musulmana. In realtà, nel Medio Oriente bisognerebbe considerare due civiltà distinte quantunque abbiano manifestamente un ceppo comune: quella dell’India e quella degli antichi Persiani; ma quest’ultima non ha più oggi altri rappresentanti che i Parsi, che formano raggruppamenti poco numerosi e dispersi, alcuni in India, principalmente a Bombay, altri nel Caucaso; ci basti qui segnalarne l’esistenza. Nella seconda delle nostre grandi divisioni non ci resta più da considerare che la civiltà propriamente indiana, o più precisamente indù, che abbraccia nella sua unità popoli di razze diversissime: fra le innumerevoli regioni dell’India, e soprattutto tra il Nord e il Sud, vi sono differenze etniche almeno tanto grandi quanto quelle che si possono trovare in tutta l’estensione dell’Europa; ciò nonostante tutti questi popoli hanno una civiltà comune e una lingua tradizionale comune, il sanscrito. La civiltà dell’India si è in certe epoche estesa più ad est, e ha lasciato tracce evidenti in determinate regioni dell’Indocina, come la Birmania, il Siam e la Cambogia, e anche in qualche isola dell’Oceania, particolarmente a Giava. Da questa stessa civiltà indù, d’altra parte, è nata la civiltà buddhista, che si è diffusa sotto forme diverse in una gran parte dell’Asia centrale e orientale; la questione del buddhismo richiede però qualche spiegazione, che daremo in seguito.
Quanto poi alla civiltà dell’Estremo Oriente, che è la sola i cui rappresentanti appartengano veramente a un’unica razza, essa è propriamente la civiltà cinese; come abbiamo detto, si estende all’Indocina, e più in particolare al Tonchino e all’Annam, ma gli abitanti di queste regioni sono di razza cinese pura o mescolata con elementi di origine malese, che però non sono preponderanti. È opportuno insistere sul fatto che la lingua tradizionale di questa civiltà è essenzialmente la lingua cinese scritta, la quale non soggiace alle variazioni della lingua parlata, si tratti di variazioni nel tempo o nello spazio; un cinese del Nord, un cinese del Sud e un abitante dell’Annam possono non capirsi quando parlano, ma l’uso degli stessi caratteri ideografici, con tutto quel che esso implica di fatto, stabilisce comunque fra di loro un legame che ha una forza totalmente sconosciuta agli europei.
Quanto al Giappone, che non abbiamo compreso nella nostra divisione generale, esso si ricollega all’Estremo Oriente in quanto ha subito l’influenza cinese, benché d’altronde possieda, con lo scintoismo, una tradizione propria di carattere molto diverso. Sarebbe opportuno chiedersi fino a che punto questi diversi elementi abbiano potuto mantenersi nonostante la modernizzazione, cioè in definitiva l’occidentalizzazione, che è stata imposta a questo popolo dalla sua classe dirigente; ma è una domanda troppo particolare perché ci si possa soffermare qui.
D’altro canto, finora, abbiamo intenzionalmente omesso di parlare della civiltà tibetana, che pure è tutt’altro che trascurabile, specie dal punto di vista che ci interessa più particolarmente. Tale civiltà partecipa, per certi aspetti, di quella indiana come della cinese, ma presenta altresì caratteri che le sono del tutto peculiari; siccome però essa è ancor più completamente ignorata dagli europei di ogni altra civiltà orientale, non sarebbe possibile parlarne utilmente senza trattare argomenti del tutto estranei al nostro.
Ci limiteremo quindi, tenendo conto delle restrizioni indicate, alle tre grandi civiltà orientali che corrispondono rispettivamente alle tre divisioni geografiche definite all’inizio, vale a dire alle civiltà musulmana, indù e cinese. Per far comprendere i caratteri che più essenzialmente differenziano queste tre civiltà l’una dall’altra, senza con ciò addentrarci troppo nei particolari, la cosa migliore che possiamo fare è di esporre il più nettamente possibile i principi sui quali riposa l’unità fondamentale di ognuna di esse.

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