"…la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»". René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, cap. "Sull’infallibilità tradizionale"

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martedì 14 aprile 2015

René Guénon, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù - Premessa

René Guénon
Introduzione generale allo studio delle dottrine indù

Premessa

Molte sono le difficoltà che in Occidente si oppongono a uno studio serio e approfondito delle dottrine orientali in genere, e in particolare delle dottrine indù; e gli ostacoli maggiori non sono forse quelli ascrivibili agli stessi orientali. Infatti uno studio di questo genere richiede evidentemente, come prima e più essenziale condizione, che si possegga la mentalità adatta per comprendere, veramente e profondamente, le dottrine in questione; ora, questa è un’attitudine che, escluse rarissime eccezioni, fa totalmente difetto agli occidentali. In sé necessaria, tale condizione potrebbe d’altra parte essere considerata sufficiente, perché, quando venga soddisfatta, gli orientali non provano la minima riluttanza a comunicare il loro pensiero nel modo più completo possibile.
Se dunque non esiste altro ostacolo reale oltre quello indicato, come si spiega il fatto che gli «orientalisti», vale a dire gli occidentali che si occupano delle cose d’Oriente, non l’abbiano mai superato? E non corriamo il rischio di essere accusati di esagerazione affermando che in effetti non lo hanno mai superato; basta constatare come essi non siano mai riusciti a produrre altro che semplici lavori di erudizione, pregevoli forse da un punto di vista specifico, ma privi di ogni interesse per la comprensione della sia pur minima idea vera. Il fatto è che non basta conoscere grammaticalmente una lingua, né essere capaci di tradurre parola per parola, anche correttamente, per penetrare lo spirito di una lingua e assimilare il pensiero di coloro che la parlano e la scrivono. Si potrebbe anzi andare oltre e dire che quanto più una traduzione è scrupolosamente letterale, tanto più rischia di essere in realtà inesatta e di deformare il pensiero, giacché non esiste, fra i termini di due lingue diverse, vera equivalenza, soprattutto se le due lingue sono molto lontane l’una dall’altra non soltanto filologicamente, ma anche per la diversità delle concezioni dei popoli che se ne servono; ed è proprio questo elemento che nessuna erudizione permetterà mai di penetrare. Occorre, a questo fine, ben altro che una vana «critica testuale» che si dilunga all’infinito su questioni di dettaglio, o metodi da grammatici e «letterati», o quel sedicente «metodo storico» che viene applicato a tutto indistintamente. È fuori di dubbio che dizionari e compilazioni hanno una loro utilità relativa, che nessuno pensa a contestare, e nemmeno si può dire che tutto questo lavoro sia completamente inutile, soprattutto se si tiene conto che coloro che lo forniscono sarebbero per lo più incapaci di produrre altro; ma purtroppo, non appena l’erudizione diventa una «specializzazione», si tende a considerarla fine a se stessa, invece che un semplice strumento, come normalmente dovrebbe essere. Questo sconfinamento dell’erudizione e dei suoi metodi particolari costituisce il vero pericolo, perché rischia di assorbire coloro che forse potrebbero dedicarsi a un altro genere di lavori, e perché l’abitudine a questi metodi rimpicciolisce l’orizzonte intellettuale di coloro che vi si sottopongono, imponendo un’irrimediabile deformazione.
Ma ancora non è tutto e nemmeno abbiamo considerato l’aspetto più grave del problema: i lavori di pura erudizione sono certamente, nella produzione degli orientalisti, la parte più ingombrante, ma non la più nefasta; e dicendo che non contengono niente oltre a questo, intendiamo niente che abbia un qualche valore, sia pure di portata limitata. Certuni, particolarmente in Germania, hanno voluto spingersi oltre, e, sempre valendosi degli stessi metodi, che in questo campo non possono più dare risultato alcuno, fare opera di interpretazione, aggiungendoci per di più tutto l’insieme d’idee preconcette che forma la loro mentalità propria, e col manifesto intento di far rientrare negli schemi abituali del pensiero europeo le concezioni con le quali venivano a contatto. Insomma l’errore capitale di questi orientalisti, prescindendo dalla questione di metodo, è di vedere tutto nella prospettiva occidentale e attraverso la propria mentalità, mentre la prima condizione per poter interpretare correttamente qualsiasi dottrina è, naturalmente, di fare uno sforzo per assimilarla e porsi, nei limiti del possibile, nella prospettiva di coloro che l’hanno concepita. Diciamo nei limiti del possibile perché, se non tutti possono riuscirci in modo uguale, tutti possono per lo meno tentare; ora, lungi da ciò, l’esclusivismo degli orientalisti di cui stiamo parlando e il loro schematismo sono invece tali da spingerli, per un’incredibile aberrazione, a ritenersi capaci di comprendere le dottrine orientali meglio degli orientali stessi; pretesa che in fondo sarebbe soltanto ridicola se non si accompagnasse a una ben ferma volontà di «monopolizzare» in qualche modo questo genere di studi. E di fatto in Europa, tranne questi «specialisti», se ne occupa quasi solo una certa categoria di sognatori stravaganti e di intrepidi ciarlatani che potremmo considerare un’entità trascurabile, se non esercitassero a loro volta un’influenza deplorevole sotto diversi aspetti, come del resto spiegheremo a suo luogo in modo più preciso.
Per tenerci qui a quel che riguarda gli orientalisti che possiamo dire «ufficiali», segnaleremo ancora, a titolo di osservazione preliminare, un abuso a cui dà luogo più frequentemente l’impiego del «metodo storico», al quale abbiamo già accennato: è l’errore che consiste nello studiare le civiltà orientali come fossero civiltà scomparse da molto tempo. In quest’ultimo caso è evidente che in mancanza di meglio ci si deve per forza accontentare di ricostruzioni approssimative, senza mai essere sicuri di una perfetta concordanza con quanto è realmente esistito in passato, non essendoci modo di procedere a verifiche dirette. Ma si dimentica che le civiltà orientali, almeno quelle che ci interessano attualmente, si sono perpetuate fino a noi senza interruzione e hanno ancora dei rappresentanti autorizzati, il cui parere vale, per comprenderle, ben più di ogni possibile erudizione; sennonché, perché si pensi a consultarli, non bisognerebbe partire dal singolare principio che ci si orienta meglio di loro sul vero senso delle loro stesse concezioni.
D’altronde bisogna anche dire che gli orientali, i quali hanno, e a ragion veduta, un’opinione nient’affatto alta dell’intellettualità europea, si preoccupano ben poco di quel che gli occidentali possono, in modo generale, pensare o non pensare di loro; e neppure cercano di farli ricredere, anzi, attenendosi a una cortesia un po’ sdegnosa, si chiudono in un silenzio che la vanità occidentale scambia facilmente per approvazione. Il fatto è che il «proselitismo» è totalmente sconosciuto in Oriente, dove sarebbe d’altronde senza scopo e verrebbe considerato una pura e semplice prova di ignoranza e incomprensione; quanto diremo più oltre varrà a mostrarne le ragioni. Le eccezioni a questo silenzio, che viene da taluno rimproverato agli orientali e che pure è così legittimo, non possono essere che rare, a favore di qualche individuo isolato che presenti le qualifiche richieste e le attitudini intellettuali necessarie. Quanto a coloro che escono dal riserbo, fuori di questo caso ben preciso, se ne può dire una sola cosa: in generale rappresentano elementi di scarso interesse, e per una ragione o per l’altra espongono quasi solo dottrine deformate, col pretesto di adattarle all’Occidente; anche di questi avremo occasione di dire qualche parola. Quel che per il momento vogliamo far comprendere, e che già all’inizio abbiamo indicato, è che la mentalità occidentale è la sola responsabile di questa situazione che rende assai difficile anche il compito di chi, trovatosi in condizioni eccezionali ed essendo riuscito ad assimilare certe idee, voglia esprimerle nel modo più intelligibile, senza con ciò deformarle: egli deve limitarsi a esporre quanto ha compreso, nella misura in cui ciò può esser fatto, astenendosi accuratamente da ogni intento di «volgarizzazione» e senza la minima velleità di convincere chicchessia.
Ci pare di avere detto abbastanza per definire nettamente le nostre intenzioni: noi non vogliamo fare qui opera di erudizione, e il punto di vista da cui intendiamo porci è molto più profondo. Siccome la verità non è per noi un fatto storico, ci importerebbe in fondo poco determinare esattamente la provenienza di questa o quell’idea, la quale in definitiva ci interessa solo perché, avendola compresa, la sappiamo vera; ma certe indicazioni sul pensiero orientale possono offrire materia di riflessione a qualcuno, e questo semplice risultato avrebbe di per sé un’importanza insospettata. Del resto, anche se questo scopo non potesse essere raggiunto, ci sarebbe ancora una ragione valida per intraprendere uno studio di questo genere: significherebbe riconoscere in qualche modo tutto quanto dobbiamo intellettualmente agli orientali, e di cui gli occidentali non ci hanno mai offerto il minimo equivalente, anche parziale o incompleto.
Per cominciare, indicheremo dunque il più chiaramente possibile, e dopo qualche considerazione preliminare indispensabile, le differenze essenziali e fondamentali che esistono fra i modi generali del pensiero orientale e quelli del pensiero occidentale. Insisteremo poi più specificamente sulle dottrine indù, in quanto presentano caratteristiche particolari che le distinguono dalle altre dottrine orientali, benché tutte possiedano caratteristiche comuni sufficienti a giustificare, nell’insieme, l’opposizione generale di Oriente e Occidente. Infine, a proposito di queste dottrine indù, segnaleremo l’insufficienza delle interpretazioni che hanno corso in Occidente; dovremmo anzi, per talune di esse, parlare di vera e propria assurdità. A conclusione di questo studio indicheremo, con tutte le cautele necessarie, le condizioni per un avvicinamento intellettuale tra l’Oriente e l’Occidente, condizioni che, come facilmente si può prevedere, sono ben lungi dall’essere attualmente soddisfatte da parte occidentale; è quindi solo una possibilità quella che vogliamo indicare, senza crederla in alcun modo suscettibile di realizzazione immediata o anche semplicemente prossima.

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